Robe da chiodi

San Carlo, centimetro per centimetro

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Oggi festa di San Carlo. Ci sono pochi santi di cui ci è rimasta così impressa la faccia. È una memoria forte che si è tramandata di sguardo in sguardo a partire da quelli che ebbero la fortuna di vederlo con i loro occhi. È una memoria quasi fotografica, tanto i lineamenti si sono tramandati con riferimenti certi: le due vistose vene pulsanti sulla fronte, il naso magro e ricurvo, le pieghe attorno alla bocca, le grandi orecchie, una pelle che aderisce alle ossa, gli occhi incavi e profondi. È una immagine così forte da reggere anche all’inevitabile processo di edulcorazione iconografica iniziata dopo la canonizzazione. E l’immagine è quintessenza della persona: ci dice chi era stato San Carlo. Ci dice della sua energia umana, di quella carica drammatica che si traduceva sempre in azione. È il santo ariete che attraversa un tempo devastato senza illusioni ma senza mai arretrare. Un santo così presente allora tra gli uomini del suo tempo da essere “presente” con un’immagine che conserva la forza di una presenza fisica anche per noi. Il merito, sia detto per onestà, va in gran parte al genio di Tanzio da Varallo che ci ha restituito almeno due straordinari ritratti di San Carlo (naturalmente in azione: comunica gli appestati – immagine a sinistra – e porta la corce con il santo chiodo in processione) che sembrano quasi dipinti a “ricalco” sul corpo del vescovo. C’è la fedeltà folgorante della fotogarfia in quei due quadri, che metto nella lista dei quadri che hanno segnato la mia vita…

Due notazioni. L’ultimo numero di 30Giorni riporta un brano del Cardinal Newman scritto dopo un suo passaggio a Milano, nel 1857. Anche lui folgorato dalla presenza di San Carlo. Sentite cosa scrive: «San Carlo sembra vivere ancora. Tu vedi i suoi ricordi da ogni parte – il crocifisso che fece cessare la peste quando egli lo portò lungo le vie –, la sua mitra, il suo anello – le sue lettere. Soprattutto le sue sacre reliquie: ogni giorno si celebra la messa presso la sua tomba, e puoi vedere questo da sopra. O bone pastor in populo sembra conficcato nella mente da ogni cosa che si vede. Ed è come se ci fosse una connessione tra lui e noi…».

Seconda notazione. I resti di San Carlo sono esposti in Duomo, in occasione dei 400 anni dalla canonizzazione. Dalla cripta sono stati portati all’altare di san Giovanni Bono, altro grande vescovo di Milano. Ha fatto bene Tettamanzi a decidersi per questa esposizione. Un aiuto vero a Milano a capire se stessa. Oggi più che mai.

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Novembre 4th, 2010 at 7:06 am

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Architetture d’aria. Gli spazi più belli del mondo

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Domenica a messa a Santa Maria delle Grazie, davanti alla tribuna attribuita a Bramante (vi pioveva dentro…). Qui si capisce come la bellezza di un’architettura sia data dallo spazio che crea. Questo è uno dei più begli spazi che io abbia visto. Arnaldo Bruschi nel suo libro su Bramante lo descrive bene: «(uno spazio) reso tangibile e quasi immateriale: una massa d’aria, un fluido luminoso e luminoso in movimento che dà forma agli involucri e li allontana in profondità». E ancora (ma a proposito del progetto di San Pietro): «Gli spazi sono come il risultato di uno scavo». Tra me mi ero detto: mi sembra aria che si solidifica. Alla Tribuna del Bramante, avverti la consisetnza ordinata di un’aria luminosa. E un’enormità che non schiaccia. La grande architettura è proprio questo: non vedi ciò che la costituisce, vedi lo spazio che sa generare. Lo tocchi con mano. Non pensi neanche ai muri ma al luogo che hanno fatto essere.

È il grande limite degli archistar: di loro vedi e ammiri i muri, quanto allo sapzio ti colpiscono solo con gli effetti speciali. Mancanza di vera energia mentale.

Mi sono anche chiesto quali siano gli spazi che più mi sono rimasti nella testa. Azzardo un elenco in ordine sparso che andrò aggiornando.

1. Il Pantheon; 2. La basilica di Massenzio; 3. Il vestibolo della Laurenziana; 4. La cupola di Santa Maria del Fiore; 5. La Sagrestia vecchia di San Lorenzo; 6. Sant’Andrea a Mantova; 7. San Lorenzo a Milano; 8. Santa Maria delle Carceri a Prato (Sangallo); 9. L’atrio di Villa Poiana di Palladio; 10. La Chiesa del Redentore di Palladio. 11. Juvarra, La cappella di Sant’Uberto a Venaria Reale.

E voi che ne dite?

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Novembre 2nd, 2010 at 10:58 pm

Rauschenberg, la fine dell’età dell’opulenza

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Ho sempre guardato a Robert Rauschenberg con qualche difficoltà. Un artista di cui non coglievo bene contorni e sostanza. Un po’ a volte infastidito dail’opacità delle sue opere. La mostra di Varese, a Villa Panza, invece è come una specie di disvelamento. Rauschenberg come superamento e in un certo senso anche affondamento dell’era pop. A Varese sono esposti i Gluts, fatti rimontando rottami metallici che Rauschenberg si procurava in una discarica vicina al suo studio in Florida. Glut sta per sovrabbondanza, eccesso. Rauschenberg raccoglie le scorie, per restituirle a nuova vita. È come se l’arte dopo l’immersione unidimensionale della stagione pop, recuperasse il bisogno di una coscienza morale. C’è qualcosa di delicato, di pudico opposto alla tracotanza pop. I Gluts sono moniti contro «l’avidità rampante» (parole sue). Attraverso loro fa breccia un’idea etica che non s’era mia percepita prima e la cui onda arriva sino a noi.

Sempre parole sue: « Voglio semplicemente rappresentare le persone con le loro rovine […] Penso ai Gluts come a souvenir privi di nostalgia. Ciò che devono realmente fare è offrire alle persone l’esperienza di guardare le cose in relazione alle loro molteplici possibilità. Gli oggetti abbandonati mi fanno simpatia e così cerco di salvarne il più possibile».

Segnalo in proposito la bella intervista a Giovanna, moglie di Giuseppe Panza, uscita sul Sole.

E una galleria fotografica dei Gluts

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Ottobre 29th, 2010 at 7:14 pm

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Divertitevi con la Sistina

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È un tour virtuale della cappella, spettacolare, anche se con effetti un po’ da ottovolante. Il Vaticano lo ha fatto realizzare dall’Università di Villanova, in Pennsylvania. Ci hanno impiegato tre anni… Dedicategli cinque minuti… Qui (con pazienza, ci impiega un po’ a caricare)

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Ottobre 28th, 2010 at 6:10 pm

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Tre spunti domenicali: Cazzullo, i monaci algerini e Arlecchino

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Primo spunto. Il quadro più bello del mondo per Aldo Cazzullo. Nel suo nuovo libro Viva l’Italia, Cazzullo parla anche di arte e di musei, liberando un po’ di sana esaltazione per la quantità di bellezza che l’Italia nei secoli ha saputo creare. Ecco i suoi appunti, durante una visita alla National Gallery: «… e finalmente il Battesimo di Gesù di Piero della Francesca: forse il quadro più bello che sia mai stato dipinto… un quadro talmente straordinari che il Direttore della National Gallery lo comprò per sé, nel 1861, ma dopo due giorni di patimenti, decise che era troppo bello per stare in una casa e dovesse stare nel suo museo, fino a quando nel 2009 l’arcivescovo di Canterbury disse che il Battesimo era troppo bello per rimanere in un museo e avrebbe dovuto stare in una cattedrale, possibilmente la sua…».

Secondo spunto. Il film Gli uomini di Dio. Film bellissimo, che vi raccomando assolutamente. È la storia dei sette monaci trappisti uccisi nel 1996 a Tibhirine in Algeria, in circostanze che ancora non sono chiare. Ad un certo punto, Frér Luc, il monaco medico, di fronte al precipitare degli eventi, esprime la sua fedeltà e il suo amore a Cristo andando a baciare la riproduzione della Flagellazione di Caravaggio conservata a Rouen (lo vedete sullo sfondo della sua camera in questa foto). Non è un bacio qualsiasi, è un cercare rifugio nel corpo di Cristo. Un aderire a lui, nel senso più fisico e tenero del termine. Un gesto di una tenerezza indimenticabile.

Terzo spunto. Il cinema Arlecchino di Milano. L’ultimo baluardo rimasto in un centro mangiato dai grandi negozi d’abbigliamento. Ha riaperto, scoprendo sotto la propria pelle la bellezza delle decorazioni di Fornasetti (comprese le stupende vetrofanie: una magia che nessuna copertina di rotocalco oggi riesce più a restituire). Ma all’appello manca Lucio Fontana: assicurano che l’Arlecchino e lo straordinario fregio con la Battaglia in ceramica posizionato proprio sotto lo schermo sono in restauro. Speriamo che sia davvero così. Vigileremo…

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Ottobre 24th, 2010 at 5:01 pm

C’è Gio Ponti a sorpresa nei sotterranei della Borsa

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A Milano, in Palazzo Mezzanotte (lì per il primo giorno di quotazione di Vita spa: una partenza sprint), nella sala sotterranea, appena sopra i resti, sepolti nel vetro del teatro romano, c’è una sorpresa: tutti i pilastri sono ricoperti di ceramiche disegnate da Gio Ponti e realizzate da Richard Ginori. Altro gioiello, scaturito con quella naturalezza che fa grande l’Italia degli Anni 30. Ci sono tanti motivi decorativi tracciati su piastrelle quadrate. E poi una decina di grandi figure femminili, venditrici serene: figure spiazzanti del mercato nel palazzo del mercato azionario. Sono elementi decorativi, senza nessuna prosopopea: messi lì per rasserenare gli sguardi

Proprio l’altra settimana su Casa Amica era uscito un sevizio su un altro gioiello di Gio Ponti, in questo caso anni 50: gli uffici Alitalia di New York, rivestiti con ceramiche di Melotti, tutto di un azzurro raggrumato…

Written by gfrangi

Ottobre 22nd, 2010 at 9:35 pm

Padiglione vaticano alla Biennale? C’è chi aveva già svelato il mistero

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Oggi Pier Luigi Panza sul Corriere dedica un articolo sull’annunciato padiglione Vaticano alla Biennale 2011. Cerca risposte ma non ne trova, anche se sui primi programmi il Padiglione non compare. Avrebnbe dovuto leggersi il Blog di Luca Fiore per trovare la risposta che cercava. Tutto rinviato al 2013. Il neo cardinale Gianfranco Ravasi autorevolmente dixit (peccato, se ci è permesso un commento…)

Written by gfrangi

Ottobre 21st, 2010 at 7:54 am

Elio, Manzoni e noi: Viva Renzo

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Parole intercettate a Lecco nella giornata manzoniana.

Stefano, davanti alla sfilata degli Adda di Morlotti. «Questa è l’Orangerie di Lecco».

Elio, al Teatro della Società, nei panni di Renzo: «Quando si fa la strada che da Milano porta a Lecco, strada incasinatissima bisogna pensare che quella era la strada percorsa da Renzo scendendo a Milano. Allora ti si apre il cuore e quella strada diventa bella».

Anna: «Io nella cantina della Monaca ci starei una giornata intera».

Io: La cosa forte di Manzoni, che regge pur trasportata ai giorni nostri, è l’assetto di fronte alla vita. È un assetto in cui il bene torna sempre a galla, per quanto si tenti affondarlo. I volti portentosi dei quadri esposti nelle Scuderie di Villa Manzoni esprimono l’energia positiva e carica di affettività per il mondo e la vita propria di questo assetto di fronte all’essere (diceva con la sua energia umana e intellettuale don Giussani: «Moralità è l’assetto della persona di fronte all’Essere, cioé di fronte alla vita, all’esistenza, come origine, consistenza, destino»).

Testori (nel testo la Confermazione di renzo ripubblicato nel bellissmo catalogo – complimenti ragazzi!): «… Manzoni scriveva che (Renzo) vi correva “con lieta furia”. In questo straordinario ossimoro, è probabile sia contenuto tutto il grumo centrale del corpo psicologico, ma anche del corpo fisico di renzo. Egli, infatti, agirà sempre tra lietezza e furore. Anzi il romanzo sembrerà svolgersi perché Renzo possa, alla fine, coniugare i due contrari, giusto come li aveva coniugati all’inizio….». Geniale. Come si fa a non amare Renzo?

Written by gfrangi

Ottobre 18th, 2010 at 6:57 am

Appunti sul Lotto visto naso a naso

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Visita ai restauri (nella sede del Credito Bergamasco).

La pala di San Bernardino.

La luce arriva dall’alto da destra. Impressionante il buio in cui Lotto fa precipitare la balaustra sul lato sinistro del trono. La luce poi batte sulla fronte dell’angelo e ne lascia gran parte del volto in ombra, ma la sua ombra gettata sul basamento ha qualcosa di innaturale. Viene quasi da pensare che in realtà sia l’ombra di un personaggio che sta fuori dal quadro. L’ombra di Lotto? (a proposito di ombre: che dire del Dio padre che come un fantasma un po’ spaventoso si alza nello sfondo della Trinità? Ombre, ombre…)

Nel tendaggio verde che fa da fondale, Lotto apre un piccolissimo pertugio in basso che lascia intravvedere il paesaggio. Bellissima la firma con la doppia LL maiuscola, legata con grande eleganza. La Madonna con il suo manto carminio, ha le maniche come fossero delle guaine, aderentissime. È una fissazione di Lotto, che ha molto a che vedere con gli inguainati di Pontormo. Vestiti come doppia pelle, sintomi di paranoia manierista.

Comunque un quadro straordinario. Perfetto nelle sue geometrie e in via di impazzimento appena appena affondi nei dettagli (il profilo spiritato di Bernardino, gli incarnati declinanti – premesse di disfacimenti a venire – di Giovanni e Antonio).

Il Polittico di Ponteranica.

L’angelo lo vedi a 30 centimetri. Per lui luce che viene da destra ma vento da sinistra (quello che gli solleva i capelli). Un’aspirazione a smaterializzarsi. Curioso il cornino di luce che spunta davanti alla fronte (c’era anche nell’angelo della pala di san Bernardino). L’ago di luce passa da destra a sinistra anche la testa del Cristo redentore. Qui da notare le fontanelle di sangue che approdano tutte nel calice dalle cinque piaghe. Nel calice il sangue cadendo rimbalza in minuscole goccioline. Cenni fantasmagorici nei riflessi del calice: studiatissimi ma sfuggenti a una lettura.

Nella figura di Maria, due pentimenti: il leggìo a cui dà una sterzata radicale con quello scorcio vertiginoso, e il braccio destro leggermente abbassato, per seguire la posa di Maria che si china. Di Maria: labbra come con un tocco delicato di rossetto. E la solito sottomanto che diventa come una guaina. Poi l’aureola: Lotto le trasforma in dischi di vetro, con la circonferenza che riflesste la luce (in questo caso quella della colombra sopra l’angelo annunziante).

Written by gfrangi

Ottobre 18th, 2010 at 6:53 am

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L’uovo di Gaudenzio

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Pareti di un cielo azzurro, striato di biancori,  molto domestico, uno sviluppo per piccole sale, arrampicate in quella che un tempo era la casa Parrocchiale e che Claudio Cavadini ha trasformato in un museo lindo e civilissimo. La Pinacoteca Züst di Rancate accoglie la mostra sul Rinascimento nel Ticino, curata da Giovanni Agosti, Marco Tanzi e Jacopo Stoppa. L’accezione di Ticino va ovviamente oltre il Cantone, ed è così che tra le opere esposte ne è arrivata una commovente e spiazzante che arriva da Morbegno. È una tempera di Gaudenzio Ferrari (la paternità è stata riconosciuta da Giovanni Romano), riemersa da un delicato restaturo, che ne ha salvato il disegno, la disposizione spaziale, cioè l’intuizione creativa “scattata” in Gaudenzio. Il soggetto è la Nascita di Maria. La prima cosa che colpisce è la disposizione circolare; il centro della tela è libero, e attorno ruotano i protagonisti, ciascuno intento ai suoi compiti. Quel vuoto in realtà è come un perno, attorno al quale si svolge una danza pacata: la danza della quotidianità. Colpisce come il niente a cui è ridotta la pittura di Gaudenzio esprima ostinatamente un senso di pienezza. È come un frammento di umanità compiuta, nel senso più profondo del termine. Umanità calma, che raccorda visibilmente ogni gesto ad un destino in cui è chiuso il senso di tutta la vita, non solo di quest’attimo. La costruzione circolare esprime questo ritorno rituale delle cose di ogni giorno; ma nello stesso tempo le iscrive in un ordine, le lega in un disegno unico (e Gaudenzio con il suo disegno sembra rimandare al disegno giusto del Padreterno).

Infine notate quale preziosismo nella banalità: Sant’Anna, nel letto dove ha partorito, sta riprendendo forze mangiando un uovo (se l’uovo è elemento che per forza deve avere qualche valenza simbolica, qui non c’è da arrampicarsi sugli specchi: Gaudenzio ci dice che la perfezione non è estranea alla quotidianità).




Written by gfrangi

Ottobre 10th, 2010 at 11:04 am