È importante e significativa la decisione di organizzare nella foma di un libro la documentazione di un lungo percorso condiviso tra insegnanti di materie artistiche di diverso grado e attivi in contesti geografici diversi. Tradurre un’esperienza condivisa in una pluralità di testi scritti dai diretti protagonisti significa metterla a disposizione di tanti e quindi farne una proposta aperta e un termine di confronto per chiunque insegni queste materie. È, in questo senso, un libro work in progress, che si sottopone a verifiche sul campo da parte di soggetti incontrati e attivati dalla lettura del libro stesso. C’è di più: mettere su carta un percorso significa anche approfondirlo, capirne meglio le potenzialità e naturalmente chiarire e chiarirsi anche gli aspetti su cui ancora occorre lavorare. Che uno sforzo di questo tipo abbia riguardato una materia tanto spesso marginalizzata quanto in realtà cruciale per la crescita di un ragazzo in un mondo come quello dove viviamo così dominato dall’egemonia delle immagini rispetto alle parole, è fatto ulteriormente significativo.
Intervengo da “esterno” in quanto non ho mai insegnato le materie artistiche che per altro ho sempre studiato e che amo, sostenuto dalla convinzione di una loro imprescindibilità in ogni processo formativo. Non ho dunque “le mani in pasta”, ma in tutti i miei approcci alla materia ho sempre tenuto come riferimento un breve testo fondamentale (credo oggettivamente fondamentale: certamente lo è sempre stato per me), da cui voglio trarre e condividere un’intuizione preziosa. È l’articolo-editoriale con cui Roberto Longhi nel gennaio 1950 dava il via all’avventura di “Paragone”, la rivista di studi di storia dell’arte sulla quale avrebbero scritto quasi tutti i maggiori studiosi del secondo ‘900 (“Proposte per una critica d’arte” era il titolo). Scriveva Longhi: «È dunque il senso dell’apertura di rapporto (con l’opera, ndr) che dà necessità alla risposta critica. Risposta che non involge soltanto il nesso tra opera e opere, ma tra opera e mondo, socialità, economia, religione, politica e quant’altro. (…) L’opera d’arte è una liberazione, perché è una lacerazione di tessuti propri ed alieni. Strappandosi non sale in cielo, resta nel mondo. Tutto perciò si può cercare in essa, purché sia l’opera ad avvertirci che bisogna ancora trovarlo, perché ancora qualcosa manca al suo pieno intendimento». Le parole di Longhi ci aiutano a mettere in chiaro alcuni punti fermi, che valgono l’approccio allo studio come, penso, anche per la didattica. Il primo punto fermo è la centralità del rapporto con l’opera, intesa nella sua oggettualità concreta. A seguire ci vien detto che l’opera non è mai chiusa in se stessa ma nasce in relazione con un contesto ricchissimo di articolazioni: vale a dire è sempre connessa con la vita nel suo complesso, e non solo con quella del suo autore. Un’opera è dunque un mondo che si propone al mondo come un affondo di coscienza, come apertura di orizzonti imprevisti. In questo senso ha un portato intrinseco di liberazione. Ma questo portato assume la forma dinamica di uno strappo (di «lacerazione» parla il grande storico dell’arte): l’opera smuove in quanto commuove, immette un nuovo, sposta gli assetti acquisiti, tante volte semina inquietudine. Lo strappo è quindi la modalità con cui la bellezza si palesa, perché la bellezza non sopporta cristallizzazioni. Infine, ci suggerisce Longhi, quando ci poniamo di fronte a un’opera d’arte siamo chiamati a colmare quello che manca (e mancherà sempre…) ad una sua più completa esplicitazione. Ogni opera è sempre un processo in fieri, è sempre un’avventura aperta sull’oggi.
Per questo è un compito davvero affascinante quello di chi insegna ed è chiamato a proporre un percorso di relazione con un’opera d’arte. Quell’opera, anche se si trattasse un capolavoro vertiginoso e inarrivabile, per il suo completamento attende infatti il nostro sguardo, e in secondo luogo, attende soprattutto il nostro lavoro su di lei. La storia dell’arte è quindi una storia aperta, insofferente rispetto a formule preconfezionate, che la svuotano di interesse e la rinnegano come storia viva. Qui sta il suo fascino educativo. Le pagine che seguono ne sono una conferma sul campo.
L’augurio sincero è che questo libro, nel quale convergono le pratiche, il sapere e le proposte di tanti insegnanti, diventi strumento per accendere relazioni appassionate con l’arte, intesa sempre nella concretezza di ogni singola opera di cui è disseminata la sua meravigliosa storia.






