Robe da chiodi

Cézanne, l’uomo che guarda oltre

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Paul Cezanne, L’homme aux bras croisées, 1899

Articolo scritto per ilsussidiario.net

Un ritratto di uomo, a testa alta, con le braccia conserte, e lo sguardo puntato lontano. È l’ultimo quadro che mi è capitato di vedere dal vero, prima che tutto chiudesse. Era esposto alla mostra di Palazzo Reale a Milano che presentava una selezione di opere del Guggenheim di New York (per la precisione della collezione Tannhaüser, poi donata al museo americano). Quel quadro era il primo della mostra, ma ricordo che mi aveva fatto una tale impressione da averlo voluto vedere di nuovo, facendo a ritroso il percorso e uscendo dall’entrata. Quel quadro è un capolavoro di Paul Cézanne, datato 1899: “L’homme aux bras croisés”. Non si sa chi sia il soggetto. Il figlio dell’artista disse che si trattava di un orologiaio parigino, ma non si sono mai trovate conferme. Certamente, con il suo abbigliamento, rivela un profilo sociale diverso dai contadini che abitualmente posavano per Cézanne ad Aix, la sua città natale, dove sarebbe morto nel 1906. Venne dipinto nello studio parigino di rue Hégésippe-Moreau, come si evince dalla tavolozza e dalle tele appoggiate sulla sinistra. 

Se c’è una caratteristica che definisce la grandezza di Cézanne è quella di essere un artista che qualunque cosa affronti, si proietta sempre in una prospettiva biblica. Ed ha qualcosa di biblico anche questo ritratto, per quanto sia il ritratto di un borghese parigino. L’uomo dalle braccia conserte ha infatti un che di pacato e insieme di risoluto. Non lascia nessuna concessione agli estetismi. Sta con la schiena ben eretta, e con lo sguardo sembra operare determinatamente uno strappo: sposta il centro via da sé stesso e anche dal quadro. Sta guardando oltre, nella consapevolezza di tutte le battaglie che in quell’oltre si prospettano. È forte, come dimostra quel gesto un po’ sfidante di tenere le braccia conserte. Ma la sua forza è data soprattutto da quella fermezza morale che lascia trasparire. Non è una forza espressa dalla solidità della posa (Cézanne è artista sommamente inquieto, nel ritratto lascia tante incertezze); è una forza che scaturisce da dentro, da una consapevolezza da cui è stato come investito. Non è un caso che il Nobel Peter Handke, folgorato da questo quadro ad una mostra parigina nel 1978, scrisse che avrebbe voluto farne un eroe di un suo romanzo.

L’uomo senza nome di Cézanne è un avamposto. Un avamposto che scavalca il tempo e si presenta come contemporaneo a noi. Per lui potrebbero valere le meravigliose parole che Charles Péguy dedicò alla figura del padre di famiglia: «Lui non solo è coinvolto dappertutto nella città presente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discendenza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella citta futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il temporale accadere della città». 

È l’uomo che senza dirci una parola, ci mette davanti all’unico atteggiamento che occorre per il domani, quando ci saremo lasciati alle spalle non solo l’incubo del virus ma anche le macerie morali e materiali del “mondo di prima”. Ci dice di una necessità di un nuovo inizio, di una determinazione a ricostruire innanzitutto le nostre coscienze, di un coraggio che sappia spazzare via i mezzi piaceri e il narcisismo del passato. Ci dice anche che ci sarà da lottare. Ora capiamo che se l’uomo senza nome di Cézanne ha quell’atteggiamento un po’ sfidante, è perché davvero ci sta lanciando una sfida…

Written by gfrangi

1 Aprile, 2020 at 8:51 am

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Il Gesù solo di Moroni

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Scritto per la rubrica Riquadri del sito Piccole note di Davide Malacaria

Albino è un centro della Bassa Val Seriana, una delle zone più colpite in queste settimana dall’epidemia di Covid-19. Ad Albino nel 1522 era nato Giambattista Moroni, un artista, che sarebbe diventato famoso per i suoi ritratti (alla National Gallery di Londra gli hanno dedicato un’intera sala) e che Roberto Longhi annoverava tra i più importanti precedenti di Caravaggio (anche lui bergamasco, anche se della Bassa). Ma Moroni era stato anche autore di molte opere sacre, e oggi se si percorre la Val Seriana non c’è paese che non ne vanti una. Sono opere semplici, senza orpelli e senza retorica, di una sobrietà che risente delle raccomandazioni che San Carlo andava distribuendo durante le sue instancabili visite pastorali. Nel suo paese Moroni ha lasciato, tra le altre opere, questa Crocifissione per la parrocchiale di San Giuliano, databile intorno al 1560. È un quadro che si sviluppa in altezza e che alla base ha i santi Bernardino e Francesco inginocchiati in adorazione. Quello che però colpisce di questa è la figura di Gesù crocefisso che si staglia contro un paesaggio fosco e temporalesco, dove tutti i fedeli potevano riconoscere le montagne che circondano Albino a cominciare dalla massa isolata del Monte Misma. Nel cuore di questo cielo oscurato, Gesù è dolorosamente solo, in quel contesto scarno e spogliato di ogni enfasi. È quasi un’icona, che chiama alla meditazione e all’adorazione, ma nello stesso tempo, nella sua semplicità e povertà, è assolutamente reale. La solitudine di questo Gesù crocifisso per analogia richiama quella che stanno sperimentando i tanti conterranei di Moroni, chiamati oggi ad affrontare la morte nelle terapie intensive senza poter contare sulla compagnia delle persone care. È un’analogia che fa capire quanto questa immagine sia vera e vicina alla vita, loro e anche nostra. È un’immagine che nella sua umiltà e compostezza dice quanto Gesù si sia piegato alla nostra condizione umana. C’è poi in quel quadro un tocco che non si può non notare: è il perizoma di Gesù, agitato dal vento tempestoso. Ha un colore dissonante e imprevisto. Un tocco che è l’equivalente di un palpito di cuore: il cuore di Gesù che abbraccia il destino degli uomini. 

N033

Written by gfrangi

1 Aprile, 2020 at 8:45 am

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Pasquale Trisorio e l’uomo con il cappello di Feltro

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Beuys a Villa Orlando ad Anacapri con la famiglia Trisorio

Articolo scritto per Alias, pubblicato l’8 marzo 2020

Lo scatto è del 13 novembre 1972: Josef Beuys, cappello di feltro in testa, giubbotto chiaro e il suo classico borsello a tracolla, cammina con un passo pieno di convinzioni verso l’obiettivo e quindi verso di noi. È un’immagine che accoppiata al suo famoso titolo, “La rivoluzione siamo noi”, avrebbe segnato un’epoca. Intorno a Beuys si scorge uno scenario un po’ delabré, da architettura mediterranea decaduta: è quello di Villa Orlandi ad Anacapri, una bellissima costruzione di fine Settecento in abbandono che due anni prima Pasquale Trisorio aveva accettato di risistemare e far rivivere. Trisorio ai tempi faceva parte della squadra di Modern Art Agency, fondata da Lucio Amelio nel 1965: una realtà che aveva aperto la scena artistica napoletana a personaggi come Robert Rauschenberg, Keith Haring, Cy Twombly. Trisorio raccontava di aver sentito “suonare i campanelli” quando la fondazione proprietaria della villa nel 1970 aveva lanciato la chiamata per trovarle una destinazione: ne avrebbe fatto la “cosa che non c’era”, un luogo di incontro e di ritrovo per tanti artisti, con possibilità anche di stare per lunghi periodi a lavorare, usando gli spazi della Villa come studio. Sono rimasti dei bellissimi album dei visitatori a documentare lo straordinario flusso di ospitalità fino all’anno in cui la Villa venne lasciata, nel 1989. Tra i primi c’è proprio Beuys che nel 1971 firma con quattro polaroid della sua famiglia (oltre a lui, la moglie, le figlie Wenzel e Yessyka). La selezione degli album occupa quasi la metà del volume monumentale che la moglie Lucia e la figlia Laura hanno voluto per restituire una documentazione soprattutto visiva della parabola di questo protagonista di quella grande stagione artistica napoletana (“Studio Trisorio. Una storia d’arte”, Electa, pag 566, 80 euro). Una stagione segnata anche da un amaro destino: da Marcello Rumma, a Lucio Amelio fino a Trisorio sono tutti morti prematuramente (Trisorio morì a 60 anni a Lione nel 1992). 

Tutto in una foto: da sinistra, Amelio, Kounellis, Trisorio, Celant e Beuys

Il passaggio chiave per Amelio e Trisorio matura alla metà degli anni 70. Per un anno erano stati in società nella Modern Art Agency, ma le loro erano personalità troppo forti per convivere a lungo. Così nel 1974 Trisorio apriva il suo spazio a Riviera di Chiaia, con una mostra di Dan Flavin in collaborazione con la Galleria Sonnabend. «Le luci sono bellissime», disse il meccanico che occupava il cortile. «Ma i quadri quando li appenderete?».  Era in questa Napoli vitale e trasversale che Trisorio e Amelio si muovevano; una Napoli in cui fiorivano tante realtà come lo Studio Morra, il Centro di Dina Caróla, la Galleria Lia Rumma. Amelio nel 1975 apriva la sua galleria con un’installazione destinata a segnare la storia: “Tragedia civile” di Jannis Kounellis, pensata all’indomani della strage di Piazza della Loggia. Lo stesso Kounellis compare in una foto del 1972 a Villa Orlandi: attorno al tavolo, dove avevano finito di pranzare, si riconoscono Beuys, Germano Celant, Lucio Amelio e Pasquale Trisorio (lo scatto era di Gianfranco Gorgoni). «Tutto in una foto», scrive Michele Bonuomo «Quel giorno di inizio estate l’uomo con il cappello di feltro ha fatto incrociare i destini dei quattro, e lanciando da Villa Orlandi la parola d’ordine “La rivoluzione siamo noi” segna in qualche modo la vicenda futura di ciascuno di loro. Anche Pasquale raccoglie l’esortazione e da quel momento tutto cambia in lui». L’invito di Beuys, espresso in quel passo risoluto sul viale di Villa Orlandi, era quello di fare di Napoli il teatro antropologicamente perfetto per la sua idea di opera d’arte come corpo sociale. Non c’era nulla di ideologico o di antagonistico in quello slogan di Beuys; piuttosto c’era una spinta vitalistica destinata a trasmettere energia alla scena artistica napoletana. Energia e insieme libertà: emblematico al proposito è l’episodio raccontato nel volume, relativo ancora a Kounellis. L’artista greco era uno dei più fedeli a Villa Orlandi, dove passava lunghi periodi a lavorare. Un giorno se ne allontanò dicendo che sarebbe tornato dopo due giorni. In realtà sparì, lasciando vestiti, carte, materiali per dipingere, lavori iniziati. Durante l’inverno un gruppo di scugnizzi di Anacapri entrarono nella Villa e si divertirono a dipingere sulle tele dell’artista. Trisorio raccontava di aver conservato una tela grigia di Kounellis con sopra una chiesetta bianca e una luna dipinta da quei bambini.

C’è una cifra che caratterizza la proposta espositiva di Trisorio: un trasversalismo che gli permise di puntare subito i suoi interessi sulla fotografia. Nel 1976 affidò a Mirella Miraglia la curatela della mostra che portò alla scoperta delle fotografie di Paolo Michetti: una vera rivelazione, con quello scatto di D’Annunzio sulla spiaggia di Francavilla o la sequenza della Mattanza dei tonni ad Acireale. Il rapporto più intenso è stato naturalmente quello con Mimmo Jodice, napoletano doc, altro abituale frequentatore di Villa Orlandi: nel 1978 la Galleria presentò la mostra “Identificazione”, dove le immagini di Jodice erano affiancate a quelle di coloro che lui riteneva i suoi maestri. Nel cartoncino d’invito infatti c’era non una sua immagine ma la celebre e sofferta foto del padre scattata da Richard Avedon.

Aprire alla fotografia comportò anche un’attenzione precoce alla videoarte: è del novembre 1982 la rassegna “Differenza Video”s che in quattro giorni vide alternarsi tutti i maggiori artisti, da Bruce Nauman, a Bill Viola, Nam June Paik, Joan Jonas… Forse è sull’onda di quell’esperienza che Laura, una delle tre figlie di Pasquale, una volta morto il padre decise di avviare l’avventura di Festival Artecinema, una rassegna di documentari d’arte contemporanea, che dal 1996 ogni anno a ottobre invade tanti teatro e cinema di Napoli, a iniziare del San Carlo, con un successo costante di pubblico. 

Quanto a Pasquale lo vediamo vivere nella sequenza lunghissima di foto, sempre felice di condividere nuove avventure con gli artisti che si alternavano nella sua Galleria. Si respira sempre un tono di simpatia e di complicità anche laddove le prove erano po’ estreme. Nel 1975 Vincent D’Arista gli propose un progetto che prevedeva la distruzione della Galleria durante la mostra di Shusaku Arakawa. Dopo un po’ di resistenze Trisorio diede il via libera senza sapere quale fosse l’intenzione finale di D’Arista: la distruzione della Galleria prevedeva inevitabilmente l’eliminazione del gallerista. Trisorio venne legato con uno spago e costretto a stare sdraiato. “Don’t Step on Me” era il titolo della performance. “Non calpestarmi”. Nel 1999 Maurizio Cattelan avrebbe ripetuto il rito legando e appendendo Massimo De Carlo al muro della sua Galleria milanese. Trisorio da lassù avrà sorriso…

Written by gfrangi

12 Marzo, 2020 at 2:26 pm

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Villa Panza, il sogno di Martin Puryear

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Martin Puryear, “Desire”, 1981, Varese, Villa Panza

C’è un’esperienza decisiva nella vita di Martin Puryear, artista e scultore afroamericano: negli anni 60, appena laureato aveva scelto di arruolarsi nei Peace Corps e andare in Sierra Leone. Era un ritorno alle radici, che lo portò a scoprire una parte di se stesso, in quanto artista. Fu per lui un’altra scuola, a contatto diretto con ceramisti, tessitori e intagliatori nel legno locali. Quell’esperienza lo ha segnato in modo decisivo, così tornato negli Usa ha declinato la sua formazione all’insegna del Minimalismo con questa cultura manuale e materiale appresa in Africa. Il “colletto blu” del Minimalismo è stato infatti chiamato, per questa grammatica operaia e artigianale della sua arte. Ora è possibile riscoprire Puryear grazie ad una stupenda, grande installazione riproposta a Varese a Villa Panza: in quanto esponente del minimalismo americano aveva infatti attratto l’attenzione di Giuseppe Panza che con il consueto fiuto aveva acquisito “Desire”, opera del 1981. È un grande manufatto in legno, costruito con straordinaria abilità manuale, usando con appropriatezza di versi legni: pino, cedro rosso, pioppo, abete. Da un grande cesto rovesciato si parte un’asta slanciatissima che dall’altro capo si trasforma in perno di una gigantesca ruota di bicicletta, di cinque metri di diametro. Il cesto rovesciato rappresenterebbe la propria identità afro, che vive in uno stato di costrizione sociale, ma che nonostante questo si rivela capace di coltivare grandi desideri: la forma elementare di una ruota di bicicletta, con i suoi perfetti raggi di legno rappresenta proprio la proiezione di questi desideri. Non solo, parla della loro bellezza; di un’aspirazione a immaginare poeticamente il mondo. La commozione che si sperimenta entrando nella Scuderia di Villa Panza, in questo ambiente pieno di luce e di candore, dimostra che Puryear è riuscito nell’intento…

Written by gfrangi

12 Marzo, 2020 at 2:01 pm

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Jan Van Eyck, “come meglio posso”

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Il quadro è poco più grande di una cartolina: una tavoletta verticale con la Madonna con il Bambino in uno scenario impreziosito da dettagli dipinti con cura infinitesimale. È la Madonna della fontana di Jan Van Eyck. Ho avuto modo di vederla in occasione di una piccola, interessante mostra al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Questo piccola tavola è conservata ad Anversa, e a Vienna è arrivata per via della scritta dipinta sulla cornice (messa in parallelo con quella che si trova in un’altra opera, nelle raccolte del KHM): l’artista ha messo non solo la sua firma e la data (1439) ma anche il suo motto in false lettere greche di cui è stato decifrato il significato. “ALS IXH CAN” è la scritta (qui riportata in lettere latine), che in olandese si scioglie secondo tre possibilità: “come io posso”; “come meglio posso”; “il meglio che posso, ma non come vorrei”. Pensare che un artista possa dipingere meglio di così un quadro come questo sembra davvero impossibile. Basta guardare solo il dettaglio di grande tenerezza del Bambino, con il suo corpo minutissimo che si inerpica sul collo di Maria, quasi a trovare protezione nell’incavo del suo collo. Una Maria semplice ma di dignità regale che ha lo sguardo abbassato, tutto per lui. È un’immagine preziosa e insieme di grande intensità affettiva; perfetta verrebbe da dire, non solo per la qualità ma in particolare per la chiarezza con cui ci parla. Eppure quel grande artista che l’ha dipinta con pennelli ultrafini, di sé dice cha ha fatto quel che ha potuto; che avrebbe voluto fare di meglio. Deve far riflettere il fatto che dopo aver realizzato un’opera come questa Jan Van Eyck abbia dovuto rendere pubblica la propria inadeguatezza. Che non è evidentemente tecnica, che non riguarda la sua abilità davvero insuperabile, ma che probabilmente tocca proprio il soggetto. Come ci dicesse: “Ho provato ad esprimere l’intensità d’affetto e di destino che lega Maria al Bambino, ma ne ho restituita solo un’ombra…”. Un’ammissione che ci dice come la coscienza del proprio limite sia connaturata alla natura di chi è un grande artista (a dispetto della retorica che li spaccia per onnipotenti). In secondo luogo fa capire che un’opera come questa trova il compimento con lo sguardo che vi si poserà sopra, cioè il nostro e con la semplice, sincera devozione che metterà in atto.

Written by gfrangi

28 Gennaio, 2020 at 12:59 pm

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San Giuseppe, Artemisia e il potere del sonno

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Artemisia Gentileschi, Allegoria della pittura

Articolo pubblicato su Il Sussidiario il 17 gennaio

Si sa che papa Francesco su un mobiletto all’ingresso del suo appartamento di Santa Marta tiene una statuetta particolare: è un san Giuseppe che dorme disteso per terra. Se lo era fatto arrivare da Buenos Aires appena dopo l’elezione, in una valigia che conteneva tutti gli oggetti a lui più cari. Una devozione che lui stesso aveva rivelato pubblicamente in occasione del discorso alle famiglie a Manila nel gennaio 2015: «Vorrei anche dirvi una cosa molto personale. Io amo molto san Giuseppe, perché è un uomo forte e silenzioso. Sul mio tavolo ho un’immagine di san Giuseppe che dorme. E mentre dorme si prende cura della Chiesa! Sì! Può farlo, lo sappiamo». Francesco poi raccontava che il suo san Giuseppe non dormiva più per terra, perché sotto la statuetta s’era formato un “materasso” fatto dai biglietti che lui stesso abitualmente mette per affidare al sonno del santo le questioni che lo preoccupano. «Così io dormo più tranquillo», ha detto il papa che ha sempre ammesso di «dormire come un legno».

Il sonno di san Giuseppe del resto, a leggere i Vangeli, non è davvero tempo perso, visto quante volte Dio si è fatto vivo con lui attraverso i sogni per fargli poi prendere le decisioni giuste per la sua strana famiglia. Il sonno quindi non è un momento “morto”, ma è un momento in cui uno stato di abbandono e di “affidamento” si accompagna a un di più di sapienza e di coscienza delle cose. 

Orazio Gentileschi, dettaglio di San Giuseppe addormentato nella Fuga in Egitto

Non si può non guardare con simpatia e anche gratitudine a questa devozione di Francesco, anche per quella sua portata così provvidenzialmente tranquillizzante e anti ansiotica. È una devozione semplice, che in realtà nasconde una profonda intelligenza della realtà.

Ho potuto averne una conferma leggendo l’ultimo libro di Giorgio Agamben, “Studiolo” (Einaudi). Un piccolo libro, quasi un vademecum che scavando in alcune immagini coglie dimensioni profonde del vivere. Ebbene ad un certo punto Agamben si sofferma su un quadro di Artemisia Gentileschi, un’Allegoria della pittura. L’aspetto insolito del quadro è che la pittura nell’allegoria è rappresentata come una donna prosperosa che dorme per terra, tra tavolozza e pennelli. Come spiegare una simile stranezza? Agamben, rifacendosi al De Anima di Aristotele, spiega che il sonno coincide con quella situazione in cui l’anima possiede la scienza prima e indipendentemente dal suo esercizio (che avviene invece nello stato di veglia). Scrive il filosofo: «La potenza – questa è la tesi geniale, anche se in apparenza ovvia di Aristotele –è definita essenzialmente dalla possibilità del suo non –esercizio, cioè dal suo poter stare allo stato dormiente». Banalizzando vuol dire che nel momento del sonno un artista sperimenta la pienezza del proprio essere artista, proprio perché il dono ricevuto è libero dall’intenzionalità e dal calcolo legato inevitabilmente all’agire. Evidentemente non si vive dormendo, ma imparare a fidarsi del sonno è qualcosa che ci rende più umani.

Written by gfrangi

22 Gennaio, 2020 at 11:25 am

Dürer, la grandezza nel dettaglio

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Dürer, Ritratto a 13 anni

Questa recensione della mostra sui disegni di Albrecht Dürer all’albertina di Vienna è uscita su Alias di sabato 29 dicembre.

Quando il 6 aprile 1528 Albrecht Dürer morì nella sua Norimberga non lasciò nulla al caso. Nello studio centinaia di disegni e incisioni erano raccolte e schedate meticolosamente, pronte per essere gestite dalla moglie Agnes Frey, donna spigolosa che era stata a fianco dell’artista per tutta la vita, senza riuscire a dargli un erede. Così intorno al 1550 una parte consistente di quel patrimonio venne acquisito “a pacchetto” da un commerciante della città, Willibad Imhoff. Quello stesso patrimonio poi passò compatto nelle collezioni di Rodolfo II a Praga, per arrivare a Vienna alla corte degli Asburgo ed entrare infine, nel 1796, all’Albertina per volontà del suo fondatore Alberto di Sassonia. La premessa è necessaria per capire come sia possibile realizzare una mostra come quella che l’Albertina stessa ha proposto in questi mesi dedicata proprio al cantiere di lavoro di Albrecht Dürer: sono esposti 100 dei 140 tra disegni ed acquarelli delle raccolte, insieme a decine di prestiti arrivati da grandi istituzioni di tutto il mondo. 

Il valore di questa mostra è quella di offrirsi come un’esplorazione puntigliosa dei meccanismi di produzione artistica che hanno caratterizzato la bottega del più grande e “globale” maestro del Rinascimento tedesco. Fin dai primi passi il percorso di Dürer si rivela impostato con decisione: ad un’incisione a bulino con un Autoritratto del padre orafo, Albrecht risponde con un “Autoritratto” a punta d’argento fatto a 13 anni. Il ragazzino ha già un aspetto saldamente consapevole e con il dito puntato sembra indicare il percorso a cui mira. Un percorso che non coincide con la professione del padre anche se dall’arte orafa incassa quella vocazione a mirare al dettaglio più infinitesimale. Trascorrono 10 anni ed ecco comparire Agnes, anzi “mein Agnes” come l’artista scrive sul foglio, questa volta disegnato a inchiostro: è il 1494, anno del matrimonio, per altro combinato dal padre durante l’assenza di Dürer per apprendistato presso Martin Schongauer a Colmar. È una moglie ragazzina e colpisce l’immediata intimità del rapporto, anche se il sodalizio prenderà poi un connotato più imprenditoriale che affettivo.

Dürer, Mein Agnes

Già nel 1495 fa esordire il celebre monogramma “AD” vero marchio di fabbrica con il quale tenta di proteggere le sue invenzioni. È un Dürer sistematico, concentrato nell’operatività quello messo in scena con questa mostra dell’Albertina. Nelle premesse Christof Metzger, curatore dell’Albertina, chiarisce di aver voluto tenersi fuori dalla celebre lettura panofskyana di Dürer che assegnava una centralità al motivo della malinconia. Infatti la mostra insiste coerentemente sull’indagine del “modus operandi” dell’artista, quasi a voler dimostrare come l’organizzazione del lavoro, macchina sempre perfettamente a regime, fosse speculare alla sua organizzazione mentale. L’eccezionale ricchezza dei materiali esposti certamente rende agevole e convincente questo approccio, nella doppia direzione in entrata e in uscita. In entrata quando vediamo Dürer applicarsi allo studio dei modelli altrui, come nel caso delle due celebri incisioni di Mantegna, Il “Baccanale con sileno”, e la “Zuffa di dei marini”. In mostra sono esposti fianco a fianco i prototipi e le repliche a disegno, realizzate nel 1494 in occasione del primo viaggio italiano. Dürer assimila il modello con fedeltà quasi scolastica, ma stempera inevitabilmente il segno arcigno e implacabile di Mantegna: la romanità per lui non è un’ossessione ma una delle tante opzioni nel ventaglio della sua produzione. Certamente di Mantegna gli interessa anche altro: cioè il suo modello produttivo di diffusione e moltiplicazione delle opere attraverso le incisioni.

Dürer, Zolla d’erba, dettaglio

Il metodo Dürer emerge con chiarezza nella sala che raccoglie i suoi studi di natura. La “Zolla d’erba“ o il “Ramo di Iris” nella loro iconicità iperrealista lasciano con il fiato sospeso. Precisione orafa e visionarietà si tengono insieme in questi studi che per Dürer funzionavano come fogli di presentazione del proprio lavoro ai committenti. Sono tessere di mondo naturale con una loro autonomia, dotate di troppa energia propria per immaginarli come studi per composizioni più complesse. I meravigliosi Iris (1503) realizzati ad acquarello, tutti in verticale, incollando tre fogli uno sopra l’altro, li ritroviamo usati in una grande tavola della Madonna della Rosa proveniente ialla National Gallery di Londra. Qui l’opera viene riferita ad Hans Baldung Green, e il motivo degli Iris preso pari pari dal modello di Dürer, nel complesso dell’opera sembra un po’ estraneo e fuori parametro per una sua costitutiva irriducibilità ad entrare in un conteso. Del resto nella stessa sala l’iconico Leprotto (1502), da sempre simbolo dell’Albertina (e in questa occasione gadgettizzato attraverso una scultura multiplo a grandezza naturale firmata da Ottmar Hörl), sconcerta per quel senso di vuoto pneumatico che lo circonda. La bestiolina abita il foglio bianco con quella sua posa in diagonale e l’ombra leggera proiettata sulla sua sinistra. L’approccio di Dürer non è quello del naturalista, ma semmai prelude allo sguardo di ghiaccio della nuova oggettività. L’oggetto rappresentato è solo uno straordinario pretesto per mettere a verifica la propria capacità di controllo del reale. Nell’occhietto del coniglio non a caso vediamo specchiarsi l’unico dato d’ambiente di questo capolavoro, così popolare e insieme così straniante: è la luce di una finestra, che è facile immaginare fosse quella dello studio dell’artista

Dürer, Il Leprotto, dettaglio

Quando Dürer arriva a Venezia in occasione del suo secondo viaggio italiano del 1506 si avverte però un mutamento di problematica interna al suo laboratorio. Il mutamento riguarda proprio la funzione degli studi che da questa data in poi sono per la gran parte preparatori per opere dipinte di grande ambizione. In mostra vengono ricostituiti alcuni insiemi, in particolare quello che riguarda il cantiere per il Gesù tra i dottori (1506), della Collezione Thyssen. I meravigliosi disegni preparatori sono realizzati sulla celebre carta azzurra veneziana, che lui stesso si faceva da sé non fidandosi delle partite che gli venivano vendute, in cui a volte l’indaco veniva mischiato e usato per mascherare dei difetti della carta. Ancora una volta Dürer mette il campo questi suoi approcci controllatissimi al reale, in particolare nella sequenza degli studi per le mani gesticolanti per il quadro finale. È una capacità di controllo di una tale intensità da creare problemi di tenuta nel momento in cui dagli studi passa all’opera stessa: non a caso il cantiere del quadro si rivelerà tormentato. E per quanto Dürer abbia tentato di zittire le malelingue scrivendo sul foglietto che sporge dal libro, “opus quinque dierum” (lavoro di cinque giorni), una volta tornato a Norimberga lo metterà nelle mani di Baldung Green per portarlo, con mestiere, a compimento. 

È una situazione che si ripete anche di fronte ad altre due opere celebri messe in mostra con tanto di studi preparatori: l’Adorazione dei Pastori (1504) degli Uffizi e la “Madonna del Rosario” (1506)  dalla Narodni Gallery di Praga. Anche in questi casi la complessità della macchina compositiva rivela un affanno rispetto all’esattezza esecutiva e mentale degli studi preparatori. La pittura si fa paradossalmente liquida, rispetto alla sicurezza ferrea dei disegni. In sostanza il risultato della mostra viennese finisce con l’essere una conferma della assoluta centralità, per quanto riguarda l’opera di Dürer, di quello straordinario patrimonio custodito nei propri forzieri.  

Written by gfrangi

22 Gennaio, 2020 at 11:15 am

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La diagonale di Caravaggio

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Articolo scritto per Tracce, numero dicembre 2019.

Una diagonale. Una semplice diagonale. Il senso dell’Adorazione dei Pastori, capolavoro dei tempi estremi di Caravaggio, si riassume in quella linea che fa da architrave compositiva e poetica del quadro. La linea parte in alto dal pastore appoggiato al bastone e scende con mola chiarezza passando per la testa del pastore calvo sino ad arrivare alla Madonna che stringe tra le braccia il Bambino in fasce. Nel triangolo inferiore tracciato dalla diagonale Caravaggio ammassa tutti i protagonisti, in quello superiore invece non ha problemi a dipingere, qualcosa di complementare, un grande spazio fatto di niente, tale è la povertà che lo contraddistingue («La capanna rotta e disfatta d’assi e di travi», descrisse l’opera Giovan Pietro Bellori nel 1672). La forza della linea tracciata nell’artista sta soprattutto nell’evidenza della sua direzione: punta decisamente verso il basso. E proprio qui sta il dato decisivo del capolavoro di Caravaggio. I pastori arrivati per vedere il Bambino sembrano precipitarsi con il loro sguardo verso quel punto che sta ai loro piedi. O, per dirla con più aderenza alle cose, verso quel punto posato sulla nuda terra. In genere si adora qualcosa che sta in alto, e che è accarezzato dalla luce del cielo. Qui invece il parametro è capovolto, perché il quadro di Caravaggio è un quadro che affettivamente e compositivamente punta in direzione della terra, scabra e nuda. Naturalmente la geometria immaginata dal grande artista si popola di una straordinaria densità umana. È quella dei pastori, sospinti da un impeto appena trattenuto a piegarsi verso il Bambino; a loro si unisce anche il vecchio Giuseppe, sulla destra, identificabile dall’aureola, tracciata in modo molto leggero. Hanno sguardi semplici; sguardi conquistati da ciò che hanno davanti a loro: pieno di stupore il primo a sinistra, commosso il secondo, semplice e devoto quello di Giuseppe. A terra c’è Maria, sdraiata, con il gomito appoggiato sulla mangiatoia, il volto in penombra tutto dedito al figlioletto che protende le sue braccia vero di lei. È una Madonna dell’umiltà, dato che la radice della parola umiltà ha a che vedere con “humus”, terra; ha un mantello di un rosso vermiglio acceso, che sembra metafora o espansione di un cuore acceso da un infinito amore.

Il nuovo allestimento delle due opere di Caravaggio nel Museo regionale di Messina

È un’iconografia che a Caravaggio potrebbe essere stata suggerita dai committenti di area francescana; infatti il quadro, oggi custodito nel bellissimo Museo regionale di Messina rimesso a nuovo, era destinato all’altare maggiore di Santa Maria della Concezione, chiesa dei Cappuccini, distrutta dal terremoto del 1908. Tra l’altro, in quegli anni nella città dello Stretto, come rilevato da Antonio Spadaro, gesuita messinese, oggi direttore della Civiltà cattolica, era arcivescovo un personaggio di grande prestigio, fra’ Bonaventura Secusio, dei minori osservanti. Insomma il cupo Caravaggio, «uomo di cervello inquietissimo, contenzioso e torbido», come lo aveva descritto il messinese Francesco Susinno, aveva disciplinatamente accettato le indicazioni che gli erano arrivate dalla committenza francescana ma le aveva poi decisamente sopravanzate, con quella geniale semplicità che lo portava sempre a toccare il cuore della realtà e a mettere a nudo le attese degli uomini. Come aveva scritto un grande studioso dell’artista lombardo, Ferdinando Bologna Caravaggio in quadri come questo «operava un adeguamento del sacro all’esistente, per mettere il sacro all’effettiva portata degli uomini… Dimostrarlo accessibile per via di “somiglianza” significa per lui liberarlo dalle contemplatività astratte e discriminanti e rivelarlo agli uomini nell’aspetto profondamente costruttivo di forza vicina». Proprio così: il Natale secondo Caravaggio è davvero “forza vicina”.

Written by gfrangi

18 Dicembre, 2019 at 2:36 pm

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Richard Gerstl, meteora senza patria

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Questa recensione della mostra dedicata a Richard Gerstl al Leopol Museum di Vienna è stata pubblicata su Alias domenica 15 dicembre, con il titolo “Il suo pennello psichico”.

Inizia giustamente dalla fine la mostra che il Leopold Museum ha dedicato a quel genio-meteora che è stato Richard Gerstl. Siamo nell’estate 1908. L’artista 25enne per la seconda estate è in vacanza a Gmuden, sul lago Traunsee, invitato dalla famiglia Schönberg, Arnold e la moglie Mathilde con i due bambini, Trudi e George. Si erano conosciuti due anni prima, quando Gerstl era stato chiamato a far lezioni di pittura ai due coniugi. Si era stabilita subito un’intesa profonda, originata anche dalla comune passione per la musica. Ma i due erano legati anche da un’affinità anche temperamentale, che li portava a condividere esperienze di vera frenesia creativa. In quell’estate del 1908 Schoenberg con “String Quartet n. 2” si era avventurato per la prima volta fuori dalle regole del sistema tonale.  Gerstl da parte sua nelle stesse settimane realizzava il “Ritratto della famiglia Schönberg” (in realtà famiglia allargata): un grande quadro incandescente, dipinto con un accanimento febbrile, su un fondo giallo che sembra forare la retina. La tela balza fuori dalla parete dipinta di blu del Leopold, con quel suo concentrato di energia psichica che detta anche le modalità della stesura pittorica. Gerstl lavora con pennello, spatola e anche con le dita, usa smalti, arriccia la pittura, la lascia rigonfiare oppure la graffia quasi ci mettesse dentro le unghie; a tratti la stende con impeto, a tratti la incide con tocchi da bisturi. Su questo universo di pittura concitata s’affacciano le sei figure, o meglio le sei anime che ci guardano dalla soglia di un altrove.

È un momento di grandi turbolenze per le biografie dei personaggi coinvolti in quest’opera abbacinante. Gerstl infatti aveva allacciato una relazione sentimentale con Mathilde, la moglie dell’amico. Il 26 agosto Arnold li aveva sorpresi in flagrante e i due erano scappati a Vienna per una breve avventura. Ma Schönberg alla fine aveva convinto la moglie a tornare in famiglia, per il bene dei figli. Alla luce di questi fatti (che avrebbero portato al suicidio dell’artista, avvenuto il 4 novembre di quello stesso anno), il “Ritratto della famiglia Schönberg” sembra davvero affacciarsi su una soglia misteriosa, che è un crocevia del destino.

La famiglia Schönberg, 1908

Immaginare un’opera così datata 1908 lascia anche spiazzati per la sua incollocabilità: certamente ha poco a che vedere con quel che stava affermandosi a Vienna in quegli anni (il fratello Alois aveva rivelato che Gerstl si era rifiutato di esporre a fianco di Klimt). E non regge neppure l’ipotesi di un’affiliazione alla famiglia espressionista, perché il radicalismo della sua pittura è tutta di natura psichica e introspettiva.

La mostra di Vienna comincia dalla fine, in quanto la fine ha segnato profondamente tutta la vicenda critica di Gerstl. Infatti all’indomani del suicidio i suoi due fratelli avevano raccolto tutte le opere trovate nello studio depositandole in un magazzino. La vicenda con Schönberg aveva gettato uno stigma sull’artista: un’ipotesi di mostra dei suoi lavori era stata ritenuta rischiosa e sconveniente dallo stesso Heinrich Lefler, un professore che aveva preso Gerstl sotto le sue ali dopo le complicate vicende vissute in Accademia. Il suo lavoro venne in un certo senso sepolto insieme a lui. Solo nel 1931, cioè ben 23 anni dopo, il fratello Alois si decise a portare un piccolo quadro con un paesaggio a un gallerista di Vienna, Otto Kallir. Kallir volle subito esaminare il magazzino, comperò 34 opere e le espose nella sua Neue Galerie. Per pubblico e critica fu una vera rivelazione: “Un Van Gogh austriaco” era stato il titolo del Neues Wiener Journal. Ma l’eco della mostra andò ben oltre i confini dell’Austria. Venne infatti portata in Germania, a Monaco e a Berlino. La sfortuna però ancora una volta si accaniva sul destino critico di Gerstl. Il 1931 è infatti l’anno della salita al potere di Hitler: Kallir, il cui vero nome era Nirenstein, era ebreo, decise di vendere la galleria ed emigrare in America. Su Gerstl calava di nuovo il silenzio fino al 1965, quando a Vienna venne organizzata una sua grande retrospettiva nel palazzo della Secessione: il tentativo di Otto Kallir di portarla in America (dove nel frattempo era stato sancito il successo di Schiele) si scontrò però con la volontà contraria del presidente della Secessione. Sembrava quasi un accanimento postumo. Nel frattempo però due collezionisti, Fritz Kamm, svizzero, e Rudolph Leopold, viennese, avevano rastrellato gran parte del magrissimo catalogo di Gerstl (solo 69 quadri sono arrivati a noi, più un numero ridotto di disegni): oggi le due raccolte sono finite rispettivamente alla Kunsthaus di Zug e al Leopold Museum di Vienna.

Forse per riscattare questo complicato destino, la mostra organizzata dallo stesso Leopold (fino al 20 gennaio; poi si sposterà poi a Zurigo) è stata concepita come un risarcimento: la quasi totalità delle opere di Gerstl sono state messe in parallelo con alcuni suoi contemporanei (Munch, Bonnard e Vuillard in particolare) o in relazione con chi si è riconosciuto debitore nei suoi confronti (Bacon e Arnulf Rainer e tanti altri). La scelta crea un effetto di confusione, anche perché il percorso di Gerstl è un percorso costitutivamente non lineare; la sua cronologia è fitta di punti interrogativi e forse un criterio più filologico sarebbe stato più utile e interessante.

La natura della pittura di Gerstl infatti è disallineata rispetto a quella degli altri protagonisti di quell’inizio secolo viennese. Se Klimt e Schiele (ma anche Kokoschka) avevano un’identità stilistica a volte anche implacabilmente precisa (con tanto di veri e propri tic…), il profilo di Gerstl invece è un profilo stilisticamente molto mobile.

È del 1905 ad esempio il “Ritratto delle sorelle Karoline e Pauline Frey”, un grande quadro fantasmatico, dove la nuvola bianca della veste allaccia le protagoniste come fossero anime siamesi; la materia è magra, come spazzata via dal passaggio del tempo; al centro i due volti pallidi, con gli occhi che perforano quel grande vuoto presagio di tempesta. Al contrario, la stupenda sequenza di paesaggi dipinti nell’estate del 1907 a Gmuden e dintorni, sono soprassalti di felicità pittorica, con pennellate gonfie, dense che vanno golosamente a occupare tutto lo spazio della tela. È naturalismo solo apparente perché l’obiettivo di Gerstl è sempre quello di intrappolare la luce, e i colori che la luce accende, per fare del quadro un evento carico di energia psichica.

Autoritratto nudo, 1908

La pittura per Gerstl è innanzitutto strumento per spingersi dentro il mistero del suo proprio destino. Lo dimostra la serie meravigliosa e anche iconica degli autoritratti che puntellano tutto il percorso della mostra. Anche in questi casi ogni volta l’artista conferma di mantenersi libero da vincoli di coerenza stilistica. Così ci appare, in un’opera del 1905, come uno scabro fantasma strindberghiano, nudo con un lenzuolo bianco che gli avvolge le gambe, sulla soglia di uno spazio blu, quasi un lago destinato a richiudersi su di lui. Oppure lo vediamo scatenarsi in una risata, quasi un Frans Hals redivivo: e la materia sta al passo, fremendo in questa convulsione un po’ sopra le righe. Nel 1908, il 12 settembre, nel pieno della tempesta sentimentale, dipinge l’“Autoritratto nudo”. Qui Gerstl si presenta magro ma quasi spavaldo; parallelamente libera la pittura e la lascia scatenarsi in una prova di grande energia e intensità gestuale. Il blu questa volta non è più superficie muta e compatta, ma è tutto scheggiato e sarcasticamente graffiato con decorazioni di stampo klimtiano. Non si direbbe davvero di avere davanti un artista alla vigilia della resa…

Written by gfrangi

18 Dicembre, 2019 at 2:26 pm

De Pisis e il demone delle cose

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Recensione alla mostra di de Pisis al Museo del Novecento di Milano, pubblicata su Alias, 3 novembre 2019, con il titolo “Eccentrica grandezza di un dio minore”.

Natura morta marina (1929)

C’è un enigma che riguarda Filippo de Pisis: com’è possibile che un artista profondo, anticipatore e meraviglioso come lui resti ancora relegato nell’ambito dei maestri “minori”. Se lo chiedeva Giuliano Briganti 30 anni fa. «Mi domando», scriveva il critico, «perché de Pisis non goda in campo internazionale di una considerazione pari ai suoi grandissimi meriti». Ce lo si chiede oggi dopo aver visto la mostra appena aperta al Museo del Novecento e che verrà poi portata a Roma, a Palazzo Altemps nel 2020 (a cura di Pier Giovanni Castagnoli, fino al 1 marzo; catalogo Electa). È una mostra importante e in qualche modo attesa, per la quale è stata setacciata una sequenza di opere assolutamente “conquistatrici”: De Pisis ha infatti questa peculiarità, di catturare al primo sguardo e poi di risucchiarci, stabilendo una relazione che diventa difficile rescindere: resta incollato alla retina, per il portato umano, lirico e psichico dei suoi lavori. 

A Milano ce ne si rende conto appena entrati in mostra, davanti alla “Natura morta con marina”, opera prima del 1916 di un de Pisis ventenne. È già un’opera “totale”, sognante, misteriosa ma anche carnale; in embrione si trovano tanti motivi/ossessioni che mai l’abbandoneranno, ma quello che più colpisce è la fulmineità della sua visione, unica, personale, da subito spavaldamente eccentrica. De Pisis a quel punto ha già intrapreso «il suo viaggio solitario alla scoperta del “demone di ogni cosa”» (Giuliano Briganti). Occhieggia a qualche compagno di strada, come Giorgio De Chirico, di cui mette in scena, ruotandolo, la riproduzione di un suo capolavoro della stagione ferrarese (per altro esposto alla mostra nel contiguo Palazzo Reale), davanti a due pesci “sacri”. Ma sostanzialmente, pur rapportandosi con tanti, non si accoda mai a nessuno, per una sorta di irriducibilità ad ogni “contenitore”. 

L’archeologo (1928)

Quello di de Pisis è, sempre secondo Corrado Levi, «un esilio specifico». Il senso di esilio è evocato dalla linea dritta del mare che attraversa tante sue opere, già a partire da quella Marina del 1916; una linea ineluttabile, a volte livida, lido per anime inquiete: più che mare, un Acheronte… In quel quadro magnifico e immaginifico che è “L’archeologo” (1928) la spiaggia è invasa da rovine antiche, improbabili nel loro gigantismo di cartapesta, inghiottite da un verde selvatico, mentre il protagonista vaga, piccolo e titubante. Un’altra spiaggia è invece terra di conquista della “Grande conchiglia” (1927): e come non riconoscere un’impronta di Goya in quella forma si leva sulla punta, quasi una giostra imperiosa, sullo sfondo di un mare di inchiostro? Ogni volta basta togliersi le lenti che pretendono di richiudere la pittura di de Pisis dentro la formula accomodante del post impressionismo, per vederla esplodere nelle direzioni più inattese. Come accade con “La bottiglia di champagne” (1928), dove il vassoio sul quale è stato allestito un rituale borghese, sembra inaspettatamente trasformarsi nel palco di un atto tragico. Del resto c’era davvero stata una “Bottiglia tragica”, dipinta l’anno prima: una bottiglia di Medoc, che era stata usata come arma contundente in una rissa da cui de Pisis era uscito pesto. 

I pasci sacri (1925)

E che dire di quei pesci, sacri o meno, creature inermi, striate di sangue, che tante volte si dispongono sul proscenio della tela, come se fosse stato destinato loro un altare? De Pisis, scrive di sentirsi attratto dal loro occhio sbarrato che «rincrudisce di dentro il senso di vuoto, di eterno, di essere, di nulla, di infinito»: e così ci fornisce una chiave di lettura che dilata la sua pittura, in una direzione che, come aveva suggerito Giuseppe Raimondi, è una direzione rimbaudiana.

Poi c’è spazio – e quanto spazio! – per i trasalimenti di tenerezza, come nell’inarrivabile “Gladiolo fulminato” (1930), dove il fiore al vertice sembra tramutarsi in carne a causa di un’overdose di dolcezza e preannuncia i vortici rosa di De Kooning. Tenerezza naturalmente si spreca nei volti e nei corpi dei ragazzi desiderati e amati, che suggeriscono spesso a de Pisis una pittura più leggera, quasi estemporanea come nel “Ritratto di Allegro” (1940): i capelli si arricciano fino a farsi scrittura, le ombre rosa sul corpo hanno la consistenza impalpabile delle nuvole. E ritroviamo ancora un battito meraviglioso di tenerezza in una delle ultime opere, “Cielo a Villa Fiorita”. Un quadro complesso e istintivo nello stesso tempo, dominato dall’accensione della macchia rossa e arancio di un fiore tra rami che sembrano di spine: s’affaccia su una finestra, che in realtà è un’autocitazione, perché il paesaggio che vi si vede è un paesaggio mentale, è il ben noto sfondo, usato quasi di default, con la linea del mare che solca l’orizzonte come se tracciasse il confine del destino. Improbabile da Villa Fiorita vedere un paesaggio così…

Veduta veneziana (1939)

A proposito di paesaggi, de Pisis arriva a stressarli fino a farne delle vere esperienze di allucinazione pittorica. In “Quai de la Tournelle” (1938), il vento agita e scompone tutte le forme, così l’immagine si fa lei stessa tempesta; le pennellate inseguono a piccoli tocchi il caos incalzante, in un vortice di segni più innamorati che impauriti. Potremmo pensare di essere sulle soglie dell’informale, ma in de Pisis la pittura è sempre felicemente gonfia di realtà e nella realtà ogni volta riapproda, pur contaminandola con sogni, con visioni, con ossessioni. Di sala in sala ci si rende conto di come la facilità (e felicità) delle sue pennellate funzioni ogni volta come uno stupendo inganno ottico che vela, quasi per pudore, profondità e anche complessità: ma poi ogni quadro di de Pisis si trasforma in un’avventura visiva che non sente affatto il peso del tempo.

Eppure de Pisis ancora deve fare i conti con quell’enigma di cui si diceva. Deve fare i conti anche in questa mostra milanese con uno sguardo che resta riduttivo: è emblematico il fatto che mentre la mostra di Giorgio De Chirico occupi in modo trionfale le sale grandi del piano nobile di Palazzo Reale, de Pisis sia invece a piano terra, costretto nella sequenza di sale piccole e un po’ “routiniers” del Museo del Novecento: figlio di un dio minore. Ogni volta è come se nei suoi confronti scattasse un riflesso condizionato per cui si finisce con il collocarlo tra le fila dei petits maîtres. Non è certamente così e il tempo rema dalla sua parte, come dimostra ognuno dei quadri esposti a Milano. Forse è arrivato il momento di realizzare quel progetto che Briganti aveva immaginato per portare de Pisis alla dimensione che gli spetta. Era l’idea di una mostra a tre, “Guardi, de Pisis, Cy Twombly”, con il marchesino al centro di una linea ideale, dove la lingua della pittura riesce ad essere corsiva e insieme epocale.

Grande natura morta (1944)

Written by gfrangi

3 Novembre, 2019 at 10:41 pm