Robe da chiodi

Archive for the ‘pensieri’ Category

A proposito dei piedi di Cattelan

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Due interventi per Vita e per il Sussidiario a proposito del Padiglione Vaticano in Biennale

C’è un fenomeno curioso che sta segnando questa nuova edizione della Biennale d’arte di Venezia: la cosa di cui più si parla è una cosa di cui non gira neanche un’immagine. Un paradosso per una manifestazione che vive di una ingordigia di immagini a 360 gradi, dai social ai siti fino alla carta stampata. L’oggetto di questo felice paradosso è il Padiglione con cui il Vaticano ha deciso di essere presente alla grande kermesse e che verrà anche visitato dal Papa il prossimo 28 aprile. Gli organizzatori, guidati dal cardinale Tolentino, prefetto del Pontificio Consiglio per la cultura, hanno scelto di pensare e allestire il Padiglione all’interno della casa di detenzione femminile della Giudecca. Dato che per entrare in carcere bisogna lasciare all’ingresso i cellulari, ecco che accade il miracolo: la mostra di cui tutti parlano e per la quale tutti si mettono in coda, è una mostra “invisibile”. Invisibile esattamente come le persone che abitano il luogo in cui è stata allestita. Si è creato così un corto circuito che fa saltare le normali dinamiche della comunicazione:  il silenzio mediatico si dimostra molto più potente dell’affannoso e tante volte insopportabile cicaleccio che pervade il mondo dell’arte. Maurizio Cattelan, un artista che è maestro come pochi nel conquistare visibilità cavalcando l’ansia dei nuovi media, ha ammesso che la scelta del Vaticano «è un gesto rivoluzionario perché ci obbliga a mettere piede in un territorio inesplorato, a guardare negli occhi chi ha perso la libertà».
“Con i miei occhi” è il cardinal Tolentino ha voluto per il Padiglione vaticano affidando poi la selezione degli artisti a due curatori Chiara Parisi e Bruno Racine. Un titolo che oggi comprendiamo nella sua pienezza: è una mostra che chiede di essere vista con i “nostri” occhi, senza nessuna possibilità di mediazione. Chi l’ha vista con i “suoi” occhi potrà raccontarcela ma niente di più. Tocca noi andare a vedere e andare a sentire le guide speciali che accompagnano tra le opere degli otto artisti: sono infatti le detenute stesse, vestite con le divise bianche e nere che loro stesse hanno disegnato. Non sono soltanto guide, perché elementi delle loro vite sono confluite in alcune delle opere esposte: le placche di lava smaltate realizzate da Simone Fattal contengono parti di poesie scritte dalle detenute. Che vestono la parte di attrici nel cortometraggio girato da Marco Perego e Zoe Saldana. Claire Tabouret ha realizzato le sue opere partendo dai ritratti da bambine delle detenute e dei loro affetti, ritratti installati in una grande quadreria nella sala adiacente alla Cappella. Infine sulla facciata della cappella Maurizio Cattelan ha fatto dipingere su scala gigantesca della pianta di due piedi di un uomo.  “I piedi insieme al cuore portano la stanchezza e il peso della vita”, ha spiegato l’artista. Quasi un avvertimento di cosa si vedrà solo con i nostri occhi oltrepassando la sogl

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Certamente l’immagine più iconica di questa Biennale veneziana da poco inaugurata è il grande murales fatto realizzare da Maurizio Cattelan sulla facciata della cappella della Casa di Reclusione femminile alla Giudecca. La cappella si affaccia sulla Fondamenta delle Convertite ed è l’unica opera fotografabile del Padiglione Vaticano: le altre sono all’interno del carcere, dove per accedere si devono lasciare, come da norme, i cellulari all’ingresso. Vanno dunque viste dal vero, “con i miei occhi” come sottolineato nel titolo stesso dato al Padiglione. 

L’immagine di Cattelan è costituita dalla pianta di due piedi nudi in proporzioni gigantesche che sembrano fuoriuscire dallo spazio stesso della cappella. Oltre che nudi sono sporchi di terra, profondamente segnati dalla fatica del cammino. È un’immagine sofferente, che si rifà al taglio ardito del “Cristo morto” di Mantegna. Ma che in realtà ha più affinità con la clamorosa ostensione dei piedi dei pellegrini inginocchiati davanti alla Madonna di Loreto, nel capolavoro di Caravaggio custodito nella chiesa di Sant’Agostino a Roma: piedi consumati dal cammino e mossi da una grande fede che ci troviamo davanti al naso, con quella meravigliosa brutalità di cui non saremo mai sufficientemente grati a Caravaggio (vedi anche il caso del dito di Tommaso infilato nella piaga di Cristo, nell’altro capolavoro conservato a Potsdam). «I piedi insieme al cuore portano la stanchezza e il peso della vita»: così con molta semplicità Cattelan ha voluto spiegare la sua scelta. Del resto il Padiglione Vaticano, ha detto sempre l’artista, «è un gesto rivoluzionario perché ci obbliga a mettere piede in un territorio inesplorato, a guardare negli occhi chi ha perso la libertà». 

I piedi dunque, e non certamente a caso. Quante volte infatti ricorrono nelle narrazioni dei Vangeli? Si va dai due episodi analoghi di Maria sorella di Lazzaro e della peccatrice in casa del fariseo, che lavano e profumano i piedi di Gesù in segno di amore e adorazione, fino alla lavanda dei piedi degli apostoli prima della Passione. I piedi sono la cartina al tornasole della verità della Resurrezione: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!» (Lc 24,29); «Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono» (Mt 28,9). Così la componente più umile e “bassa” del corpo umano assurge ad un’imprevista centralità. Verrebbe da chiedersi perché? Una risposta la suggeriscono le parole del papa pronunciate in occasione del suo viaggio a Venezia dove ha visitato il Padiglione vaticano: i piedi hanno a che vedere con la povertà. Povertà come condizione strutturale dell’uomo, ma povertà anche come scandalo sociale. Una povertà che il mondo d’oggi con la sua ossessione cosmetica vuole cancellare dal suo orizzonte mentale e che invece un’opera come quella di Cattelan rimette rumorosamente davanti agli occhi di tutti. Al Papa piace essere esplicito, così in quel discorso ha fatto leva su un neologismo: “aporofobia”, «questo terribile neologismo che significa “fobia dei poveri”». Quell’immagine di piedi giganteschi, feriti dalla fatica della vita sono dunque una breccia aperta nel muro dell’“aporofobia”. E, sia detto per inciso, sono anche un suggerimento di percorso e di senso per l’arte di oggi. 

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Maggio 1st, 2024 at 1:19 pm

Dio è una virgola

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Dall’introduzione di Papa Francesco al libro “Domande di Dio, domande a Dio. In dialogo con la Bibbia” di Timothy Radcliffe e Lukasz Popko.

La domanda è un gesto umano, umanissimo: fa trasparire il desiderio di conoscere, di sapere, l’indole di ciascuno di noi di non accontentarsi dell’esistente, ma di andare oltre, di raggiungere qualcosa, di andare in profondità su un argomento. Chi fa domande non si accontenta. Chi pone questioni è animato da un’inquietudine che brilla come sintomo di vitalità.

I cuori adagiati non fanno domande. Chi ha risposte su tutto non si pone in questione su niente. Pensa di avere in tasca la verità come si tiene in tasca una penna, pronta all’uso. Il beato Pierre Claverie, vescovo in Algeria, domenicano come gli autori di questo testo, martire dell’amicizia e del dialogo con i nostri fratelli musulmani, amava ripetere: «Io sono credente, credo che Dio c’è. Ma non pretendo di possederlo, né tramite Gesù, che me lo rivela, né tramite i dogmi della mia fede. Dio non lo si possiede. La verità non la si possiede».

Ecco, questa ricerca, questo desiderio, questo anelito si concretizzano nel fare domande, nell’avere domande, nell’ascoltare le domande degli altri. Lo sappiamo bene: la filosofia è nata dai grandi interrogativi dell’esistenza: «Chi sono io?», «Perché c’è qualcosa e non il nulla?», «Da dove vengo?», «Verso dove va la mia vita?». È per questo motivo che il cristianesimo si è sempre posto vicino a chi si interroga, perché – ne sono convinto – Dio ama le domande, le ama davvero. Penso che ami più le domande delle risposte. Perché le risposte sono chiuse, le domande rimangono aperte. Così come Dio – ha scritto un poeta – è una virgola, non un punto fermo: la virgola rimanda a qualcosa in più, manda avanti il discorso, lascia aperta la possibilità di comunicazione. Il punto chiude il discorso, mette un termine alla discussione, ferma il dialogo. Sì, Dio è una virgola. E ama le domande.

Nell’immagine: Alighiero Boetti, Mettere al mondo il mondo, 1973

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Ottobre 31st, 2023 at 3:51 pm

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Arturo Schwarz, il surrealismo come tutto

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«Alla domanda su cosa resta del Surrealismo oggi, risponderei: tutto». Scriveva così, senza tentennamenti e con un entusiasmo intatto, Arturo Schwarz nell’introduzione al suo libro-bibbia dedicato alla storia e all’avventura del movimento (“Il Surrealismo. Ieri e oggi”, Skira). Quel libro era stato pubblicato nel 2014, cioè a 90 anni dalla pubblicazione dello storico Manifesto scritto da André Breton; eppure per Schwarz, che ci ha lasciati nella notte tra il 22 e il 23 giugno, il Surrealismo continuava ad essere una faccenda dell’“oggi”.  «Non ho in mente l’arte o la poesia, il cinema e il teatro, la fotografia o la scrittura», scriveva sempre nell’introduzione. «Penso a una filosofia di vita, a uno stato d’animo, a una morale, a una purezza, a un bisogno di libertà, alla necessità di riconoscere alla donna il posto giusto, il primo».  

Per coincidenza del destino, il 1924 è anche l’anno della sua nascita, ad Alessandria d’Egitto da madre italiana, Margherita Vitta e da padre tedesco, Riccardo Schwarz, un geniale ingegnere. Il giovane Arturo non aveva perso tempo, aprendo a 16 anni due librerie francesi e cominciando un’attività di editore. L’impegno culturale era andato subito di pari passo con quello politico: finì dietro le sbarre con l’accusa di essere “trockijsta” e tra i fondatori della Quarta Internazionale. Nel 1949, con la firma dell’armistizio, agli ebrei d’Egitto venne data una doppia opzione: andare in Israele o nella terra di origine. Lui scelse l’Italia; o, per maggior precisione, Milano, «la mia città, che non ho mai abbandonato e mai lo farò, perché è una delle poche in Europa che continua a produrre cultura anche sotto le “bombe” della crisi economica e morale» 

Schwarz è stato il prototipo dell’intellettuale capace di pensarsi come infaticabile e generoso organizzatore culturale; grazie all’attività di editore e di gallerista riusciva a tessere reti che erano sempre relazioni di amicizia. Tra 1961 e 1972 nella sua galleria di via del Gesù ono passati tantissimi protagonisti di Surrealismo e Dadaismo. Tutti “amici” sparsi per il mondo, da Magritte, a Man Ray, a Sebastián Matta, a Miró, a Marcel Duchamp, a Max Ernst, a Francis Picabia che erano felici di poter esporre nei suoi spazi milanesi. «L’amore è quello che mi ha portato a coltivare amicizie eterne», diceva con una gratitudine che gli anni non scalfivano. Tra tutte le amicizie certamente spiccano quelle con André Breton e con Duchamp. A casa Breton aveva bussato appena arrivato in Europa. «Mi accolse come un amico di vecchia data e fu un vero tuffo al cuore per un giovane che era alla ricerca del suo destino», aveva raccontato in una bella intervista ad Avvenire. Ed è sempre in forza dell’amicizia che aveva convinto Duchamp (come pure Man Ray) a fare i multipli dei primi storici ready made, attribuendo una doppia data, quella in cui erano stati concepiti e quella in cui erano stati replicati.

Ma al di là dell’infinita aneddotica che lo riguarda, il segno di Schwarz è quello legato alla sua capacità di vivere l’arte come un’esperienza che genera sempre meraviglia. Una meraviglia che voleva il più possibile fosse esperienza condivisa, come spiegò quando decise di donare, dopo una faticosissima trattativa, parte della sua raccolta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, allora diretta da Sandra Pinto: «Per amore dell’arte, un giorno ho deciso che era giusto che tante delle mie opere tornassero indietro, a beneficio della conoscenza e dell’occhio del popolo. È immorale, per me che un privato custodisca cose di cui chiunque deve poter gioire. Spero ora che questi dipinti, questi esseri amati facciano felici altre persone, come è stato per me».

Pubblicato sul Il Manifesto, 24 giugno 2021

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Giugno 27th, 2021 at 10:17 am

Riaccadde a Modica, in questa notte di Pasqua

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L’anno scorso la sera del 28 marzo, in piena pandemia, papa Francesco aveva tenuto quello storico momento di preghiera in una Piazza San Pietro vuota, bagnata dalla pioggia, nel buio della sera. Era stata un’azione di potenza impressionante, per la semplicità del gesto e la sua universalità: tutti ci si trovava in quel non “poterci essere” (un gesto per il quale il Papa aveva forzato se stesso, e la sua sacrosanta ritrosia ad ogni spettacolarizzazione del suo ruolo).

È una dimensione che ho intercettato di nuovo  vedendo le immagini dell’azione che Adrian Paci ha immaginato a Modica nella notte della recente Pasqua: nel vuoto della notte di un lockdown ha fatto vivere il rito tradizionale della “Madonna vasa vasa”, che in tempi normali si svolge a mezzogiorno, in un tripudio di folla. Il rito è semplice e fa rivivere una delle situazioni successive alla Resurrezione: l’incontro e l’abbraccio tra Gesù e sua madre. “U ‘ncuontru” è il titolo che Paci ha dato a questa azione, che la contingenza ha costretto a essere “clandestina”, nella notte e senza popolo, ma che proprio per questo è sembrata aderire in modo ancor più plausibile alla verosimile clandestinità di quell’incontro, nella sua versione storica.

Nel rito la Madonna esce dalla chiesa di Santa Maria di Betlem, completamente ammantata a lutto, attraversa le strade del paese sulle spalle dei portatori. Quando arriva nella prossimità della chiesa di San Pietro, alla vista del Figlio che credeva morto, la Madonna si libera del mantello nero e alza e agita le braccia semoventi, in segno di felicità (un gesto elementare e meccanico, di grande commozione). Poi l’azione si conclude con l’abbraccio e la “vasata” (il bacio) di Maria a Gesù. Tutto è avvenuto quest’anno nel silenzio dell’ultima notte che precede l’alba, con i soli portatori come testimoni.

Un rito “spogliato” e costretto ad un’essenzialità che lo riporta, come è stato giustamente sottolineato, «in una zona di necessità che va oltre le abitudini e le inerzie». La forza dell’azione di Paci sta nel non aver voluto aggiungere nulla, se non appunto la “necessità” che quel rito accadesse, anche se le condizioni esterne ne escludevano la possibilità. Non inventare nulla ma semplicemente lasciare che accadesse: questo è il cuore dell’azione di Paci. Che si fissa nella mente per la sua nudità, per quella dimensione pubblica ma insieme così intima e rappresa di silenzio e solitudine. 

Una piccola addenda: c’è da essere grati davanti ad intuizioni come queste, capaci di reinventare e ridare forma moderna a immagini e situazioni che ci “appartengono”. Sono come piccoli, timidi miracoli, naturalmente liberati da ogni enfasi, e custoditi dalla discrezione della notte…

L’azione di Paci è stata curata dalla galleria La Veronica di Modica, che nel 2011 aveva presentato “The Encoounter”, performance di Adrian Paci, realizzata a Scicli.

Qui un video di U ‘ncuontru

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Aprile 11th, 2021 at 5:27 pm

Giotto e quella croce di spalle

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Una croce dipinta che però noi vediamo solo dal retro: è la celebre, ardita scelta che Giotto propone in una delle storie di Francesco ad Assisi. È la scena del “Presepe di Greccio”, ambientata in una chiesa dove la navata è separata dal presbiterio da un lungo tramezzo. La croce è posta proprio su questo tramezzo, e rivolta verso i fedeli. La vediamo perciò da dietro, dove si svolge il cuore dell’episodio. con il disegno preciso della carpenteria, con le assicelle di legno che tengono compatta la struttura.

È già questo un piccolo capolavoro per la bellezza di quelle linee, così equilibrate e precise, come se fossero tracciate da Mondrian o da un architetto del Bauhaus. Giotto anche in questi dettagli è sempre di una chiarezza cristallina e di un realismo senza esitazioni. A proposito di realismo, la struttura della croce corrisponde con molto precisione a quella, sempre di Giotto, custodita a Firenze in Santa Maria Novella: è facile constatarlo perché quella croce dipinta è appesa in mezzo alla navata e Vincenzo Castella ne ha ricavato una foto indimenticabile (ne avevo parlato qui http://robedachiodi.casatestori.it/?p=3039 )

Ma torniamo alla croce di spalle del Presepe di Greccio. La vediamo stagliarsi contro la volta azzurra della chiesa, che doveva essere di un blu ben più intenso di quel che vediamo oggi. È anche in posizione inclinata, e Giotto naturalmente ci mostra dettagliatamente il dispositivo che la sorregge. Non è l’unico caso, perché anche in un’altra scena del ciclo di Assisi, quella dell’“Accertamento delle Stimmate”, Giotto mostra una croce dipinta, appoggiata su una trave, inclinata verso gli astanti. Questo movimento della croce che viene incontro ai fedeli è qualcosa che, a pensarci bene, colpisce. La croce si piega verso di noi, in una dinamica che è di donazione, e forse anche di protezione: dall’altra parte, quella dipinta che non vediamo, infatti c’è Gesù che ci si avvicina, che vuole dimostrare che la sua sofferenza è amore per noi.  

La croce da dietro evidenzia anche un altro aspetto. Ne percepiamo meglio la larghezza: la larghezza di quei due bracci trasversali di legno. È un aspetto che anche Sant’Agostino aveva rimarcato nel suo discorso sulla lettera agli Efesini, dove aveva parlato delle quattro dimensioni della croce, specificando in particolare che «la larghezza è l’amore, l’unico che opera il bene». È una sottolineatura che rafforza quella sensazione già evidenziata dal movimento dell’inclinarsi in avanti, dal piegarsi verso di noi. La croce come portato d’amore. Mostrandoci la croce dal dietro Giotto ci mette dunque di fronte a quello che a tutti gli effetti ci appare come un abbraccio. La croce, con la sua larghezza, ci abbraccia. Abbraccia il nostro destino. Così, con una sola immagine, sintetica, audace, semplice Giotto ci sa dire tutto questo. Ce lo dice con un’evidenza che attraversa il tempo e tocca a 700 anni di distanza anche questa nostra Pasqua. C’è di che essergli davvero grati…

Written by gfrangi

Aprile 7th, 2021 at 4:30 pm

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Quel punto di contatto tra Paolo VI e Bacon

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Il 23 giugno 1973, in Vaticano, Paolo VI inaugurava la Collezione d’Arte Religiosa Moderna che lui aveva voluto con «una straordinaria determinazione» (Antonio Paolucci). Per l’occasione tenne un discorso, nella contigua Cappella Sistina, che, pur nella soddisfazione per il passo fatto, non aveva nulla di celebrativo. Era un discorso puntellato di domande, come se l’apertura di quella sezione dei Musei Vaticani rappresentasse non un punto di saldatura dopo decenni di incomprensioni, ma una sfida.

Domande drammatiche, secondo lo stile di quel grande Papa che sentiva come una profonda ferita la frattura avvenuta tra la Chiesa e la modernità. Si chiedeva Montini: «La Chiesa fu maestra di Arte, e cultrice nel passato e conservatrice del passato; la sua grande tradizione s’è poi rallentata e quasi isterilita; dov’è, ad esempio, in questo domicilio delle sue glorie artistiche dei secoli andati un posto per noi moderni? La Chiesa s’è fermata alla storia ormai spenta dei tempi trascorsi?». Non mancavano ovviamente domande anche all’altra parte in causa, cioè gli artisti. Ma le domande che un’istituzione ha il coraggio di rivolgere a se stessa, sono inevitabilmente più interessanti e meno scontate. 

Francis Bacon, Study for Velazquez Pope, 1961

Nelle raccolte della Collezione, arricchite con tante donazioni, era entrato anche un artista che certo poteva essere suscettibile di scandalo: era Francis Bacon presente con una delle sue varianti (datata 1961) ricavate dall’Innocenzo X, capolavoro di Vélasquez. Un papa a bocca spalancata, contratta in un urlo di spavento o di orrore davanti all’inesplicabilità della storia. Perché soffermarsi proprio su Bacon? Perché il suo caso ha un’emblematicità senza paragoni. Nel 1944 l’artista nato da famiglia cattolica a Dublino, ma da sempre in completa rottura con la sua identità di appartenenza, aveva di fatto esordito con un’opera imprevedibile: “Tre studi per figure ai piedi di una Crocifissione”, oggi conservata alla Tate Britain e considerata uno dei caposaldi dell’arte del secondo 900. In quell’opera Bacon, oltre a riprendere un dispositivo, quello del trittico, proprio di tanta pittura a carattere religioso,ripropone e rimodula in termini contemporanei un soggetto come quello della Maddalena ai piedi della Croce. Un soggetto sul quale si erano cimentati per secoli artisti, anche i più grandi, quasi sempre su committenza da parte della Chiesa. La differenza sostanziale è che Bacon era stato investito dall’urgenza di quel soggetto, in modo del tutto personale e decontestualizzato. In parole povere, nessuno glielo aveva “ordinato”. Così è accaduto che l’opera più drammaticamente e intensamente “cristiana” del 900 sia nata non solo al di fuori da ogni rapporto con la Chiesa, ma addirittura “contro” di lei. 

Francis Bacon, “Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion”, 1944

Si può obiettare: in che senso quell’opera di Bacon può essere definita, aldilà delle sue intenzioni, come “cristiana”? Uno dei critici più sensibili all’opera di Bacon, Michel Leiris, aveva indicato nella parola “presenza” la parola chiave per decifrarla. I suoi quadri pulsano per una “presenza” da cui l’artista e noi non possiamo scantonare. L’esca che Bacon ha teso con la sua opera è proprio quella di aver rimesso al centro la presenza di Cristo, che è evocata in modo inequivocabile e “scandaloso” dalle tre figure che convulsamente gridano ai piedi della Crocifissione, come il titolo precisa. Cristo tornava dunque con Bacon ad essere una presenza anche brutalmente reale, dopo un’infinita serie di immagini banalizzanti ed edulcorate («siamo ricorsi ai surrogati, all’“oleografia”», aveva detto nel sua “mea culpa” Paolo VI). Si capisce perché Giovanni Testori si augurasse di vedere un giorno una Crocifissione di Bacon all’interno di una Chiesa, come aveva confessato nel libro intervista a Luca Doninelli.

È passato quasi mezzo secolo da quel discorso di Paolo VI e certamente tra Chiesa e artisti è ripreso un dialogo, all’insegna di una stima reciproca che va oltre la questione dell’adesione di fede. Abbiamo assistito a tanti interventi di grande qualità che hanno coinvolto nomi di prim’ordine come, ad esempio, Jannis Kounellis, Dan Flavin, Mimmo Paladino, Ettore Spalletti, Stefano Arienti. È un’intesa maturata su un minimo comun denominatore, quale è il riconoscimento della centralità del fattore spirituale nell’esperienza umana. Indubbiamente c’è un clima diverso, sono caduti tanti veti ideologici e da parte degli artisti è cresciuta la stima nei confronti della Chiesa. La Chiesa da parte sua ha accettato di aprirsi a linguaggi e sguardi nuovi anche se “esterni”; in un certo senso si fa mediare dagli artisti per aprirsi verso sensibilità profondamente cambiate, proprie degli uomini e delle donne del nostro tempo. Però resta la sensazione di un isterilimento di fondo, di un’afonia davanti alla necessità di dare una forma a quella presenza, a quella corporeità che fa ancora sobbalzare davanti ai quadri “scandalosi” di Francis Bacon. Forse però questo è il tempo delle metafore e delle analogie; delle intese proficue maturate su territori neutrali; della paziente costruzione di esperienze visive, concepite nel segno di speranze condivise. È il tempo dell’attesa, che però per essere credibile (e davvero fertile) non può non fare i conti con la nostalgia per quella presenza in cerca di una forma, nuova e imprevista, con la quale palesarsi.  

Pubblicato su Domani, 4 aprile 2021

In appendice riprendo una cosa sul tema, scritta qualche anno fa per il Sussidiario.

Con che occhi un credente può guardare oggi ai quadri di Francis Bacon, il grande e “scandaloso” pittore inglese morto proprio 20 anni fa? Con uno sguardo sulla difensiva, come a proteggersi da una tempesta di negatività, o con uno sguardo sollecitato dall’urgenza e dalla profondità che il pittore inglese propone? La domanda torna d’attualità non solo perché Bacon resta uno dei pochi giganti del secondo Novecento ma anche perché un paio di settimane fa è stata riproposta da un critico importante come Marco Bona Castellotti sulla prima pagina de Il Foglio. La risposta di Castellotti è stata drastica: quella di Bacon è arte senza redenzione, e quindi radicalmente anticristiana, per quanto spesso faccia ricorso a soggetti propri dell’iconografia cristiana.

Mi permetto di dissentire e di suggerire un approccio a Bacon che non si faccia condizionare da alcuni preconcetti, compresi quelli che lui stesso, con le sue dichiarazioni e i suoi atteggiamenti paradossali, ha disseminato attorno alla propria opera. Spesso la biografia degli autori finisce con il condizionare malamente lo sguardo sulle loro opere: pensiamo al caso di Van Gogh, artista che come pochi ha saputo restituirci lo splendore folgorante della realtà, a dispetto di una vita ferita dalla malattia mentale e dalle sconfitte.

Ovviamente sarebbe ridicolo “scoprire” in Bacon un cripto-cattolico. Però esistono alcuni dati di fatto ai quali si deve trovare qualche spiegazione. Per esempio questo: nel 1943 Bacon, nel pieno dell’incubo della seconda guerra mondiale, esordisce con un Trittico, oggi esposto alla Tate di Londra, che comunque la si pensi resta uno dei capisaldi della pittura del 900. Il titolo è Tre figure ai piedi della Croce. Perché Bacon sente la necessità di ricorrere proprio a questo soggetto per esprimere la profondità della tragedia di quel frangente storico? E perché deve rafforzare questa sua scelta scandendola nella struttura così tradizionale del trittico? A quale necessità obbediva Bacon seguendo questa strada? Domande che erano state poste anche a lui in vita e a cui lui aveva risposto sempre in modo un po’ elusivo: dovendo rappresentare quella coscienza drammatica sul destino dell’uomo non aveva trovato altra immagine più pertinente che quella della crocifissione. Una scelta formale, sembrerebbe. Eppure l’immersione che Bacon attua dentro quel soggetto non è casuale né pretestuoso: dopo quelle Figure ai piedi della Croce arriveranno altre Crocifissioni, spesso ispirate al prototipo di quella di Cimabue di Santa Croce (e per il cui restauro dopo il disastro dell’alluvione del 1966 Bacon aveva fatto un cospicua donazione in anonimato). 

Sono immagini impressionanti, che non possono lasciare indifferente nessuno, che investono l’osservatore con tutta la loro violenza e la radicalità delle domande sollevate. Non a caso un grande critico come Michel Leiris aveva indicato nella parola “presenza” la parola chiave per capire Bacon: «Presenza», ha scritto, «nel senso in cui la intendo, designa qualcosa di più che la sola presenza del quadro nella porzione di spazio in cui mi trovo… designa presenza lancinante dell’animatore del gioco (cioè di Bacon, ndr) e mia personale presenza di spettatore, strappato ad una troppo abituale neutralità e portato alla coscienza acuta di essere lì – in qualche modo presente a me stesso – dall’esca che mi è tesa». Il risultato è questo: che dopo decenni di presenza marginale ed evanescente, la figura di Cristo tornava con Bacon ad essere un fatto terribilmente presente e reale. Si dice che la pittura di Bacon sia insopportabilmente scandalosa nella sua brutalità: mi chiedo se lo scandalo non sia determinato piuttosto dal fatto di aver reso irriducibile e reale quella presenza da tanto banalizzata o edulcorata.

Un’ultima osservazione: a volte sui quadri si gettano sguardi già prefabbricati. Se si evita questo, nella pittura di Bacon si possono scoprire tante cose. Ad esempio che i suoi quadri hanno quasi una struttura a vortice, che risucchia verso un punto in cui la pittura prende un’intensità che mette quasi paura (e che lui steso a volte indica, didascalicamente, con una freccia). Guardando quelle zone dei suoi quadri si resta sorpresi da come, proprio lì, la pittura si faccia di una bellezza inattesa e a tratti folgorante. È pittura che vibra, che sembra lì lì per farsi vita. O meglio, carne. Bacon ha una coscienza formidabile, quasi istintiva, della bellezza creaturale della carne, una bellezza che è un nascere ma anche un morire. Ovviamente è un qualcosa di approssimabile e non possedibile: per questo la forza di Bacon (e anche la sua verità) sta proprio in quei centimetri quadrati in cui lascia che il quadro gli sfugga quasi di mano e scivoli oltre se stesso.

Written by gfrangi

Aprile 7th, 2021 at 3:37 pm

Ettore Sottsass su Enzo Mari

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«Che l’Enzo Mari tra tutti quelli che fanno questo buffo, ambiguo, incerto e scivoloso mestiere che oggi si chiama “design”, sia uno che insegue con più disperazione e accanimento il sogno di sottrarlo (questo mestiere) al suo peccato originale, di riscattarlo dalla corruzione, di metterlo in qualche modo a disposizione della storia malinconica della gente che cammina per le strade piuttosto che a disposizione delle presunzioni stizzose delle aristocrazie al potere, questo si sa; lo sappiamo benissimo e proprio per questo – se posso dirlo qui – gli vogliamo bene: per questa sua impaurita dolcezza per la quale, se si mette a fare qualche cosa, lo fa sperando di riempire in qualche modo qualcuno di quei vuoti, orribili, neri come buchi di peste, che si vedono e non si vedono (ma che ci sono) sotto la finta pelle perfetta di questo ansante corpo della “civiltà avanzata”».

Tratto dal catalogo della mostra di Enzo Mari alla Triennale di Milano

Written by gfrangi

Gennaio 29th, 2021 at 9:02 am

Natale 2020. Se Giotto s’affaccia sul mondo

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L’affresco è nella Basilica inferiore di Assisi. Rappresenta la “Natività”, e se non è di Giotto stesso è di qualcuno che lavorando vicino a lui ne aveva mutuato in modo preciso la grammatica visiva. Giotto è un artista con la mente chiara, capace di rappresentare con trasparenza e ordine quello tanti altri artisti guardano invece facendo prevalere un punto di vista emotivamente soggettivo.

Così in questa “Natività” notiamo le corrispondenze tra il volume della capanna e quello della mangiatoia: tutti si impongono per una regolarità che rifugge ogni effetto speciale. C’è ordine anche nella disposizione di angeli e cherubini che sembrano schierati a protezione del nuovo nato e di sua madre. Il blu del cielo è quello terso che solo Giotto sapeva dipingere, con il pigmento ricavato dal lapislazzulo. Anche il gregge si è disposto senza sbavature, obbediente ai due pastori che stando ascoltando l’avviso dell’angelo, un po’ stupiti che toccasse proprio a loro una simile priorità. Poi c’è il cuore dell’affresco, e anche qui l’approccio di Giotto ci si palesa in modo inconfondibile. Niente effusioni tra Maria e il Bambino (come pure accade nell’analogo e più visto affresco della Cappella degli Scrovegni), ma un contegno dettato dalla piena coscienza di ciò che è accaduto. La Madonna e il Bambino “sanno”, e l’intensità del rapporto fatto solo di sguardi trasmette la dimensione di questa consapevolezza: il bambino in fasce e quella mangiatoia che sembra avere la sagoma di un sepolcro sono già una premonizione. Per Giotto la Natività è l’istante di accettazione di un destino: il mistero assume una sua luminosa chiarezza, senza dover concedere nessuno sconto. In questi giorni la Natività dalla Basilica Inferiore ha “conquistato” la facciata della Basilica di Assisi. Per festeggiare il Natale infatti l’immagine dell’affresco viene proiettata e così resa visibile a tutti. È stata una bella idea, perché le immagini di Giotto sono tra le poche che reggono ad esperimenti come questi, proprio grazie ad un ordine che garantisce dalla caduta in confusione visiva. Ma è stata una bella idea perché in un Natale come questo, costellato di divieti, è come se la Natività si affacciasse sul mondo, in tutta la sua semplicità e commozione.

Written by gfrangi

Dicembre 26th, 2020 at 7:44 pm

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Il documentario su Emilio Vedova

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Per me dipingere è un misfatto

Visto il film documentario su Emilio Vedova “Dalla parte del naufragio” di Tomaso Pessina. Molto bello, capace di arrivare al cuore di questo grande anarchico dell pittura del 900.

Mi sono segnato alcune sue affermazioni che dicono come meglio non si potrebbe della sua pittura. Le metto in sequenza, senza ansia di dover articolare un discorso su di lui, perché ciascuna è già conclusa. Dipingere per lui è compiere ogni volta un “misfatto”. Il suo avvio (molto belli i disegni un po’ piranesiani delle architetture veneziani) viene descritto così: “la mia nascita è cresciuta nel sincopato”. Il suo amore per Tintoretto, un amore pericoloso: “Tintoretto mi sbatte in una deriva”. La sua uscita dal periodo più geometrico non è un cambiamento, ma “un’arrampicata dentro la geometria”. Davanti al territorio della tela bianca avviene “una scrittura senza tempo né spazio in simultanea”. Ogni quadro diventa un “territorio d’inchiesta per dire la lacerazione dell’uomo”. Di se stesso dice di essere “una personalità d’emergenza” sulla frontiera dei “sentimenti dell’attuale”. Infine il senso di un quadro è quello di “metterci le mani addosso”.

Written by gfrangi

Novembre 29th, 2020 at 11:12 pm

Kjartansson alla Chiesa del Lazzaretto

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Se Gino Paoli incrocia san Carlo

Adesso che va a terminare si prova un filo di nostalgia: nostalgia per quella meravigliosa canzone che per un mese è risuonata in quel piccolo ottagono, le cui dimensioni sono inversamente proporzionali al grande carico di memoria. L’intervento che Ragnar Kjartansson (a cura di Massimiliano Gioni, progetto di Fondazion Trussardi) ha pensato per la chiesa di San Carlo al Lazzaretto a Milano aveva la grazia di una cosa immaginata e realizzata nel posto giusto, al momento giusto, e soprattutto (che è la cosa più rara) con il tono giusto.

Il posto è il cuore di quello che un tempo era il Lazzaretto ai margini della città, fuori da porta Orientale. I pilastri e gli archi sono gli stessi che si erano presentati agli occhi di Renzo nel capitolo XXXVI dei Promessi Sposi. «Il tempietto ottangolare che sorge elevato sul suolo d’alcuni gradi…», scrive Manzoni. Si è creato così un collegamento, concreto e non solo simbolico, con una stagione che ha segnato la storia e la memoria della città: il grande stemma di San Carlo iscritto nel pavimento alle spalle degli organisti-cantanti era lì a sottolinearlo. San Carlo era anche sulla pala dell’altare, mentre comunicava, in quello steso luogo, i malati di peste. Curioso il fatto che il testo di Gino Paoli evochi uno spazio senza più pareti, proprio com’era in origine questa piccola chiesa, aperta su tutti i lati perché gli ospiti del Lazzaretto potessero assistere ai riti.

Anche il momento scelto per proporre questo rito condiviso è sembrato “psicologicamente” azzeccato. Con molta delicatezza Kjartansson ha offerto al pubblico la possibilità di un’esperienza riparativa: quella per rimarginare la profonda ferita collettiva causata dalla pandemia. All’artista islandese è riuscito di intercettare con sorprendente sensibilità un bisogno inespresso, un tacito desiderio di senso di fronte all’angoscia sperimentata: la canzone di Gino Paoli è diventata così la struggente colonna sonora di questo desiderio, una preghiera laica spalancata verso “cieli immensi” e “alberi infiniti”. 

Infine il tono: è il sigillo poetico all’architettura di questo progetto. È un tono profondamente poetico, trattenuto nell’allestimento, giustamente ridotto all’essenziale, rispettoso del luogo (la lucina rossa del tabernacolo segnalava il fatto che quella restava sempre una chiesa). Kjartansson ha lasciato lavorare i materiali che aveva tra le mani, permettendo loro di contaminarsi. Naturalmente il materiale centrale era la canzone di Gino Paoli, trasformata in scultura sonora, che come l’artista ha sottolineato, contiene la capacità di trasformare lo spazio, che è una «caratteristica fondamentale dell’arte». Il riferimento non è solo allo spazio “chiuso” delle case a cui siamo stati costretti nel lockdown. È lo spazio della nostra immaginazione che è chiamata a pensare un mondo che non può e non deve essere come quello di prima.  

Scritto per la newsletter Telescope il 25 ottobre

Written by gfrangi

Novembre 10th, 2020 at 9:22 am