
Di Caravaggio si sa sempre di più. La mostra organizzata a Roma in coincidenza con il Giubileo 2025 è frutto di studi e di nuove scoperte che pezzo per pezzo aggiornano e completano l’immagine e la storia del grande pittore. In particolare oggi sappiamo moltissimo, grazie agli studi di Cristina Terzaghi, dei suoi primi mesi romani (per Caravaggio i tempi sono sempre brevi: contano i mesi e le settimane, non gli anni…). Sappiamo che arrivò nella capitale già formato come artista a 24 anni e che aveva frequentato in modo frenetico e compulsivo le botteghe disposte lungo via della Scrofa per guadagnarsi da vivere. Poi quando si era messo in proprio usava nella maggior casi se stesso come modello e si era dotato di un “procuratore”, il suo amico Prospero Orsi, per vendere i quadri. Sono poi tante altre le situazioni della sua vita su cui gli studi hanno gettato una luce sempre più chiara e affidabile.
C’è tuttavia un aspetto che resta e resterà avvolto dal mistero. Dal profilo e dalla biografia di Caravaggio sappiamo che era persona certamente rissosa, dal profilo morale discutibile, impulsivo, violento. Probabilmente aveva dovuto allontanarsi da Milano per un delitto commesso. E un altro delitto nel 1606 lo aveva costretto a lasciare Roma per evitare la condanna alla pena capitale. Se oggi sappiamo tanto di lui è anche in ragione dei tanti verbali giudiziari che lo vedono protagonista o testimone di fattacci. Anche l’aspetto fisico metteva un po’ di paura: i biografi ci dicono che girasse sempre con la spada a fianco, vestito di nero e la barba mal curata. Un personaggio del tipo che se lo incroci passi dall’altra parte della strada… Ebbene questo personaggio così irrevocabilmente tratteggiato da chi lo ha conosciuto è lo stesso che con tanti suoi quadri ci mette davanti ad un corto circuito del tutto imprevedibile e per il quale è presuntuoso cercare spiegazioni. Mi riferisco alla modalità con cui rappresenta la figura di Cristo: in mostra ne abbiamo almeno quattro testimonianze, tutte allineate sullo stesso tenore. Mi riferisco alla Cena in Emmaus di Brera, alla Cattura arrivata da Dublino, all’Ecce Homo recentemente ritrovato e, soprattutto, alla Flagellazione di Napoli. In tutte queste opere ci troviamo davanti ad una unica, costante modulazione nella rappresentare Cristo. È un Cristo colto nella sua inermità e arrendevolezza. Cioè in un atteggiamento che era del tutto estraneo al profilo di Caravaggio come persona. Nessun pittore ha mai restituito in modo così profondo, verosimile e commovente questo modo di porsi di Cristo rispetto ai suoi interlocutori e in particolare rispetto a chi lo stava aggredendo. Bastano alcuni dettagli: nella Cattura alle mani dei soldati che lo artigliano lui risponde con la remissività dolcissima delle sue mani allacciate con le dita incrociate. Nella Flagellazione, davanti alla violenza volgare con cui gli sgherri intervengono sul suo corpo, risponde chinando il capo in un gesto di abbandono e di assoluta mansuetudine. Come Caravaggio era arrivato, partendo da uno status personale opposto, a intercettare in modo così inappellabile questo atteggiamento di Cristo? È uno iato inatteso che si spalanca nella sua pittura. Come a ribadire che non ci sono condizioni morali o intellettuali che impediscano di trovarsi prescelti a capire l’umanità Cristo come non era mai accaduto nella storia della pittura.






