Al cuore della mostra che la Fondazione Beyeler ha dedicato all’ultima stagione di Paul Cézanne (1885-1906) c’è una sala tutta dedicata ad un soggetto a cui il grande artista aveva riservato tantissimo lavoro. È il tema dei “Bagnanti”, su cui aveva cominciato a operare fin dal 1875, come riflessione del rapporto tra il corpo umano e il contesto della natura creata. Arrivati in quella sala, avendo lo sguardo ammaliato dalla sequenza degli azzurri, dei verdi e dell’ocra dei corpi, colori che legano un quadro all’altro, scatta inevitabilmente una domanda: cosa cercava davvero Cézanne insistendo con tanta ostinazione e tenacia su questo soggetto? Generalmente, seguendo una lettura scolastica, si dà la risposta che Cézanne in questo modo tentasse di svolgere in chiave completamente moderna un tema che aveva visto impegnati tanti grandi artisti del passato. Affrontare il nudo costituiva ben più che un esercizio di accademia; aveva rappresentato per gli artisti una modalità di esplorazione del mistero e della bellezza del corpo umano. Cézanne era mosso certamente da una stessa aspirazione, ma con quell’innesto delle figure nel felice plein air dei contesti naturali (in genere paesaggi di fiume) ci suggerisce dell’altro. Tra i quadri arrivati a Basilea c’è una delle versioni più importanti e celebri di questo ciclo, quella del Musée d’Orsay a Parigi; in questa tela i corpi hanno un’impronta quasi masaccesca. Sulla destra si vede un bagnante di schiena che alza le braccia verso il cielo in un gesto che possiamo immaginare di risveglio o di stupore. In un’altra tela, ugualmente stupenda ma stilisticamente molto differente, i corpi dei bagnanti si alzano in piedi come se fossero aspirati da un’energia inattesa. E qui Cézanne invece che a Masaccio sembra far memoria di El Greco, ma anche del Signorelli degli affreschi di Orvieto. Questi riferimenti ci danno una chiave per ipotizzare che cosa davvero cercasse il grande artista di Aix in questi quadri che andavano ben oltre l’orizzonte dell’impressionismo. I bagnanti di Cézanne vivono di una luce riflessa, che è quella propria dei corpi risorti: la sua è una versione in chiave moderna (e quindi plausibile ai nostri occhi) del risveglio alla fine dei tempi. La posizione morale di Cézanne garantisce sempre una coscienza del limite e quindi dell’impossibilità di arrivare ad un punto di rappresentazione definitivo. Mette sulla tela qualcosa di intravvisto, è un percorso di avvicinamento che gli richiedeva tenacia e pazienza, moltiplicando così le opere con questo stesso soggetto.
Non è un azzardo riconoscere in questa serie dei Bagnanti una ragione di fondo come quella che si è detta. Tutta l’opera di Cézanne, in particolare in quest’ultima stagione della sua vita, è permeata da un respiro biblico; è una dimensione che ci investe nel percorso di questa mostra di Basilea, che ha le caratteristiche di una scelta essenziale ma inappuntabile di opere: sono 58 quadri ai quali si aggiungono, nell’ultima meravigliosa sala, 51 acquerelli. L’allestimento è pensato per nodi tematici ed iconografici. Prendiamo il caso della sala dedicata ai ritratti, dove è esposto quello celebre fatto al suo gallerista Ambroise Vollard, che aveva richiesto una quantità inimmaginabile di sedute. Su una parete sono allineati gli ultimi ritratti fatti al suo fedelissimo giardiniere Vallier, uomo semplice di cui non ci è pervenuto neppure il nome. Sono i primi ed unici che Cézanne realizza all’aperto, sulla terrazza del suo studio di Les Lauves: anche qui si ripropone una sorta di alleanza creaturale tra la figura umana e la natura: i colori delle scarpe sfumano in quelli della vegetazione e i pantaloni chiari sembrano riflesso dell’azzurro del cielo mediterraneo. Vallier è seduto su una vecchia sedia con le gambe accavallate e il viso in ombra sotto il grande cappello da contadino; è figura paziente, immerso in un tempo che è un tempo lungo e non effimero. Sembra una reincarnazione di Abramo appostato fuori dalla tenda nel querceto di Mamre, in attesa della visita dei tre forestieri.
Se si passa nella grande sala dove sono radunate le vedute della montagna-culto di Cézanne, la Sainte-Victoire che si innalzava alle spalle di Aix en Provence, ci troviamo davanti ad una sequenza che testimonia per metafora la creazione del mondo. Sulla prima parete sono allineate delle vedute dominate dal chiarore del bianco, con linee appena tracciate in particolare con l’azzurro, su tele a volte lasciate in gran parte grezze. Sono opere che trasmettono la commozione per un qualcosa che appare imponendosi sul nulla e lievita davanti ai nostri occhi con leggerezza e con grazia. Sulla parete a fianco invece c’è il seguito o meglio il completamento di quella nascita, un seguito che contempla lo scuotimento, l’avanzare dell’ombra, l’emersione potente e convulsa della natura: insomma il dramma connesso con la creazione. Cézanne con la sua pittura non interpreta, ma si comporta come un sismografo («Non ci si deve perdere in speculazioni impalpabili», aveva scritto all’amico Emile Bernard); registra e organizza le sue sensazioni vere e profonde davanti a questi diversi stati del creato. E con la pittura ce le restituisce accompagnandoci quasi in un viaggio nella culla del mondo.
L’ultima sala è lo scrigno degli acquarelli. Qui ritroviamo quasi tutti i soggetti incontrati in mostra, in una versione più fragile e transitoria, come se le immagini, grazie a quelle inarrivabili trasparenze di cui Cézanne era capace, fossero ogni volta sul punto di sciogliersi in lacrime di commozione e di gratitudine.
Per tornare al paradigma biblico, in una celebre lettera inviata sempre a Bernard nel 1904 delineava, con una sintesi diventata anche “scolasticamente” celebre, la sua filosofia della pittura: «Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale». Ciò sta a indicare come alla radice del creato ci sia un principio di ordine e non di caos. Poi la lettera si completava così: «Le linee parallele all’orizzonte esprimono la larghezza, che è un aspetto della natura, o se preferite dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne (sic) Deus dispiega davanti ai vostri occhi». Restituire un riflesso di quello spettacolo è stato, come lui stesso ha scritto, «lo scopo che ho tanto cercato e inseguito così a lungo».
Pubblicato su L’Osservatore romano, 14 aprile 2026







