Come si spiega che un artista, autore di famoso ciclo di opere intitolato “La fine di Dio”, sia lo stesso che ha affrontato il soggetto della Crocifissione con una frequenza che non ha paragoni nel ’900? L’artista in questione è Lucio Fontana, pittore e scultore, lombardo di origini ma nato nel 1899 da una famiglia emigrata a Rosario di Santa Fé in Argentina. Anche il grande pubblico lo conosce grazie ai suoi “Tagli”, tele recise con un taglierino, con gesto semplice e radicale, espressione di un’arte ansiosa di uscire dal suo perimetro e di affacciarsi su una dimensione altra. «I miei tagli», diceva, «sono soprattutto un’espressione filosofica, un atto di fede nell’infinito». Fontana era anche uno straordinario scultore in ceramica e proprio a questo affascinante lato della sua attività è dedicata un’importante mostra alla Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia. Nel percorso della mostra una sala è dedicata proprio ad un gruppo di Crocifissi, realizzati negli anni ’50, allineati in modo molto efficace su una lunga parete. Fontana era artista estroverso ma deliberatamente parco di parole rispetto alle proprie opere: non voleva mai imbrigliarle dentro spiegazioni che limitassero la libertà di sguardo dei visitatori. Solo nel caso del ciclo della “Fine di Dio” si era sentito in dovere di una precisazione, chiarendo che non costituivano una professione di ateismo ma che il tema era quello dell’impossibilità, per un artista contemporaneo come lui, di dare una rappresentazione di Dio, diversamente da quanto per secoli era accaduto. È una precisazione che indirettamente portava allo scoperto un desiderio ma che nello stesso tempo dichiarava, senza concessioni, la non praticabilità delle soluzioni adottate dagli artisti nel passato. Fontana è come un avamposto sul crinale di un cambio d’epoca ed è consapevole che non può cedere a compromessi o a soluzioni anacronistiche.
Ma Fontana non era artista dogmatico e avvertiva del tutto naturale e coerente affrontare soggetti religiosi, al punto da rispondere con molta convinzione al concorso per la realizzazione della quinta porte del Duomo di Milano (concorso da cui si sarebbe ritirato, pur arrivato in finale, esasperato per i tentennamenti della committenza). Rispetto ai suoi Crocifissi e alle tante altre opere di arte sacra da lui realizzate Fontana non ha mai fornito ragioni o spiegazioni. In alcune circostanze aveva risposto a richieste di committenti, ad esempio per alcuni stupendi lavori funerari, in particolare al Cimitero Monumentale di Milano, quali l’Angelo per la famiglia Cinelli o il Cristo per il monumento Castellotti. In un molti altri casi invece si era messo all’opera per iniziativa propria: nel 1947 per esempio aveva realizzato un’intera Via Crucis in ceramica, come scommessa del tutto personale. Solo anni dopo sarebbe stata acquisita da un collezionista di Parma. Come scrisse Giovanni Testori Fontana aveva lavorato «senza commissione alcuna; dunque spinto da una sua privatissima tensione e necessità».
Questa situazione di «tensione e necessità» non dichiarata e non esplicitata è il filo rosso che lega i nove Crocifissi allineati sulla parete della Fondazione Guggenheim. Se li analizziamo possiamo notare la presenza di alcune costanti a cui Fontana resta fedele, quasi seguisse un prototipo mentale. L’istintività che caratterizza la lavorazione concitata e infiammata di queste opere non deve ingannare, perché l’artista non procede affatto in modo istintivo. In particolare concepisce e modella questi Crocifissi attorno ad un dinamismo dialettico, quello che si crea tra le gambe e le braccia di Cristo. Le ginocchia di Gesù sono piegate in avanti e in questo modo sporgono dal piano della scultura disegnando un angolo appuntito e acuto, denso di drammaticità. Il loro movimento trasmette la sensazione di una contrazione dolorosa; di uno strappo violento ma senza esito.
Quanto alle braccia anche loro sono caratterizzate da un movimento in avanti. Ma questo loro movimento anziché essere una contrazione prende la forma di uno slancio: infatti le braccia stesse non aderiscono al piano della croce ma se ne staccano e si proiettano nello spazio. “Spazialismo” del resto è l’idea chiave del pensiero artistico di Fontana, elaborato all’indomani del suo ritorno dall’Argentina. In questi Crocifissi quell’idea spazialista sembra quasi caricarsi di una tensione “resurrezionale”.
Nell’approccio di Fontana al tema non c’è mai nessuna programmaticità, tuttavia la reiterazione quasi seriale, unita all’istintiva naturalezza con cui affronta i Crocifissi, evidenzia una dimensione familiarità con quel soggetto, pur nell’assenza di ogni adesione confessionale. Questo dimensione di familiarità è rafforzata poi dalle proporzioni intime delle sculture e dalla tensione ardente che ne regola la fattura, come in un “a tu per tu” assolutamente libero e insieme carico di aspettativa. È forse solo per un caso che ad una delle sculture più riuscite di questa serie, oggi al Moma di New York, l’artista avesse apposto in un primo tempo, quasi istintivamente, il titolo semplice di “Cristo”?


















