Robe da chiodi

Dieci immagini indimenticabili del mio 2010

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Premetto: l’immagine più bella del mio 2010 è il cielo di Tiepolo di Würzburg. Seguono le due sculture con la Chiesa e la Sinagoga nella Cattedrale di Bamberga. Ma qui ho scelto cose più transitorie, o da poco riaffiorate. Ci sarebbero anche gli affreschi di Gaudenzio riemersi sul muro la Cappella dei Magi a Varallo, ma, per quanto lo adori, due volte Gaudenzio sarebbe suonato come partigianeria…

1.  La Nascita di Maria di Gaudenzio riscoperta alla mostra del Rinascimento nelle terre ticinesi. Tempera spoglia, di una circolarità che ci tiene dentro tutti. Nessuno si può sentire escluso.

2. Lucio Fontana al Museo del Novecento. Un’apoteosi moderna (la porta del Duomo gli era stata rifiutata: ora torna al suo posto,  davanti al suo Duomo)

3.  La sala finale della mostra di Giacometti a Saint-Paul de Vence. I grandi bronzi, les Femmes de Venise… Che folla di anime tese…

4.  Il bacio di Frér Luc al Cristo della Flagellazione di Caravaggio nel film Gli Uomini di Dio. Basta una scena così per capire le ragioni delle immagini,

5.   La croce di Giotto a Ognissanti. Il restauro ha restituito il lapislazzulo, un bagliore che presente la resurrezione

6.  La sequenza degli Adda di Morlotti alla mostra di Lecco. Ben 11, tutti insieme. Più che l’informale, l’amore per la struttura segreta delle forme. Acqua e sponde sembrano si fanno smalti

7.  La sala dei nudi di Lucien Freud alla mostra di Parigi. Potente, ridondante, cellulosico. Carne che si fa pittura.

8. Il Lotto visto da vicino. A Bergamo il restauro dell’angelo sublime di Ponteranica. Lo vedi sottile, piatto, come un ritaglio gotico. Sembra fatto d’aria. Dipinto in un palpito.

9.  Cattelan a Piazza Affari. Lui che doveva essere l’incursore da toccata e fuga, s’insedia un poì come un classico pur con il suo gesto iconoclasta.

10.   Beato Angelico con gli occhi di Didi Huberman. Non c’è pennellata che non risponda ad una logica ben razionale. Tornare a San Marco dopo aver letto Huberman è tutto un altro sguardo.

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Dicembre 9th, 2010 at 11:00 pm

Il museo “rinascimentoso” del Novecento

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È un bel colpo d’ala il Museo del Novecento a Milano (qui le foto). Un museo tutto italiano, per nulla spocchioso, un po’ “rinascimentoso” (nel senso di stile Rinascente, che sta dall’altra parte della piazza e che non a caso ha chiamato artisti ad arredare le sue vetrine per questo Natale 2010) con tutte quelle scale mobili, quelle luci sparate, quel variare degli intonaci ai muri, e quel muoversi degli ambienti pensati per non tener sempre desta l’attenzione. Per non parlare di quegli espositori e supporti così spavaldamente plasticosi (del resto il progetto è di Italo Rota, designer di alberghi di lusso). I puristi forse arricceranno il naso, ma questa mi sembra una sfida vinta in nome di Boccioni (pensare che tutti questi meravigliosi Boccioni se sono stati in deposito per vent’anni…), Morandi, Sironi, Fontana, De Chirico, Marini, Melotti, Manzoni per citare quelli che lasciano più il segno.

E poi c’è lo spettacolo di quel che si vede aldilà delle grandi vetrate: una Milano stupenda e finalmente ripulita da troppe superfetazioni (ieri sera le vetrate di Foppa del Duomo si accendevano illuminate da dentro…). Ma tutto ci sta: è un museo che sa un po’ di festa, un’allegra apologia dello spirito migliore della città, che culmina nel grande neon danzante di Fontana, guizzo di felicità davanti alla bellezza delle pietre respiranti del Duomo.

È buona cosa poi che a dirigere il museo non ci sia uno dei soliti guru-curatori, ma una funzionaria ostinata, che dopo anni di precariato ha colto l’occasione della vita con passione. Se possiamo fare un appunto a Marina Pugliese, ci sono quelle sale troppo larghe (anche nella scelta degli artisti, a volte) verso la fine, che contrastano con quelle troppo stipate dell’inizio del percorso (la serie straordinaria di Boccioni avrebbe meritato più enfasi: è il vero tesoro del museo).

L’arco teso tra Boccioni e Fontana, prima sala e ultima del percorso dentro l’Arengario (poi si entra in Palazzo Reale), è un arco esaltante. C’è una dimensione comune di persone che scorazzano per la realtà, che, senza nessuna prosopopea, mettono sul piatto invenzioni epocali, con l’aria di far semplicemente della normalissima routine. La novità svuotata di enfasi. Boccioni e Fontana non guradano dentro, ma guardano fuori, anche quando uno dei due dipinge gli Stati d’animo. L’idea germinale di opera che entra nello spazio di Boccioni diventa idea compiuta nel concetto spazioale di Fontana. In un caso e nell’altro c’è una certezza di fondo: l’affidabilità dello spazio, che non è affatto un vuoto ma un “diversamente pieno”

Written by gfrangi

Dicembre 6th, 2010 at 11:27 pm

Lo spasmodico Van Gogh

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Ho scritto per gli amici di 30Giorni un ragionamento sulla mostra di Van Gogh a Roma. Mostra non banale, per quanto macchiata dai dubbi sull’autenticità di uno dei quadri esposti. La mostra nel titolo annuncia una riflessione sulla visione che Van Gogh aveva del paesaggio attorno a sé. Una chiave interssante, perché ci porta dentro quella straordinaria capaxità di dilatazione dello sguardo e dell’orizzonte che Van Gogh avea come connaturato. Il mondo sembra allargarsi sulla sua tela, divaricarsi come se ogni volta si trattasse di un parto. Il disegno (un vero capolavoro) che vedete qui sopra, datato 1884, è emblematico di quello che tento di dire. C’è una visione come miniaturizzata, che però corre a dilatarsi, che prende un respiro immenso. L’attenzione al filo d’erba, è tutt’uno con l’attrazione ansiosa, direi spasmodica verso un illimite. È in questa spola dal dettaglio all’infinito, che si scatena l’energia della pittura di Van Gogh.

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Dicembre 1st, 2010 at 1:59 pm

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Buoni e cattivi pensieri domenicali. Giacometti, Tiziano e Morlotti

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Giacometti disegnava con gli occhi. Ho letto questo ricordo di Diego Giacometti sulla morte del fratello Alberto, nel libro di George Did-Huberman Il cubo e il volto: «Ho visto morire Alberto, ero al suo capezzale, gli tenevo la mano, Alberto mi guardava o meglio scrutava i contorni del mio viso, mi disegnava con gli occhi come lui faceva e trasponeva in disegno tutto quello che guardava». Bellissimo. Anche in quel momento estremo Giacometti non scappa dal suo destino.

Parossismi giornalistici. Oggi il domenicale del Sole dedica ben tre pagine a una mostra che definire mostra è davvero uno sproposito: è l’appuntamento ormai consueto che Milano per Natale propone a Palazzo Marino con un’opera singola. Dopo Caravaggio e Leonardo quest’anno è il turno di Tiziano con La donna che si specchia. Il quadro arriva dal Louvre, è un bel quadro ma certo non una delle opere memorabili del genio veneziano. Chiaramente le tre pagine sono pubblicità redazionale, con lo sponsor che viene allo scoperto nell’articolo finale. Ma tant’è: i lettori hanno la sensazione di avere davanti un appuntamento immancabile… E si metteranno tutti in coda… Notate bene, che lo stesso quadro di Leonardo arrivato lo scorso anno dal Louvre (il San Giovannino con il dito alzato, meglio noto come il “pollastrone”, secondo la memorabile definizione di Gadda), è in mostra in queste settimane al Bargello (dove vengono presentati gli stupendi bronzi del Battistero di Rustici che nessuno se ne sia accorto.

Sia gloria a Morlotti. Ieri visita guidata alla mostra di Lecco. Che dimostra di tenere straordinariamente nel suo dispositivo capace di riaccendere gli spazi di quella che fu per 20 anni la casa di Alessandro. L’apice della mostra è nella sequenza degli 11 Adda di Morlotti. Sono quadri in cui per una specie di stato di grazia l’informe del naturalismo si coagula in immagini di una chiarezza folgorante. Una chiarezza che si fa via via più netta man mano che Morlotti avanzava nelle sue mediazioni. Negli ultimi il colore si consolida come si trattasse di tasselli di smalti e di pietre preziose. L’affondo nel magma naturale produce una riemersione tutta splendore e lucidità. Non c’era miglior modo di rendere omaggio a Morlotti  a 100 dalla nacita. Non perdetela!

Written by gfrangi

Novembre 28th, 2010 at 8:55 pm

Piovono Caravaggi

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La febbre dei nuovi caravaggi non conosce pace. Tra pochi giorni apre ad Amsterdam, alla Rembrandt huis, una mostra in cui verrà presentato un San Giovannino disteso, in collezione privata di Monaco, che era stato attribuito a Caravaggio da Peter Robb. Il quadro secondo gli organizzatori della mostra Bert Treffres e Guus van den Hout, sarebbe uno dei due San Giovanni che secondo il Bellori Caravaggio si era portato con sé nell’ultimo disgraziatissimo viaggio. Difficile giudicare. Certo il manto non sembra dipinto dall’ultimo Caravaggio… (qui un po’ di notizie)

Maurizio Marini invece pubblica in volume La prima Medusa, resa nota già nel 2003. A sostenere la sua attribuzione scende in campo anche Mina Gregori che firma con lui il libro (in uscita nel 2011). Questa è dipinta su legno di fico, mentre l’originale degli Uffizi è su legno di pioppo. Ha anche una firma nel sangue (come quella molto più tarda nel San Giovanni Decollato di Malta): «Michel A. f.» . La firma di Malta invece, venuta alla luce con il restauro del 1955, è «f. michelA», dove la “f” viene intesa per frater (Caravaggio era in quei mesi nell’ordine gerosolimitano). Staremo a vedere. Occhi esperti propendono per l’ipotesi che sia una copia.

Written by gfrangi

Novembre 26th, 2010 at 1:27 pm

Giotto appese Cristo a una croce di lapislazzuli

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È una vera esperienza visiva entrare nella chiesa di Ognissanti a Firenze, percorrere tutta la navata, tra i Ghirlandaio e il serratissimo Botticelli, arrivare al presbiterio e affacciarsi sul transetto sinistro: lì, improvvisamente, si palesa la gigantesca Croce di Giotto, appena restaurata, che ai tempi se ne stava con Madonna di Ognissanti (Uffizi) e la Dormitio Virginis (Berlino) a dividere la zona dei fedeli da quella dei monaci e degli ufficianti. È un vero colpo che prende il cuore: quasi cinque metri di altezza, bombardata di luce che rende opaco tutto ciò che sta attorno, più che una Crocifissione sembra una vera chiamata alla Gloria. Cristo ha un’aureola intarsiata di vetri  e soprattutto è attaccato a una croce che è tutta di color lapislazzulo. Una croce che rifulge di luce, che resta impressa nella retina di chi la guarda come quando si fissa il sole. Una croce che sembra fatta di cielo. È bellissimo guardare le facce delle decine di turisti ignari che arrivano per curiosità a vedere il Giotto ritrovato, e appena voltano dalla navata al transetto, restano ammutoliti e stupiti a testa in su a vedere quell’immagine inimmaginata. Il lapislazzulo è ferito solo dalle scie rosse di sangue che cola dalle due mani e dai piedi. Tutto concorre a comunicare, senza enfasi, quanto sia prezioso per il mondo (per me, per te) il sacrificio di Cristo. Una comunicazione diretta, persuasiva, senza bisogno di didascalie: il semplice guardare deposita questa certezza nel cuore di ciascuno.

Un altro particolare merita: è la trasparenza del perizoma, che leggero lascia intravvedere l’incarnato sofferente e persino le ombre del pube. Se notate, la Madonna inguantata nel suo dolore, manca del velo. Come aveva spiegato  Chiara Frugoni, è un gesto verosimile immaginato dall’inconografia medievale: la Madonna arrivata sul Calvario, vedendo il Figlio nudo, chiede questo atto di pudore. Gli presta il suo velo.

Questa è la quarta croce che si conosce di Giotto (la più bella a Santa Maria Novella, poi Rimini e più piccola a Padova); Giovanni Previtali dubitava fosse proprio sua, e l’aveva attribuita a un “parente di Giotto”. Oggi, anche per ragioni di marketing culturale, tutti i dubbi sono stati spazzati via. Ma certi particolari fanno pensare ragionevolmente che Giotto abbia fatto ricorso ad aiuti (paragonate le mani di Cristo con quelle di Santa Maria Novella; o la tenuta dei tendini delle braccia). Tutto ciò non toglie che alla radice dell’opera ci sia un’invenzione così folgorante da reggere anche all’innesto di maestranze nella fase esecutiva.

Qui potete vedere una galleria di foto realizzate in corso di restauro (realizzato dall’Opificio di pietre dure di Firenze)

Written by gfrangi

Novembre 21st, 2010 at 11:55 am

La cappelletta senza santi di Mies van der Rohe

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Ho scoperto che anche Mies van der Rohe progettò una chiesa. O meglio una cappella, quella del Campus IIT di Chicago (1949-52). È creazione “miesiana” pura, luogo di un’assenza più che di una presenza. Misuratissima, ma un po’ glaciale (del resto è il destino dei luoghi religiosi che non sono intitolati a nessuno. Non hanno un santo che li abiti). Un po’ funerea, per dirla tutta. Ma la paginetta con cui l’architetto accompagnò questa sua creazione ha uno spunto bellissimo: «Troppo spesso noi pensiamo all’architettura in termini spettacolari. In quella cappella non c’è nulla di spettacolare. Non si intendeva che fosse spettacolare. Si intendeva che fosse semplice, e infatti è semplice. Ma nella sua semplicità non è rozza, al contrario, è nobile e nella sua piccolezza è grande – di fatto è monumentale. Non avrei costruito la cappella in modo diverso anche se avessi avuto un milione di dollari a disposizione» (1953).

In un’altra pagina van der Rohe fa l’elogio di un grande architetto di chiese tedesco Rudolf Schwarz. Ho visto tante chiese sue su internet. Molto interessante. E interssante il titolo del libro che scrisse: The Church Incarnate. Un titolo che evidenzia una precisa idea architettonica. Qui sotto, la chiesa di St Bonifatius ad Aachen.

Written by gfrangi

Novembre 18th, 2010 at 8:00 pm

Belle chiese di oggi. Ecco le fotine richieste…

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Le Corbusier, la chiesa del Convento di La Turette

Gio Ponti, la Concattedrale di Taranto (1964-70)

Steven Holl, Cappella di Sant’Ignazio, Seattle (qui altre foto)

Ignazio Gardella, Sant’Enrico, San Donato (1963)

Carlo Scarpa, San Giovanni Battista a Fiorenzuola

Gustavo Pulizer Finali, Santa Barbara, Arsia (1943)

Alvar Aalto, Chiesa di Santa Maria Assunta, Riola (1966) (qui altre foto)

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Novembre 15th, 2010 at 7:50 pm

Belle chiese di oggi. Ecco un elenco

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L’amico Luca mi sfida ad un’ennesima classifica: quella delle più belle chiese moderne, secondo me naturalmente. Premetto che quelle meritevoli sono tante, sicuramente più di quelle che si potrebbero contare nell’ottocento, e che alcune le ho viste solo per fotografia. Seconda premessa, tengo fuori gara la Sagrada Familia, per motivi che sono semplici: troppe le suggestioni che entrano in gioco, troppo diverso l’impegno che la sua costruzione ha comportato.

Secondo: non amo le chiese a vela, quelle con spirali che sembrano coni di panna risucchiati verso il cielo; quelle con gli spazi pensati per produrre suggestioni a man bassa. Tra queste ci sono quelle di Mario Botta, compresa la prima, quella di Mogno, in Valle Maggia, che di per sé non è affatto una brutta architettura. Non amo le chiese di Michelucci, architetture troppo incerte tra eccitazione e passatismo (molto meglio la stazione di Santa Maria Novella…). Mi scuso per le tante mancanze dovute a non sufficiente conoscenza… (sarò grato se integrerete)

Non è una classifica, è un elenco, anche se la tentazione di dire che la chiesa del convento di La Turette sia la più bella è tentazione forte (Le Corbu). Ecco le altre: Alvaro Siza, chiesa di Marco de Canaves, Oporto; Figini Pollini, chiesa Madonna dei Poveri, Milano; Gio Ponti, Concattedrale di Taranto; Alvar Alto, chiesa di Riolo; Le Corbu, Ronchamp; Gardella, Sant’Enrico, a San Donato; Carlo Scarpa, San Giovanni Battista a Fiorenzuola; Steven Holl, cappella di sant’Ignazio, Seattle. Poi ci sono due commoventi chiese della stagione. “fascio e martello” (le città costruite dal fascismo)): la Santa Barbara di Arsia (in Istria) di Gustavo Pulizer Finali, e la chiesa parrocchiale di Segezia (Foggia), con la facciata dolecemente traforata. Ma ho visto solo foto di esterni. Ma perché non citare Santa Maria Rossa di Muzio a Milano, con quella sua volta a botte, oggi delicatamente accarezzata dalle luci di Dan Flavin?

La chiesa più bella forse è una che non è mai stata costruita: è la chiesa di San Carlo alla Barona a Milano di Aldo Rossi. Restano disegni e un modellino. Rossa di mattoni lombardi, struttura da fabbrica ma con grande statue stile san Carlone in facciata. Un colpo al cuore…

Written by gfrangi

Novembre 10th, 2010 at 7:30 pm

Perché la Sagrada Familia ha pilastri a forma di alberi

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Domenica 7 novembre, è stata la giornata attesa da 128 anni della consacrazione della Sagrada Familla a Barcellona. L’aspetto che si vede dalle immagini televisive ha qualcosa di inedito: un biancore e una luminosità che non avevo messo nel conto. Nelle colonne che si alzano come giunchi snelli di un’immaginaria foresta c’è questa idea di architettura come forma vegetale che Gaudì aveva tenuto sempre come punto fermo: «La colonna è come un fusto, il tronco di un albero; il tetto è come la montagna, con i suoi crinali e i pendii; la volta è una caverna a sezione parabolica; i terrapieni più resistenti dei precipizi della montagna formano architravi e medaglioni sopra punti in cui gli strati deboli sono stati erosi».

Mi colpisce anche un altro fatto, anomalo rispetto alla concezione e all’opera di Gaudì: manca del tutto la policromia («La natura non ci offre nessun oggetto in monocromia… Per questa ragione dobbiamo colorare tutto, o in parte, ogni elemento architettonico», aveva scritto). La Sagrada è come un’architettura parlante, con la sua foresta di simboli, cerca un’iterazione mistica con il visitatore-fedele. Una specie di gigantesco rebus religioso, che oggi affascina proprio per questa sua componente di mistero. Il successo di Gaudì va ben aldilà del magnetismo religioso che esercita. Io credo che abbia a che vedere con lo straordinaria attrattiva che la fantasy esercita sull’uomo d’oggi. Forse è per questo che senza negarne la grandezza, non mi riesce di amarlo (mi è più immediato amare il Gaudì policromo e laico della case o del parco Guell).

C’è anche una motivazione più culturale: la Sagrada Familia chiude Gaudì in un limbo del tutto estraneo ai percorsi della storia. Non è così. Gaudì è invece dentro il flusso della storia. Emerge da una sensibilità estetica liberty. Con una caratteristica: mentre il liberty è riduzione dell’architettura al momento decorativo, invece Gaudì fa una scommessa straordinaria: fare di quella grammatica presa dalla natura da decorazione a struttura. Per questo i suoi pilastri sono come alberi.

Written by gfrangi

Novembre 8th, 2010 at 11:28 am