Robe da chiodi

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Una riscoperta in periferia: il gioiello umile di Figini Pollini

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Che ne dite della facciata di questa chiesa? Per me è stata una scoperta, perché su tanti libri di architettura del 900 avevo visto immagini della stessa chiesa, ma solo dell’interno, per via delle grandi soluzioni che Figini e Pollini avevano escogitato. La chiesa è quella della Madonna dei Poveri a Baggio. Anno 1956. Una chiesa che sorgeva in mezzo alle case minime abitate allora dagli immigrati arrivati dal Sud (la media era di 60mila arrivi all’anno!). Questa chiesa nella sua disarmante semplicità si adegua al contesto, è “dei Poveri” nel nome e nella concezione. Mi hanno colpito l’equilibrio di tutti i rapporti, gli inserti di laterizio come tocco di bellezza svuotata di ogni enfasi, la solennità che pur nella sua radicale sobrietà la chiesa riesce a darsi. È una chiesa che sussurra la sua presenza nel tessuto della periferia. Sono un ammiratore, anzi, di più, sono un fans, del razionalismo esatto ma pacato di Figini e Pollini. Un razionalismo che non ha mai nulla di astratto né di intellettualistico. Penso che la facciata degli stabilimenti Olivetti ad Ivrea sia una delle cose più belle e umanamente civili del 900 italiano. Qui si confermano, con meno mezzi a disposizione. Ma con un’intelligente comprensione della funzione dell’edificio: che è quello di riuscire a raccordare la dimensione della povertà a quella della bellezza.

Da qui due riflessioni. Primo, qui c’è un suggerimento interessante a chi deve mettersi a progettare chiese oggi. Lo definirei un approccio affettivo. Sentire il luogo, il contesto; aver presente il volto di chi la frequenta; e i santi che la popoleranno. Una sorta di umile processo preliminare di osmosi.

Secondo, qui c’è lo spirito migliore di Milano. Un razionalismo ragionevole. Una bellezza con i piedi per terra. Una modernità inclusiva del meglio del passato (dovreste vedere il grigliato di mattoni che sul retro chiude l’abside). Di questo c’è da essere grati a Montini, che si era preso i rischi della modernità, suggerendo discretamente una strada da percorrere.

Un grazie agli amici di 30Giorni che mi hanno dato l’occasione di approfondire questa storia…

Written by gfrangi

21 Aprile, 2011 at 8:31 am

Il vetro di Ivrea

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Ancora un appunto dal sabato eporediense. Un appunto ardito. Eppure c’è un’affinità tra la facciata dell’Ico di Figini-Pollini e la parete di Spanzotti. C’è una stessa dimestichezza con quell’aria semi alpina. Una stessa trasparenza poetica. Una stessa capacità di intercettare la luce senza mai esasperarla. Uno stesso amore per la regolarità, espressa nella geometria molto domestica dei quadrati. C’è quasi un’omogeneità tonale, perché tutt’e due stemperano la luce, Figini nella delicatezza tremolante del vetro, Spanzotti nei suoi interni tersi e rosati. Il filo conduttore, la lingua comune è quella di una poesia con un senso civico innato.

(Tommaso suggerisce un parallelo con la Van Nelle Factory di Rotterdam di Johannes Brinkman, 1925-31, quindi di dieci anni precedenti. Un’affinità nell’uso del vetro, che non taglia fuori ma crea rapporti tra il dentro e il fuori)

Written by giuseppefrangi

24 Settembre, 2008 at 11:42 pm