Robe da chiodi

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8 marzo. Le donne sono i corpi feriti dell’arte

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Louise Bourgeois, Girl with her hair. 2007

8marzo. Pensavo in questa giornata delle donne a quel che le donne stanno dicendo nell’arte e all’arte di oggi. Sono convinto che ci sia un trait d’union sotterraneo che lega tante loro esperienze e le qualifica in modo preciso e inconfondibile. Questo tratto è legato non tanto al tema quando proprio alla presenza del corpo. Trovo che sia un segnale discreto ma epocale. Nel momento in cui la cultura afferma una mitologia dell’artificiale o dell’onnipotenza dell’immaginario maschile, le donne rovesciano ferite che non sono solo loro, ma di tutto il genere umano. Provate a mettere in fila Marina Abramovic, Gina Pane, Vanessa Beecroft, Louise Bourgeois, Cindy Sherman, Shirin Neshat, Nan Goldin o anche la nostra Carol Rama. Ditemi se immediatamente non scorgete un filo rosso: il corpo per tutte non è solo un soggetto attorno a cui esprimersi, ma in un modo o nell’altro diventa il supporto stesso (come lo è una tela) su cui esprimersi. Che sia il corpo madido di violenza di Nan Goldin, quello autoflagellato di Gina Pane, quello tracciato da scritture di Shirin Neshat. Il lato cruento del vivere non è trasferito in rappresentazioni oltre sé, ma trattenuto sempre sulla propria pelle. Le donne riportano l’arte del nostro tempo al nodo che troppo spesso viene eluso o addirittura “espulso”, anche quando se ne vuole dare una rappresentazione drammatica: che la vita è una ferita intima che ciascuno si porta dentro. È fragilità di carne e sangue. È tenerezza, ma è anche violenza (che è espressione di violenza reale, perché spesso violenza subita). È natura più forte di noi.
È una mia convinzione che prescinde dal problema della grandezza di ciascuna di loro. Se il nostro tempo ci ha messo davanti questa serie di esperienze a ripetizione che culturalmente mi sembrano incollocabili in caselle uguali o contigue, ma che hanno un preciso tratto identificativo, qualcosa vorrà pur dire. È la fragile vita che bussa…

Written by gfrangi

8 Marzo, 2012 at 12:49 pm

L'onda nera di Vanessa Beecroft

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vanessa11

Io non c’ero ma chi c’era mi ha raccontato del clima sospeso che si respirava al Pac durante la perfomance di Vanessa Beecroft. Si sentiva il fruscio dei passi, il sussurro di voci basse, il click delle fotografie. A VB bisogna dare atto di essere riuscita in un’impresa non facile: mantenere un equilibrio che facesse cadere la performance o nel sentimentalismo, o nello stilismo. 22 uomini neri, seduti ad una lunga tavola trasparente, apparecchiata senza piatti né tovaglia, con polli arrosto buttati sul piano, per dare un’impronta ancor più prorompente al cibo, quel cibo che abitualmente a loro manca. C’era un che di selvaggio in quel rito, che faceva da contrappeso all’eleganza visiva e lungilinea dell’insieme. Rispetto alle altre perfomance di VB, c’è qualcosa di nuovo. I soggetti non sono come “robotizzati” e tenuti sotto stretta regia, come accade nelle perfette perfomance con le modelle. In questo caso i clandestini sono soggetti liberi, in un certo senso fuori controllo: e questo dava all’insieme un che di drammatico. Come se da un istante all’altro potesse accadere l’imprevisto, o addirittura l’irreparabile su quel l’immenso tavolo-zattera. La vita di quei 22 clandestini, per quanto disposta ordinatamente come apostoli di un’ultima cena, era vita in bilico. E così VB ha lasciato che fosse. Facce abbrutite da giornate (e notti) impossibili, giacche mal portate. Piedi nudi. Occhi un po’ persi. Sono un punto misterioso di umanità, approdato nel nostro mondo, una presenza che non parla, ma che ti arriva inevitabilmente addosso, con quel senso potente, quasi implacabile di attesa. Raramente il grande fenomeno dell’immigrazione ha avuto una rappresentazione così a filo di realtà, cioè drammatica senza essere retorica. E davanti a loro, noi, ammirati, spaesati, attoniti. (Per dirla tutta: dubito che VB stavolta finisca su Vogue. Stavolta s’è messa di traverso)

Poi mi viene un’ultima annotazione: VB riesce a tenere fede al proposito annunciato di mirare comunque a un senso complessivo di bellezza. Basta scorrere le foto per constatare come la brutalità di ogni storia non ne rinneghi la bellezza. Queste sono le mie impressioni, di uno che non ha visto, ma ha sentito nell’aria la scossa partita da VB.

(la foto è di Vanessa Beecroft. L’intera sequenza sul sito Vita.it)

Written by giuseppefrangi

18 Marzo, 2009 at 8:37 pm