Robe da chiodi

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Mostra di Verrocchio, annotazioni a margine

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Vista la mostra su Verrocchio a Palazzo Strozzi. Una mostra finalmente impeccabile, nel ritmo e nella qualità dei pezzi esposti, curata da Francesco Caglioti e Andrea De Marchi. I dialoghi funzionano, a partire da quello della seconda sala, forse la più bella della mostra, dove il disegno di Leonardo al centro, esplora il profilo del volto del Davide di Verrocchio esposto a pochi metri: con la penna accarezza la linea del labbro superiore dolcemente sporgente rispetto a quello inferiore.

Mi sono annotato alcuni pensieri laterali. Colpisce lo sperimentalismo che si respira in questa stagione dell’arte fiorentina e in particolare in una bottega come quella del Verrocchio. In quella stessa sala i profili della serie di Olimpia, la madre di Alessandro Magno, sembrano davvero sgusciar fuori dal marmo del bassorilievo; lievitano quasi, come esito di misteriose alchimie messe a punto in bottega.

Si intuisce come le soluzioni escogitate anche per soggetti in apparenza standard contengano una componente di audacia. La meravigliosa Madonna con il Bambino di Londra introduce quell’angelo a destra che aggancia il nostro sguardo: un’idea che Leonardo avrebbe tenuto in serbo qualche anno dopo per la Vergine delle Rocce: nel rigore costruttivo a piramide del quadro, nella solidità quasi scultorea dell’impostazione si inserisce questo elemento “in uscita”, inatteso.

Il disegno con il cavallo di profilo, studio per il monumento al Colleoni, arrivato da New York, è un meraviglioso disvelamento del metodo di lavoro di una bottega: ci sono annotazioni precise lungo ogni linea tirata, come un disegno parlante. Le scritte funzionano come fossero il tracciato del sistema nervoso del disegno e quindi dell’opera.

Infine nell’ultima sala dove viene proposta l’attribuzione a Leonardo della terracotta con la Madonna e il Bambino del Victoria and Albert Museum, sfilano in stupenda sequenza i disegni di panneggio, di Verrocchio e in particolare di Leonardo. Buona parte sono stati realizzati su tela di lino preparata con un fondo monocromo, che varia. C’è una volontà di mimesi così spinta, da coinvolgere anche il supporto, anzi da renderlo quasi decisivo rispetto all’esito. Anche in questo caso, come in tutto il percorso, si respira un continuo sovrapporsi di linguaggio pittorico e di scultura: cadono i confini. Quanto di scultoreo c’è nei panneggi disegnati da Leonardo…

Unico neo della mostra lo “spacchettamento” che ha lasciato un po’ persa al Bargello la sezione dedicata all’Incredulità di San Tommaso (con tutto quell’ardire con il bronzo…) e ai Crocifissi. 

Nota a margine: non sapevo che la giuggiola fosse la pianta da cui sarebbe stata ricavata la corona di spine di Gesù (c’è in mostra la Madonna della giuggiola di Lorenzo di Credi).

Disegno per il cavallo del Monumento a Colleoni

Written by gfrangi

Maggio 11th, 2019 at 12:01 pm

Ai Weiwei, il simbolo di questi nostri anni

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Volenti o nolenti Ai Weiwei è l’artista simbolo di questi anni. Lo dimostra la mostra curata da Artutro Galansino è aperta in questi giorni a Palazzo Strozzi. Una mostra impeccabile, completa, che nella sua ossessione per una pulizia formale dal punto di vista allestiti o riesce anche ad emozionare (impressiona il silenzio con cui le persone visitano la mostra).
Perché Ai Weiwei può essere ritenuto artista simbolo? Provo a rispondere. Innanzitutto per quanto sia “personaggio”, lui si muove in una dimensione collettiva. Le sue opere sembrano sempre nate più da un noi, che ogni volta muta, che da un io. È un artista in perenne relazione con “altri”. È questa relazione è il fondamento di ogni sua creazione artistica. È artista sociale, sulla scia di Joseph Beuys: l’opera non è nell’oggetto ma nella coscienza che determina in chi la vede. In questo è anche un artista molto empatico, che sa tramettere conoscenze attraverso le emozioni. «È diventato una cosa simbolica essere artista», dice. «Seguendo Duchamp mi sono reso conto che essere un artista è più uno stile di vita è un atteggiamento che non la produzione di qualche oggetto».

Ai Weiwei poi è un artista che gioca allo scoperto. È in un certo senso perennemente collegato con il mondo. Racconta tutto di se stesso. È artista pubblico per antonomasia. Si sa sempre tutto di lui. E anche nelle opere molto warholianamente sono tutte in superficie. Hanno significati che è facile scoprire e anche memorizzare (prendete le opere realizzate dopo il terremoto di Sichuan che causò stragi di bambini per le scuole mal costruite).
Per questo Weiwei è una artista tutto esposto sul presente (la tradizione, dice, è un punto di partenza per compiere un gesto nuovo). Il titolo dell’installazione con i gommoni appesi sulla facciata di Palazzo Strozzi è emblematico: “Reframe”. Il passato ha bisogno di una nuova cornice, che parli all’oggi. Una cornice che rispetti le misure della tradizione ma che apra finestre sul presente.

Sono tutti fattori che rendono sempre molto “umane” le sue opere. Si avverte che il suo operare artistico è sempre mosso da una grande simpatia verso i propri simili. Ed è questa simpatia che lo induce ad essere sempre così “social”. La simpatia è qualcosa che va oltre la denuncia. Se ha appeso i gommoni da salvataggio sulle facciate di Palazzo Strozzi lo ha fatto non per «una provocazione ma per un invito ad un altro modo di sentire l’umanità». Questa è una dimensione che si “respira” in ogni sua opera, che diventa la sua ragion d’essere.

C’è teatralità, c’è scaltrezza, c’è una straordinaria abilità sartoriale nei suoi lavori. Ma alla fine quello che resta è soprattutto un segno umano, semplice, che è difficile dimenticare. Poi si possono fare tutte le obiezioni del mondo su di lui, ma è difficile negare che Ai Weiwei ci abbia considerati tutti ogni volta un po’ suoi “fratelli”.
Ps: Ai Weiwei è architetto. E lo si vede da come ha allestito questa mostra, che esalta come non è mai accaduto gli spazi meravigliosi di Palazzo Strozzi. Si può dire che si vedono due mostre in una: Ai Weiwei e gli interni del palazzo.

Written by gfrangi

Settembre 24th, 2016 at 7:02 am