Robe da chiodi

Archive for the ‘Francis Bacon’ tag

Bacon pittore clinico

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«Van Gogh? Lui si è avvicinato alla verità fin quasi a toccarla. Con i grandi artisti è sempre così: si tratta di una “approssimazione”. La pittura è un linguaggio a sé, una lingua a parte. Nessuno è capace di parlarne. E perché parlarne poi? Guardiamola piuttosto…». È una delle risposte di Francis Bacon a Franck Maubert, critico francese dell’Express. I dialoghi tra i due sono stati pubblicati ora in un libretto di Laterza. Manca l’asciuttezza quasi da interrogatorio di polizia propria delle interviste di Bacon a David Sylvester, ma ci sono spunti di sorprendente interesse e profondità.

La creazione. «La creazione è una necessità assoluta che fa dimenticare tutto il resto. Io non pensavo che mi sarei mantenuto grazie alla pittura, volevo solo chiarire delle cose con me stesso. La creazione è come l’amore, non ci si può fare niente. È una necessità. In quel momento, non si capisce come le cose accadano. L’importante è che accadano. Per se stessi e basta. Dopo ci si può divertire a trovare delle spiegazioni… Per  quanto mi riguarda, la pittura serve soprattutto a me stesso, se poi uno ci può vivere, tanto meglio».

Il realismo clinico. «Io volevo fare una pittura “clinica” nella mia accezione del termine. I più grandi oggetti artistici sono “clinici”. In inglese si dice clinical. Quando adopero la parola “clinico”, voglio indicare il realismo più assoluto. In effetti è impossibile parlarne». “Clinico” significa freddo? «Una sorta di realismo, ma non necessariamente freddo; è un atteggiamento, è come tagliare qualcosa. Ma è innegabile che in tutto ciò ci sia della freddezza e della distanza. A priori non ci sono sentimenti. E paradossalmente questo può provocare un enorme sentimento. “Clinico”significa essere il più vicini possibile al realismo, essergli vicini nella parte più profonda di sé. Il realismo è qualcosa che sconvolge».

Written by giuseppefrangi

21 Settembre, 2009 at 7:10 pm

Hirst, scherzetti perfetti

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Qualche giorno fa i quotidiani si sono occupati dello scherzetto perfetto che un ragazzino inglese di 17 anni, noto solo con il soprannome di Cartrain, aveva fatto all’artista oggi più famoso (se la fama è da rapportare al valore delle oepre sul mercato) del mondo. L’artista è Damien Hirst, quello, per intenderdi che aveva messo uno squalo in formaldeide e che era stato lanciato negli anni 90 da Charles Saatchi. Cartrain ha violato il mito prima clonando l’idea di una sua opera famosa e miliardaria, “For the love of God”, un teschio tempestato di diamanti. Hirst lo aveva citato in giudizio, ottenendo la fine della perfomancce beffarda. Cartrain ha lasciato passare un po’ di tempo e poi ha consumato una vendetta nel suo stile: ha rubato le matite colorate di Damien Hirst, che eranmo state esposte come un’opera d’arte. Poi aveva affisso per Londra un cartello in cui minacciava di temperarle. La storia si è conclusa con l’irruzione degli agenti della squadra “arte e antichità” di Scotland Yard a casa di Cartrain per sequestrare l’oggetto del furto.

Dal provocatore e dissacratore Damien Hirst ci si poteva aspettare un atteggiamento diverso. Magari un po’ più di ironia. Così non è stato. Gli artisti sono ormai come star, prendere o lasciare.

Ma la storia non finisce qui, per fortuna nostra e di Damien Hirst. È di ieri infatti la prtesentazione della nuova mostra che l’artista inglese ha aperto in una città imprevista, Kiev, ospite di una fondazione la Viktor Pinchuk Foundation, che ha finalità sociali, in quanto si occupa del recupero di ragazzi border line e colpiti dall’Aids. Hirst ha annunciato di aver donato 400mila euro alla fondazione (il che può essere una operazione di marketing personale), ma, quel che più conta, ha montato una mostra che sgombra ogni equivoco sulla sua statura. Tra le sale c’è anche un trittico che fa sobbalzare dalla sedia chi sente il vuoto lasciato da un gigante dell’arte come Francis Bacon. Del resto era stato proprio Bacon, prendendo tutti in contropiede, a designare il giovanissimo Hirst, visto in una piccola galleria londinese, come suo erede. Ora si capisce quel che Bacon aveva visto in Hirst. Le vie dell’arte a volte sono complicate e piene di interrogativi, ma a volte per fortuna riservano grandi sorprese.

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Written by giuseppefrangi

15 Settembre, 2009 at 11:35 am

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Bacon si lavava i denti con il Vim

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Dall’articolo di Barbara Briganti, su Repubblica, dedicato allo studio di Francis Bacon, 7 di Reece Mews (oggi ricostruito e conservato al Museo di Dublino):

«Delle sue tendenze omosessuali e sadomasochistiche non fece mai mistero. Del suo strano e anticonvenzionale narcisismo neppure. Sotto i pantaloni strettissimi ed il sempiterno giubbotto di cuoio nero, cimelio giunto a Dublino insieme al materiale dello studio, indossava a quanto pare calze a rete e biancheria femminile. Il volto, forse liftato, era pesantemente imbellettato, i capelli tinti con il lucido da scarpe e i denti, sempre secondo la leggenda accuratamente coltivata dell’ artista maledetto e fuori da ogni schema, lavati col vim. Questa era la mitologia, meticolosamente costruita, che aureolava Francis Bacon. Ne facevano parte l’aneddotica sul suo passato, gli amori tragici, le frequentazioni losche e le infinite provocazioni. Da questo punto di vista lo studio di Reece Mews, così come la Conversazione con Bacon, pubblicata da chi ha avuto la fortuna di poterla documentare, sono profondamente rivelatori della vera essenza del suo operato. O forse no».

Immagine 1

Qui era lo studio di Bacon a Londra (A).


Written by giuseppefrangi

31 Agosto, 2009 at 9:42 pm

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La grande arte che ti fa dire “cazzo, cos'è"

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«Che cos’è la grande arte? La grande arte è quella che ti fa fermare quando giri l’angolo e dire, “cazzo, cos’è?” È quando ti trovi davanti ad un oggetto col quale hai un rapporto personale fondamentale, stretto e capisci qualcosa sull’essere vivi che non avevi mai capito prima». Sono parole di Damien Hirst tratte dal suo Manuale per giovani artisti (un bellissimo, selvaggio libro generazionale). Ho intercettato queste parole leggendo una relazione di Beatrice Buscaroli, curatrice con Luca Beatrice del padiglione italiano della Biennale testé aperta. I giudizi ingiuriosi che accompagano questa citazione (per la quale d’istinto le avrei fatto i complimenti) evidenziano una cosa: che la critica cerca ossessivamente di rifugiarsi in uno schema, mentre l’arte scappa dagli schemi. Il libro intervista di Hirst è zeppo di intuizioni critiche fulminanti (vi si leggono alcune delle cose più acute che siano state dette su Bacon), ma soprattutto non si “lascia prendere”.  Colpisce e scappa via. Prima ti persuade e il passo dopo ti spiazza. Invece la critica “biennalica” ha la sola preoccupazione di mettere in ordine le cose, di mettere paletti e punti fermi (del tipo: qui è arte e qua no), di stabilire canoni estetici dentro i quali non sentirsi persi.  Una sorta di grande anestesia esperienziale.
Meglio ammettere che i conti non sempre tornano (anzi quasi mai). Quel “cazzo cos’è” di Damien Hirst è ancora l’esperienza più bella che l’arte ci riserva. Non sapevi, non prevedevi e ti trovi investito da un’evidenza che ti scuote e ti resta incollata in testa. Ad esempio io ho sempre in testa l’agnello di Damien Hirst sigillato dentro quella teca tabernacolo alla mostra di Napoli di qualche anno fa. Un po’ Zurbaran e un po’ Bacon: con la purezza di un Agnus Dei riemerso dalla profondità della storia.

lamb

«Francis Bacon dipinge un ombrello del cazzo e ti caghi addosso. Dopo avrai sempre paura degli ombrelli. È un artista, uno scultore, un pittore. È l’ultimo bastione della pittura. Prima di allora la pittura sembrava morta. Completamente morta» (Damien Hirst)

Written by giuseppefrangi

5 Giugno, 2009 at 10:20 pm