Robe da chiodi

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Le Havre, la rinascita che scavalca la guerra

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Raoul Dufy, Festa marittima a Le Havre, 1925 circa

28 marzo 1944: le bombe alleate si abbattono in modo devastante su Mestre. 5 e 6 settembre dello stesso anno: un destino ancor più catastrofico riduce praticamente Le Havre a un cumulo di macerie con l’80% degli edifici distrutti. Due città di mare, o meglio di porto e quindi obiettivi particolarmente sensibili, distanti oltre 1300 chilometri ma che oggi si trovano gemellate in una intelligente operazione di memoria storica e culturale, che ha preso la forma di una mostra, emblematica fin dal titolo, “Arte salvata. Capolavori oltre la guerra dal MuMa di Le Havre”, ospitata all’M9 di Mestre (fino al 31 agosto).

Le bombe su Le Havre non avevano risparmiato il Musée des Beaux Arts, istituzione simbolo e un po’ cuore della città.  Si trattava di un monumentale edificio inaugurato nel 1845 e destinato ad accogliere una collezione permanente in formazione. Un museo, nelle intenzioni esplicite dei fondatori, chiamato a crescere con la città stessa e ad essere istituzione partecipata e pensata per la comunità. Per un curioso destino in quello stesso 1845 si era trasferita a Le Havre, per ragioni di carattere economico, la famiglia di Adolphe Monet, padre di Claude che a quella data aveva cinque anni. Nella condizione di necessità avevano trovato un sostegno presso la sorellastra di Adolphe, Marie-Jeanne Lecadre, guarda caso pittrice nel tempo libero.

Per Claude Monet Le Havre ha rappresentato una seconda patria. Qui aveva esposto nella sua prima mostra collettiva e qui aveva potuto frequentare Eugène Boudin, un artista del quale diceva «se sono diventato pittore è a lui che lo devo». A Le Havre nel 1847 era arrivato anche il treno, a completamento della ferrovia che collegava la città a Parigi. Una linea ben famigliare a Monet perché univa la capitale, Argenteuil e quella sua città d’adozione. Era certamente arrivato con il treno in quel tardo autunno del 1872, quando, colpito dalla visione della bruma mattutina sopra il porto, aveva dipinto il quadro che avrebbe segnato la storia della pittura, “Impression, soleil levant”. L’anno dopo sempre Monet aveva dipinto una veduta della città con al centro proprio il monumentale edificio del Museo (oggi il quadro è alla National Gallery di Londra). Le Havre diventava così luogo d’elezione e seconda capitale dell’impressionismo: oltre a Monet la frequentavano Sisley e Pissarro. 

Per il museo quella situazione aveva rappresentato una fortuna. Restando fedele alla filosofia delle donazioni e proprio in virtù di quella sua manifesta funzione civile, ben presto la collezione aveva iniziato ad arricchirsi grazie ai lasciti di industriali collezionisti ma anche grazie ad un sentimento di riconoscenza da parte degli artisti. Il fratello di Boudin nel 1899 aveva donato 60 tele. Monet nel 1910 ne aveva donate tre, tutte molto significative. Lo sforzo del museo era anche quello di prestare attenzione «ai pittori di oggi quelli che sincerità e originalità meritano la nostra attenzione», come aveva detto Alphonse Saladin, conservatore a partire dal 1925, una personalità capace di dare un grande impulso alla crescita della collezione. Unica condizione posta per le acquisizioni era che i prezzi delle opere fossero accessibili.

Poi sulla storia del museo era piombata l’apocalisse del settembre 1944. Quanto  ai quadri si riuscì a metterli al sicuro; niente da fare invece per le sculture, rimaste sepolte tra le macerie dell’edificio. Finita la guerra Le Havre si era trasformata in un gigantesco cantiere, nel quale ha giocato un ruolo fondamentale Auguste Perret, architetto belga presso cui Le Corbusier aveva compiuto i primi studi. Il museo era al centro di  questo processo di rinascita della città: il progetto del nuovo edificio era stato affidato ad un artista Raynold Arnould, chiamato a coordinare un pool di importanti architetti. Una spinta decisiva e molto convinta era arrivata da André Malraux, allora ministro della Cultura: il discorso tenuto in occasione dell’inaugurazione del nuovo museo, il 24 giugno 1961 è parte della memoria della città. «Non c’è una casa come questa al mondo», aveva detto il ministro scrittore. «Nemmeno in Brasile, in Russia o negli Stati Uniti. Ricordate gente di Le Havre, che si dirà che è qui che tutto è ricominciato». Oggi il centro ricostruito di Le Havre è stato riconosciuto Patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Anche Mestre ha seguito in tempi diversi su un percorso analogo, puntando su un museo che diventasse perno di riqualificazione e di cultura partecipata. È M9, inaugurato nel 2018, voluto e sostenuto da Fondazione Venezia, museo di nuova generazione, interamente dedicato alla storia collettiva del 900, con due piani di installazioni digitali permanenti, suddivise in otto diverse aree tematiche. L’ultimo livello dell’edificio è dedicato invece alle esposizioni temporanee ed è qui che sono accolte le 50 opere, tra quali spiccano quelle delle stagioni impressionista e fauve, arrivate dal museo di Le Havre. Per una volta  però, per scelta della direttrice Serena Bertolucci, il facile richiamo all’impressionismo, specchietto per le allodole per il pubblico, è stato messo in secondo piano per puntare su una comunicazione che valorizzasse l’aspetto storico e le analogie nei percorsi di rigenerazione intrapresi dalle due città. Se il museo francese è nato dalle macerie dei bombardamenti del ‘44, una serie di fotografie recuperate da diversi archivi grazie alle ricerche di Giuseppe Saccà e allestite in modo impattante, mostrano come anche l’area dove sorge oggi sorge M9 fosse al cuore degli attacchi aerei di quello stesso anno. 

Con queste premesse lo sguardo sui quadri è indotto inevitabilmente a sperimentare una modalità diversa. Ad esempio prende rilievo il discorso sulla provenienza di ciascuna opera, messo giustamente in rilievo nei testi di appoggio: si tratta di tasselli di una storia coerente e collettiva, regolata dalla consapevolezza del valore del museo per la città. Così, oltre a due dei tre Monet donati dall’artista in mostra, se ne scopre un altro che ha una storia diversa: era stato acquistato da Charles-Auguste Marande, commerciante di cotone e collezionista che poi lo aveva voluto donare al museo. Per inciso, il quadro rappresenta un’eccezionale gelata della Senna avvenuta nell’inverno 1879. Monet lo aveva dipinto en plein air sfidando il freddo come testimoniato dalla rapidità delle pennellate nella parte bassa della tela: si racconta che l’artista si facesse portare delle bottiglie di acqua calda dalla moglie Camille per non rischiare di perdere la sensibilità delle dita. Era stato invece un altro commerciante di cotone, Pieter van der Velde a donare il quadro di Alfred Sisley con la “Senna a Pont-du-Jour”. La motivazione in questo caso era stata quella di voler aggiungere un “terzo moschettiere” dell’Impressionismo, oltre a Monet e Pissarro, alla collezione del museo. La serie splendida delle tele di Raoul Dufy testimonia il rapporto speciale tra questo protagonista della stagione Fauve e la sua città natale. All’indomani della sua morte nel 1953 la moglie Emilienne aveva fatto una generosa donazione di opere al museo, con ben 30 quadri. Nel grande spazio espositivo mestrino vediamo in particolare squillare di un luminoso blu quelle dedicate a Le Havre e al suo porto, soggetto privilegiato e felice. 

(pubblicato su Il Manifesto, 17 giugno 2025)

Written by gfrangi

Giugno 18th, 2025 at 10:19 am

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