{"id":5301,"date":"2021-11-12T15:38:01","date_gmt":"2021-11-12T15:38:01","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=5301"},"modified":"2021-11-12T15:38:01","modified_gmt":"2021-11-12T15:38:01","slug":"a-r-penck-la-potenza-dellinnocenza","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=5301","title":{"rendered":"A. R. Penck, la potenza dell&#8217;innocenza"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019opera da cui prende avvio la bella mostra di A. R. Penck allestita al Museo Comunale di Mendrisio \u00e8 un\u2019opera che sgombera subito il campo. \u201cStandart\u201d, 1969, rappresenta la sagoma sintetica di un uomo in posa simil vitruviana. \u00c8 dipinta in stile graffiti con un segno nero, drastico e semplice, su una tela trattata come un muro. Penck aveva ammesso che l\u2019ispirazione gli era venuta dai disegni visti sulle pareti dei bagni pubblici; in quei prototipi aveva poi immesso l\u2019energia di una primitivit\u00e0 contemporanea. Non ci sono riferimenti alla cultura figurativa occidentale, dato che la cortina di ferro, come lui ha testimoniato, era impermeabile al passaggio delle immagini. \u00c8 un\u2019opera che immediatamente richiama la grammatica visiva di Keith Haring e di Basquiat: ma in quel 1969 loro avevano rispettivamente 11 e 9 anni\u2026&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cStandart\u201d non \u00e8 semplicemente un titolo, \u00e8 molto di pi\u00f9. \u201cStand\u201d, che sta per \u201cpresa di posizione\u201d; la parola risuona anche come \u201cstendardo\u201d, quindi bandiera, vessillo di un\u2019arte appunto tutta nuova. \u201cStandart\u201d \u00e8 un progetto radicale, \u00abuna ricerca sulla natura dell\u2019immagine che ne metta in luce le potenzialit\u00e0 di espressione simbolica\u00bb, scrive Ulf Jensen in uno dei saggi del catalogo. Penck lo definisce cos\u00ec: \u00abUn sistema di segni fatto in modo tale da non essere solo percepito e imitato, ma anche prodotto, moltiplicato e operativamente modificato\u00bb. Per l\u2019artista quella sua stagione nell\u2019Est finito sotto il comunismo sovietico, era stata la stagione dell\u2019innocenza. C\u2019\u00e8 in effetti un che di potentemente innocente nell\u2019idea di innescare la produzione libera di un linguaggio visivo pi\u00f9 ampio e pi\u00f9 comprensibile di qualsiasi espressione linguistica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A.R. Penck era nato invece nel 1939 a Dresda. Il suo nome reale era Ralf Winkler. Nel 1968 aveva scelto lo pseudonimo ispirandosi ad uno studioso di geologia dell\u2019era glaciale, Albrecht Penck, che aveva esplorato la stratigrafia dell\u2019era del Pleistocene. La sua biografia corre in parallelo con quelle di George Baselitz e Gerhard Richter, ma a differenza loro aveva scelto di restare molto pi\u00f9 a lungo nella Germania dell\u2019Est, coltivando appunto quel suo sogno di innocenza. Un sogno che consisteva anche nel dar corpo a un linguaggio artistico alternativo al dogma del realismo socialista, capace di uscire \u00abda una dimensione personale per abbracciare la realt\u00e0 nella maniera pi\u00f9 ampia possibile\u00bb, come scrive Simone Soldini curatore della mostra, insieme allo stesso Ulf Jensen e a Barbara Paltenghi Malacrida (\u201cA. R. Penck\u201d, fino al 13 febbraio 2022). \u201cWeltbilder\u201d, \u201cquadri-mondo\u201d, \u00e8 non a caso il titolo di una serie di opere dei primi anni Sessanta, ben rappresentati in mostra, in cui Penck comincia a elaborare un linguaggio visivo chiaro e diretto. Il suo orizzonte fin da subito \u00e8 il mondo che lo circonda, che vorrebbe dotare di un modello espressivo in grado di dare informazioni attraverso la semplicit\u00e0 delle immagini. Con l\u2019energia del neofita, si fa notare per opere clandestine, dal messaggio molto chiaro: \u201cWandbild. Das Geteilte Deutschland\u201d (\u201cMurale. La Germania divisa\u201d) \u00e8 un intervento realizzato nel 1962 nel seminterrato di una Casa dello studente ed \u00e8 la prima rappresentazione del paese tagliato dal Muro di Berlino. Era un\u2019esplicita sfida al potere, dove il leader del partito Walter Ulbricht veniva rappresentato come uno schiavista.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Penck approfondisce il suo progetto \u201cStandart\u201d studiando la cibernetica; lo concepisce come contributo alla costruzione del socialismo, attraverso il modello di una nuova pratica artistica. Ma la crisi del 1968, con i carri armati russi a Praga, segna un punto di non ritorno. Penck viene dichiarato \u00abartista asociale\u00bb e nonostante la grande popolarit\u00e0 che si era conquistato \u00e8 costretto a sparire dalla scena pubblica.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In realt\u00e0 sul suo percorso paradossalmente pes\u00f2 di pi\u00f9 un riconoscimento che non questa censura. Nel 1972 infatti Harald Szeemann, che aveva avuto modo di conoscere direttamente il suo lavoro, lo aveva invitato in documenta 5 a Kassel includendolo tra le \u201cmitologie individuali\u201d messe in atto dagli artisti nel dopoguerra. Evidentemente si era creato un corto circuito nella ricezione del suo progetto: \u201cStandart\u201d non intendeva assolutamente essere la creazione di una mitologia personale ma aveva l\u2019ambizione di proporsi come modalit\u00e0 linguistica libera, creativa e replicabile; una modalit\u00e0 al passo con i tempi, dato il progressivo prevalere della comunicazione per immagini rispetto a quella per parole.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per Penck si apre una nuova stagione, che passa anche dalla fatica di una crisi personale. Nel 1977 scopre la scultura, anche grazie alla vicinanza con un altro protagonista di questa stagione dell\u2019arte tedesca, Markus L\u00fcpertz. Come scrive Soldini in catalogo, Penck \u00abtrova una via di uscita grazie ad un pezzo di legno che tiene da tempo sotto il letto e che ora prende a colpi d\u2019accetta\u00bb. La scultura per lui \u00e8 un altro modo per abbracciare la realt\u00e0: \u00abHo bisogno di realt\u00e0. Qui dove tutto succede davvero\u00bb, dice. Le sculture sono una delle sorprese della mostra e s\u2019impongono per questo senso di immediatezza e di rapidit\u00e0 gestuale trasferita per\u00f2 nella stabilit\u00e0 del bronzo. Il legno spesso fa da matrice, ma a differenza di Baselitz, Penck sceglie di solidificarlo nel metallo, per accentuarne il peso di realt\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel frattempo Penck continua ad elaborare pensieri pittorici riempiendo centinaia di quaderni di appunti visivi: in mostra ne sono esposti una ventina; altri, con un intelligente sistema di proiezione, vengono anche sfogliati, in modo che ci si possa rendere conto della coerenza che li caratterizza. L\u2019arrivo a Ovest nel 1980 significa \u00abla perdita della mia innocenza\u00bb, come lui stesso confess\u00f2. \u00abDovevo trovare una mia nuova collocazione\u00bb. Infatti vediamo come in \u201cStandard West\u201d, del 1981, la carica icastica delle sue figure sia subito chiamata a fare i conti con un caos che ne mina le radici. Per questo Penck cerca uno \u201cSguardo in avanti\u201d, come sottolinea nel titolo di un bellissimo acquerello in mostra, ma resta fondamentalmente fedele a se stesso e a quella sua propensione a raccontare il mondo pi\u00f9 che se stesso. Anche nella serie degli Autoritratti, \u00e8 l\u2019occhio sgranato, puntato sulla realt\u00e0 a fare da perno. Intanto Penck elabora una sua cosmogonia nella quale continua a inglobare la storia e la politica. Esemplare il caso del grande quadro \u201cHow it Works\u201d, dipinto in America nel 1988 in occasione della mostra alla Galleria Hofmann di Los Angeles, che suona come una potente metafora dell\u2019aggressivit\u00e0 del liberalismo. Invece in \u201cThe Battlefield\u201d, tela di oltre 10 metri di lunghezza, riprende il modello dei \u201cWeltbilder\u201d per una visionaria e selvaggia rappresentazione del mondo nell\u2019anno della caduta del Muro: una sorta di big bang pittorico. Nel 2013, poco prima dell\u2019ictus che lo avrebbe costretto, all\u2019inattivit\u00e0, dipinge \u201cAquila e serpente \u2013 pianeta nero\u201d, quasi metafora della globalizzazione, che nell\u2019immediatezza comunicativa dell\u2019immagine richiama ancora l\u2019efficacia della \u201cStandart\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una parola infine per la mostra che si collega idealmente a quella dedicata nelle stesse sale a Per Kirkeby nel 2017. Si tratta di due artisti che vengono dalla scuderia del grande gallerista Michael Werner (prestatore di quasi tutte le opere esposte) e che sono stati pochissimo visti in area italiana. Anche in questo caso l\u2019allestimento \u00e8 inappuntabile e restituisce intatta l\u2019energia e la freschezza di un artista \u00abdalla straordinaria energia sobillatrice\u00bb come lo definisce Enzo Cucchi, intervistato da Ester Cohen per il saggio in catalogo (dedicato al rapporto tra Penck e il nostro paese e in particolare alla partecipazione a Terrae Motus su invito di Lucio Amelio). In copertina al catalogo c\u2019\u00e8 solo il suo volto in close up, senza neanche necessit\u00e0 del titolo. Quasi un omaggio alla sua \u201cStandart\u201d, pittura che non ha bisogno di parole.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019opera da cui prende avvio la bella mostra di A. R. 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