{"id":5270,"date":"2021-09-21T16:31:27","date_gmt":"2021-09-21T16:31:27","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=5270"},"modified":"2021-09-22T16:18:21","modified_gmt":"2021-09-22T16:18:21","slug":"gli-albori-di-schifano","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=5270","title":{"rendered":"Gli albori di Schifano"},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"wp-block-heading\">A Roma in quell\u2019inizio di anni 60 gli unici rimasti a dipingere erano gli operai chiamati a verniciare i selciati delle strade con strisce pedonali e segnaletiche orizzontali. Il boom delle auto costringeva le citt\u00e0 a \u201cridisegnare\u201d le proprie strade. Nel bellissimo film di Elio Petri, \u201cI giorni contati\u201d, uscito nella prima met\u00e0 del 1962, il protagonista, un memorabile Salvo Randone, dopo aver lasciato il lavoro, si divertiva a bighellonare di notte per Roma prendendo in giro gli operai che, con pennello e secchi di vernice bianca, erano costretti a piegare la schiena per dipingere strisce regolari sull\u2019asfalto (<a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=pWVUmBl6cs4\">qui<\/a> un link ad una sequenza del film con Piero Guccione nelle parti di artista-idraulico). <\/h3>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1254\" height=\"1300\" src=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Tano-Festa-Francesco-Lo-Savio-e-Mario-Schifano-alla-galleria-La-Salita-1960.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5271\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Tano-Festa-Francesco-Lo-Savio-e-Mario-Schifano-alla-galleria-La-Salita-1960.jpg 1254w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Tano-Festa-Francesco-Lo-Savio-e-Mario-Schifano-alla-galleria-La-Salita-1960-289x300.jpg 289w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Tano-Festa-Francesco-Lo-Savio-e-Mario-Schifano-alla-galleria-La-Salita-1960-988x1024.jpg 988w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Tano-Festa-Francesco-Lo-Savio-e-Mario-Schifano-alla-galleria-La-Salita-1960-768x796.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1254px) 100vw, 1254px\" \/><figcaption>Tano Festa, Francesco Lo Savio e Mario Schifano alla galleria La Salita, 1960<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Negli studi degli artisti all\u2019opposto si respirava una radicalit\u00e0 che non lasciava pi\u00f9 spazio alla pittura. \u00abLa pittura era finita e bisognava scoprire qualcosa di nuovo, di vivo, di attuale\u00bb, ha raccontato Mimmo Rotella che in quegli anni agiva con i suoi&nbsp;d\u00e9collage, interagendo quindi con l\u2019ambiente urbano. Come poteva vivere questa transizione radicale, questa \u201ccondizione zero\u201d (Maurizio Calvesi) Mario Schifano, un artista&nbsp;che&nbsp;aveva la pittura nel sangue? \u00c8 il tema affascinante di un libro di Giorgia Gastaldon, un vero&nbsp;ed esemplare&nbsp;esercizio di archeologia del contemporaneo, frutto di una tesi di dottorato a Udine, la cui pubblicazione \u00e8 stata resa possibile grazie alla Biblioteca Hertziana- Istituto Max Planck per la storia dell\u2019arte (\u201cSchifano. Comunque, qualcos\u2019altro\u201d, Silvana, 39 euro)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il libro scava in questa situazione cruciale che va dal 1959, anno della mostra di esordio dell\u2019artista alla Galleria Appia Antica, fino alla consacrazione con la partecipazione alla Biennale del 1964, con un\u2019attenta ricostruzione e risistemazione della cronologia cos\u00ec da rendere pi\u00f9&nbsp;chiari&nbsp;questi albori dell\u2019arte di Schifano.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il titolo \u00e8 tratto dall\u2019unica dichiarazione di poetica che Schifano abbia mai rilasciato e che aveva affidato in forma di appunto a Maurizio Calvesi tra 1961 e 1962. \u00abSuggerito dalla memoria lo comincio; sapendolo gi\u00e0 lo elaboro; usando sopra la superficie: colla, carta, smalto. Lavorando copro tutto: a volte \u00e8 giallo, a volte \u00e8 nero oppure bianco e blu o rosso; infine come per dargli un nome e accettarlo ci segno una cifra, a volte. Questo \u00e8 il mio quadro, non so se frattura con il gusto corrente; per me, comunque, qualcos\u2019altro\u00bb. Parole che avanzano per suggestioni e allusioni, ma che nello stesso tempo si soffermano sulla concretezza dell\u2019atto artistico e si chiudono con quell\u2019affermazione che ci parla nei termini di una necessit\u00e0 e anche di una irriducibilit\u00e0. A quel punto del percorso Schifano aveva sperimentato con la prima personale all\u2019Appia Antica un tentativo di aggirare la pittura attraverso l\u2019uso del cemento, sotto l\u2019egida di Emilio Villa. Era un tentativo poi subito abbandonato, ma quel passaggio gli aveva permesso di appropriarsi del paradigma del \u201cquadro oggetto\u201d. Il quadro \u00e8 pensato come \u00aboggetto autoreferenziale perch\u00e9 incardinato alle categorie sulle quali era costituito, cio\u00e8 i vari materiali utilizzati per realizzarlo\u00bb: un fattore di coscienza che accomunava le esperienze pi\u00f9 avanzate a Roma ma in particolare a Milano. \u00abUn quadro vale solo in quanto \u00e8, essere totale. Alludere, esprimere, rappresentare sono oggi problemi inesistenti\u00bb, sosteneva il pi\u00f9 oltranzista di tutti, Piero Manzoni.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"720\" height=\"457\" src=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Emilio-Villa-720x457-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5276\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Emilio-Villa-720x457-1.jpg 720w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Emilio-Villa-720x457-1-300x190.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px\" \/><figcaption>Mario Schifano con Emilio Villa<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 proprio partendo da questa consapevolezza che Schifano si inoltra nell\u2019esperienza del monocromo. L\u2019esordio \u00e8 alla galleria La Salita di Gian Tomaso Liverani,&nbsp;nel 1960, con la collettiva \u201c5 pittori Roma 60. Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini\u201d. Il \u201cquadro oggetto\u201d \u00e8 tecnicamente complesso. Schifano lavora a volte sul telaio aggettante, a volte usa la traversa per dare forma a dei dittici. Ma \u00e8 il lavoro sulla superficie della tela a dare pi\u00f9 stimoli all\u2019artista e a permettergli di esercitare quella che Gastaldon definisce \u00abuna ricercata piacevolezza materica del dipingere\u00bb. Vinavil e Ripolin sono i ritrovati a cui Schifano fa ricorso in modo sistematico per i suoi monocromi. Con il Vinavil bagna i fogli di carta con i quali copre la superficie della tela; il Ripolin \u00e8 invece uno smalto dalla ricetta tradizionale, molto coprente che l\u2019artista usa senza diluirlo con la trementina per aver un colore pi\u00f9 corposo e denso e rendere cos\u00ec ben percepibile la fisicit\u00e0 della materia pittorica. Come ha scritto Flavio Fergonzi (supervisore al dottorato di Giorgia Gastaldon) il risultato \u00e8 quello di \u00abspingere l\u2019osservatore a indugiare sulla vitalit\u00e0 pittorica del quadro\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"642\" height=\"565\" src=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Schermata-2021-09-21-alle-18.26.01.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-5272\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Schermata-2021-09-21-alle-18.26.01.png 642w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/Schermata-2021-09-21-alle-18.26.01-300x264.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 642px) 100vw, 642px\" \/><figcaption>Il flyer per la personale a La Tartaruga, 1961<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il passaggio successivo \u00e8 quello decisivo del ritorno delle immagini. Anche in questo caso, pur nella sua reticenza a parlare del proprio lavoro, \u00e8 Schifano a inquadrare sinteticamente la situazione con una testimonianza affidata a Nancy Ruspoli: \u00abO uno andava nelle strade e guardava i cartelloni pubblicitari, o andava nelle gallerie a vedere i quadri informali. Stranamente per me e altri pittori era quello che si trovava all\u2019esterno delle gallerie che ci sollecitava\u00bb. \u00c8 il 1961. A marzo apre la personale alla Tartaruga di Plinio De Martis. Schifano lascia trasalire sulla superficie della tela forme che sono insieme astratte e immagini tratte dall\u2019occasionalit\u00e0 di quegli sguardi sul mondo. In \u201cRoma 1961\u201d, a bande verticali bianche e nere, dove il bianco&nbsp;che<strong>&nbsp;<\/strong>ha una corposit\u00e0 data dalle increspature della carta e dalle colature dello smalto, richiama il contesto del film di Petri. La segnaletica \u00e8 un incentivo, diceva l\u2019artista. Che concludeva: \u00abPoi, dipingere comunque\u00bb. Fondamentale punto di riferimento in questa transizione \u00e8 Jasper Johns, che diventer\u00e0 suo interlocutore diretto in occasione del viaggio americano del 1963 ma la cui fama era gi\u00e0 ampiamente consolidata in quel 1961. \u00c8 un rapporto che \u00e8 stato indagato da Fergonzi nel suo libro sull\u2019influsso dell\u2019artista americano in Italia (Electa 2019, recensito su Alias da Luca Pietro Nicoletti, 15 marzo 2020). Schifano avrebbe fatta sua la lezione di pittura di Johns, cio\u00e8 che \u00abil campo pittorico, in un quadro moderno, pu\u00f2 accogliere l\u2019immagine solo se dichiara l\u2019autonomia della pittura\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Su questa lezione Schifano innest\u00f2 per\u00f2 la sua italianit\u00e0, come aveva rilevato da subito Cesare Vivaldi. Evita di restare bloccato su un\u2019interrogazione fredda sul significato del vedere e invece lascia che i linguaggi della tradizione si sovrappongano alle seduzioni della visione moderna della citt\u00e0. \u00c8 il momento della meravigliosa fioritura che culmina nella presenza alla Biennale del 1964, preceduta dalla mostra newyorkese dello stesso anno alla Galleria Odyssia. Sulla copertina del depliant di quella personale compare un disegno dal titolo emblematico&nbsp;<strong>\u201c<\/strong>En&nbsp;plein air\u201d. Un germe felice di paesaggio che esplode, per quanto trattenuto dalla disciplina di un monocromo, nei grandi quadri dipinti a New York e mandati a Venezia. \u00abSono bellissimi. Sono puliti e pieni di cose, saranno i pi\u00f9 moderni e i meno modernisti della Biennale\u00bb, annunciava a Calvesi nel maggio 1964. E in quelle parole si riconosce anche uno scatto d\u2019orgoglio rispetto all\u2019America che non lo aveva capito.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>La recensione \u00e8 stata pubblicata su Alias il 19 settembre 2021<\/em><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"543\" height=\"362\" src=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/i__id9368_crop3_2c_t1621236622__1x.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5273\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/i__id9368_crop3_2c_t1621236622__1x.jpg 543w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/i__id9368_crop3_2c_t1621236622__1x-300x200.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 543px) 100vw, 543px\" \/><\/figure><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A Roma in quell\u2019inizio di anni 60 gli unici rimasti a dipingere erano gli operai chiamati a verniciare i selciati delle strade con strisce pedonali e segnaletiche orizzontali. 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