{"id":5048,"date":"2020-10-26T08:39:24","date_gmt":"2020-10-26T08:39:24","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=5048"},"modified":"2020-11-10T09:23:26","modified_gmt":"2020-11-10T09:23:26","slug":"le-corbu-con-gli-occhi-di-peter-doig-lessenza-drammatica-della-cite-radieuse","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=5048","title":{"rendered":"Le Corbu con gli occhi di Peter Doig. L&#8217;essenza drammatica della Cit\u00e9 radieuse"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"600\" src=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/blog-33757-briey54-cite-radieuse-de-briey-en-foret-100417184527-6618020406.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5049\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/blog-33757-briey54-cite-radieuse-de-briey-en-foret-100417184527-6618020406.jpg 800w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/blog-33757-briey54-cite-radieuse-de-briey-en-foret-100417184527-6618020406-300x225.jpg 300w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/blog-33757-briey54-cite-radieuse-de-briey-en-foret-100417184527-6618020406-768x576.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Lo annuncia gi\u00e0 il suo nome: Briey-en-F\u00f4ret. Briey \u00e8 un piccolo centro al Nord Est della Francia, cittadina un tempo a forte vocazione mineraria, circondata da grandi boschi. Qui la municipalit\u00e0 nel 1957 venne tentata da un progetto utopistico, per dare casa a minatori e operai delle sue industrie siderurgiche: chiam\u00f2 Le Corbusier proponendogli di costruire una nuova variante dell\u2019Unit\u00e9 d\u2019habitation inaugurata nel 1952 a Marsiglia. Sarebbe stata la terza, dopo quella gi\u00e0 in cantiere a Nantes. <\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019architetto fu subito conquistato dal contesto per via di quella grande foresta demaniale che avrebbe circondato il nuovo edificio. Edificio che era gi\u00e0 tutto nella sua testa: \u00abDalle finestre si vedr\u00e0 l\u2019ondeggiare degli alberi; qualche passo pi\u00f9 in l\u00e0 si scende in un piccolo valloncello delizioso attraversato da un corso d\u2019acqua: faremo un lago, un giorno. L\u2019Unit\u00e9 di Briey-en-F\u00f4ret sar\u00e0 davvero come il nome suggerisce\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima pietra venne posata il 4 marzo 1959. Nel 1961 il cantiere era concluso e 339 nuovi appartamenti attendevano i loro inquilini. Tra loro anche il futuro sindaco, Guy Vattier che ricorda cos\u00ec quegli inizi: \u00abErano appartamenti con un buon isolamento termico e fonico. Regnava una vita straordinaria, con un mix di abitanti molto diversi: ingegneri, insegnanti, operai e medici. A loro si aggiungevano gli americani della vicina base aerea della Nato, che stavano sempre con le porte aperte. Era veramente un agglomerato umano come quello sognato da Le Corbusier\u00bb.&nbsp;&nbsp;Nei 17 piani dell\u2019edificio, che era lungo 110 metri, si erano accasate quasi 1500 persone. Ogni famiglia in un appartamento caratterizzato da un colore diverso, per spaccare l\u2019uniformit\u00e0 cromatica del cemento armato grezzo, elemento principe nella chimica costruttiva delle Unit\u00e9 d\u2019Habitation. Avrebbero dovuto esserci anche un asilo sul grande terrazzo e un supermercato: ma i due progetti finirono nel dimenticatoio, contro la volont\u00e0 di Le Corbu.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Era il primo segnale di un vacillamento che avrebbe portato l\u2019Unit\u00e9 sull\u2019orlo di un declino irreversibile. I primi a lasciare gli appartamenti (ne occupavano ben 50) furono i soldati americani con le loro famiglie, dopo che nel 1966 la Francia aveva deciso di uscire dalla Nato. Nel frattempo anche la filiera siderurgica era entrata in crisi e Briey si trov\u00f2 a fare i conti con una vera emorragia di popolazione. Progressivamente altri appartamenti vennero lasciati dai loro inquilini. La situazione precipit\u00f2 al punto che nel 1983 tutto l\u2019edificio, ritenuto pericoloso, fu chiuso e gli ingressi murati. Fu presa in considerazione addirittura l\u2019idea di demolirlo, sinch\u00e9 nel 1987 la propriet\u00e0 pass\u00f2 all\u2019ospedale della cittadina, dietro il pagamento simbolico di un franco, con il progetto di portarvi la scuola di infermieristica. Era il segnale di una timida rinascita, a cui avrebbe lavorato con intelligenza e passione un\u2019associazione locale, Premi\u00e9re Rue, nata per iniziativa di un gruppo di architetti, con lo scopo di promuovere e valorizzare il grande edificio di Le Corbu. Il peggio era scongiurato, ma tanto era ancora il lavoro da fare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"648\" height=\"657\" src=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Schermata-2020-10-25-alle-20.26.18.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-5050\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Schermata-2020-10-25-alle-20.26.18.png 648w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Schermata-2020-10-25-alle-20.26.18-296x300.png 296w\" sizes=\"auto, (max-width: 648px) 100vw, 648px\" \/><figcaption>Peter Doig, Concrete Cabine, 1994<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Erano stati proprio i responsabili di Premi\u00e9re Rue ad invitare Peter Doig nel 1991, insieme ad un gruppo di artisti, per discutere come ristrutturare i primi tre piani dell\u2019edificio. Doig, scozzese, nato nel 1959, oggi \u00e8 uno degli artisti pi\u00f9 quotati al mondo, prese subito a cuore il destino di quell\u2019edificio sfortunato, rendendosi anche disponibile a lavorare, per ripulire parti di cemento dagli strati di pittura. In realt\u00e0, forse a dispetto dei promotori dell\u2019iniziativa quello che aveva colpito Doig era una sensazione fortemente drammatica: la grande costruzione che emergeva in mezzo alla grande foresta di Briey gli appariva come un \u00abedificio- teschio, bianco osseo, che parla con i suoi vuoti\u00bb. Una sensazione che lui stesso avrebbe paragonato con quella ricevuta visitando la citt\u00e0-isola di Suakin, in Sudan, con le sue migliaia di piccole case crivellate dai continui bombardamenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Doig \u00e8 nato ad Edimburgo ma \u00e8 presto emigrato con la sua famiglia prima a Trinidad e poi in Canada, luoghi su latitudini cos\u00ec lontane e opposte che hanno allenato il suo sguardo ad orizzonti vasti e impregnati di mistero. A Briey l\u2019orizzonte in realt\u00e0 era chiuso dalla fitta cortina di tronchi: ma l\u2019apparire al di l\u00e0 degli alberi della massa bianca della costruzione di Le Corbusier aveva provocato una sollecitazione visiva fortissima, dalla quale nell\u2019arco di quattro anni, tra 1991 e 1995, avrebbe ricavato una serie di cinque grandi opere, certamente tra le pi\u00f9 emblematiche del suo percorso: una di queste, \u201cBoiler House\u201d (il soggetto in questo caso \u00e8 l\u2019edificio caldaia staccato dal corpo dell\u2019Unit\u00e9), \u00e8 andata all\u2019asta questa settimana da Christie\u2019s con un prezzo di partenza di 13 milioni di sterline.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"760\" src=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/unnamed-7-1536x1140-1-1024x760.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5051\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/unnamed-7-1536x1140-1-1024x760.jpg 1024w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/unnamed-7-1536x1140-1-300x223.jpg 300w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/unnamed-7-1536x1140-1-768x570.jpg 768w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/unnamed-7-1536x1140-1.jpg 1536w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption>Peter Doig, Boiler House, 1992<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le Corbusier \u00e8 sullo sfondo, eppure \u00e8 la sua creazione che occupa lo spazio mentale di questa serie di quadri. Doig racconta di aver scoperto la forza fantasmatica di questo edificio, scattando delle immagini in bianco nero, a loro volta fotocopiate e poi montate in un piccolo album. L\u2019idea progettuale sulla quale si erano riversati i rovesci della storia, emergeva da quelle immagini indefinite, ancora pi\u00f9 potente, come nucleo di un\u2019utopia ferita. \u00abSono rimasto sorpreso dal modo in cui l&#8217;edificio si \u00e8 trasformato davanti ai miei occhi da pezzo di architettura in sentimento. All&#8217;improvviso \u00e8 stata tutta emozione\u00bb, ha raccontato Doig. Sospinta all\u2019indietro, schermata dall\u2019intricato groviglio di alberi che Le Corbusier sognava di poter vedere ondeggiare dalla finestra, l\u2019architettura prende corpo, sviluppa appieno il pensiero da cui \u00e8 stata generata, che \u00e8 un pensiero aperto anche ai fallimenti. Le linee certe e bloccate di Le Corbusier (\u201cConcret Cabin\u201d \u00e8 il titolo di tre quadri di questo ciclo) sono chiamate a misurarsi con le sfocature e l\u2019instabilit\u00e0 visiva degli alberi. In questo modo Doig mette in scena l\u2019architettura come dramma finendo con il renderle davvero onore: \u00e8 una sorta di servizio che la pittura rende a quella che \u00e8 sempre stata ritenuta la sorella maggiore nel campo delle arti. Ne era stato maestro C\u00e9zanne, le cui case provenzali, quante volte schermate dalla geometria degli alberi, si ergevano nelle retrovie della tela come corpi cubici, muti e senza tempo. Ma per venire a noi, \u00e8 una logica che vediamo messa in atto anche nei paesaggi urbani di Sironi, dove la pittura impregna le architetture di una densit\u00e0 che popola la citt\u00e0; una logica che riconosciamo anche nella Roma di Scipione, con i suoi edifici ad altissime temperature, infiammati dagli stridori della storia. Quello di Doig \u00e8 dunque come un nuovo capitolo di questa storia dove pittura e architettura giocano un duello che conosce solo vincitori.<\/p>\n\n\n\n<pre class=\"wp-block-preformatted\">&nbsp;<\/pre>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo annuncia gi\u00e0 il suo nome: Briey-en-F\u00f4ret. Briey \u00e8 un piccolo centro al Nord Est della Francia, cittadina un tempo a forte vocazione mineraria, circondata da grandi boschi. 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