{"id":4993,"date":"2020-06-14T08:49:48","date_gmt":"2020-06-14T08:49:48","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=4993"},"modified":"2020-06-14T08:49:48","modified_gmt":"2020-06-14T08:49:48","slug":"gilbert-george-cromodisturbi-in-svizzera","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=4993","title":{"rendered":"Gilbert &#038; George, cromodisturbi in Svizzera"},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Imperturbabili come nel loro stile, Gilbert &amp; George sono planati ai bordi del lago Maggiore, negli spazi di Casa Rusca a Locarno, con le sue facciate gentili e tinteggiate di rosa. Senza battere ciglio si sono adattati agli spazi cos\u00ec svizzeri di queste sale ordinate e basse, che in tanti casi hanno soffitti di legno da architettura alpina. <\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non c\u2019\u00e8 da stupirsi: in una delle interviste realizzate con Hans Ulrich Obrist i due spiegavano che \u00abqualunque sia lo spazio devi accettarlo per quello che \u00e8. Una volta che hai colto lo spazio, allora puoi utilizzarlo in modo positivo\u00bb. \u00c8 una sfida che anche questa volta hanno raccolto con la massima scrupolosit\u00e0 seguendo la loro filosofia che mette al bando il ruolo del curatore (\u00abOrganizzano le mostre secondo i loro gusti e le loro idee. A noi non piace, perch\u00e9 una mostra \u00e8 fatta per i visitatori\u00bb, spiegano in un video di presentazione della mostra, confermando la loro ostilit\u00e0 al sistema dell\u2019arte contemporanea come sistema chiuso e autoreferenziale). Al direttore di Casa Rusca, Rudy Chiappini, hanno chiesto una planimetria precisa, con indicazione di ogni dettaglio, prese elettriche comprese, e hanno restituito un modellino completo di tutto con la mostra allestita. \u00c8 nata cos\u00ec \u201cThe Locarno Exhibition 2020\u201d (fino al 18 ottobre), un progetto che trasferisce il caos centrifugo dell\u2019East End London, dove Gilbert &amp; George vivono e hanno il loro studio, sulle sponde placide del Verbano svizzero. Si poteva pensare al rischio di un corto circuito, invece Gilbert &amp; George, con il loro atteggiamento garbato, navigano perfettamente a loro agio in una situazione che esalta il meccanismo impeccabile, quasi ad orologeria, che regola ogni loro opera. \u00abSiamo ossessionati dal controllo\u00bb, confessano. La struttura modulare dei lavori, con i rettangoli che corrispondono alla misura della carta della sofisticatissima stampante, \u00e8 una sintassi che garantisce una narrazione ordinata del caos.\u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La mostra \u00e8 un\u2019antologica del lavoro degli ultimi 15 anni, con una selezione di cinque cicli: le stanze quindi si presentano come blocchi compatti, con fortissimi rimbalzi da un\u2019opera all\u2019altra. Il tutto a beneficio del visitatore, bombardato da immagini pulite e accese di energia cromatica, nonostante veicolino contenuti il pi\u00f9 delle volte repulsivi. L\u2019arte di Gilbert &amp; George \u00e8 un\u2019arte immersiva all\u2019origine, perch\u00e9 scaturisce dalla loro quotidiana immersione nella realt\u00e0 urbana che circonda lo studio di Fournier Street. \u00abPrendiamo Londra e la mettiamo dentro un apparecchio di risonanza magnetica\u00bb, spiegano in catalogo. Sotto l\u2019apparecchio ci finiscono ogni volta anche loro, vere sculture viventi, immancabilmente presenti sulla scena dei quadri.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abVogliamo che ogni quadro si decida da solo, nello stesso modo in cui una giornata si decide da sola\u00bb. Nella concezione e genesi dei cicli sembra che scatti davvero un meccanismo automatico che prolifera senza freni dentro lo spazio libero dei quadri. \u00c8 quello che accade nel ciclo travolgente delle \u201cLondon Pictures\u201d (2013), costruito replicando gli strilli (ovviamente di cronaca nera) rubati dalle locandine dei giornali popolari della metropoli: il ciclo completo \u00e8 costituito da ben 292 opere con quasi 4mila titoli. La sequenza delle scritte, tutte in caratteri rafforzati da un contorno, restituisce l\u2019effetto di un film muto sull\u2019ultimo giorno del mondo. In realt\u00e0 lo sguardo di Gilbert &amp; George non \u00e8 mai n\u00e9 censorio n\u00e9 intellettualistico; semmai \u00e8 ultimamente comprensivo perch\u00e9 subisce la fascinazione di questa realt\u00e0 schizzata. Cos\u00ec anche sullo sfondo di queste opere compaiono sempre loro, quasi imbavagliati dalle scritte, con quella espressione impenetrabile da clown urbani, ironici e dolenti. Gli altissimi livelli acustici evocati dalla mitragliata dei titoli di cronaca non sono per\u00f2 motivo di scandalo; semmai rappresentano un sismografo della vita quotidiana da cui Gilbert &amp; George non si chiamano fuori. Loro osservano e intercettano immagini ad alta densit\u00e0 con cui si riempiono il cervello e poi lasciano che il racconto che ne scaturisce venga a comporsi dentro le griglie della loro sintassi figurativa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 questo ordine visivo che permette di scatenare narrazioni disturbanti senza che queste divorino il quadro come un Saturno che inghiotte i suoi figli. Ce ne si accorge davanti al ciclo pi\u00f9 visionario presente in mostra, quello delle \u201cBeard Pictures\u201d (2016). Gilbert &amp; George sempre curatissimi nella loro mise volutamente anacronistica, volto perfettamente rasato, si sottopongono ad un violentissimo contrappasso. L\u2019ispirazione viene dal mutamento a cui assistono nelle strade della loro East London: barbe foltissime e anche aggressive diventano codice distintivo di tanto fanatismo religioso, ma segnano la fisionomia anche de nuovi eccentrici come gli hipster. \u00abUn soggetto apparentemente banale\u00bb, scrive Michael Bracewell nell\u2019introduzione al catalogo locarnese, \u00abdiventa la base per una serie di quadri cos\u00ec riccamente fantastici, vertiginosi e declamatori\u00bb. \u00c8 un tema legato alla storia, ma portato sull\u2019orlo dell\u2019assurdo: \u00able loro barbe diventano forme oscure, estruse, estrapolate, follemente esagerate, protese in una stravagante eccentricit\u00e0\u00bb. Assistiamo ad uno scatenamento di soluzioni, spesso risolte con sconfinamenti nel vegetale, introducendo cos\u00ec un ulteriore elemento di bizzarra contaminazione tra le specie. Le barbe si dilatano prendendo la forma di grandi foglie sui volti virati in rosso acceso dei due artisti, come succede nel caso del bellissimo \u201cBeard Alert\u201d. Sulla griglia compositiva s\u2019accavalla poi un\u2019altra griglia di filo spinato: una doppia cortina per un quadro-prigione. In realt\u00e0 la potenziale angoscia di un\u2019immagine come questa si scioglie davanti all\u2019irridente iconicit\u00e0 di Gilbert % George in versione \u201cred\u201d.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La storia entra pienamente in gioco anche nel ciclo delle \u201cScapegoating Pictures\u201d (2013), riflessione su quella cultura del \u201ccapro espiatorio\u201d, che produce aggressivit\u00e0 sociale, risentimento, radicalizzazione ideologica. Il leitmotiv della serie \u00e8 costituito dalle lattine simili a bombe, che contenevano il \u201cgas esilarante\u201d. Piovono all\u2019interno dei quadri, disponendosi ordinatamente come inoffensivi motivi decorativi: anche in questo caso Gilbert &amp; George, pur mandando messaggi che hanno una direzione chiara, evitano di farsi chiudere dentro logiche univoche.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La narrazione di un mondo infetto non impedisce una scoperta simpatia verso quello stesso mondo. Solo cos\u00ec si spiega la bellezza, tante volte addirittura sontuosa, delle loro opere, che si squadernano davanti ai nostri occhi con una lucentezza senza ombre o sfumature: non \u00e8 un caso che i tracciati dei riquadri rimandino all\u2019intelaiatura di piombo delle antiche vetrate. A volte Gilbert &amp; George lasciano libero corso a motivi pittorici vistosi come accade nel pi\u00f9 vecchio dei cicli in mostra \u201cThe Jack Freak Pictures\u201d (2008). Qui dominano il bianco, il rosso e il blu della bandiera britannica, colori che vengono giocati in soluzioni vorticose ed esagitate. I due sono stati scopertamente tifosi della Brexit e quindi non disdegnano i nuovi sovranismi. Ma poi nei lavori questo attaccamento identitario viene travolto dall\u2019energia libertaria che \u00e8 il vero leit motiv di tutto il loro percorso. Nell\u2019opera centrale di questo ciclo, l\u2019immagine dell\u2019alba dorata della nazione, che si distende come insolito e anche clamoroso sfondo, deve fare i conti con le sagome dei due artisti ridotti a malinconici pupazzi tatuati con i disegni della bandiera britannica. Il titolo non lascia scampo: \u201cJackShit\u201d.\u00a0\u00a0Corrosivi come sempre, sfrontati e imperturbabili, ma alla fine eccitati dall\u2019appartenenza a quei colori.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Articolo pubblicato su Alias, domenica 14 giugno 2020<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Imperturbabili come nel loro stile, Gilbert &amp; George sono planati ai bordi del lago Maggiore, negli spazi di Casa Rusca a Locarno, con le sue facciate gentili e tinteggiate di rosa. 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