{"id":4874,"date":"2019-10-14T14:15:21","date_gmt":"2019-10-14T14:15:21","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=4874"},"modified":"2019-10-14T14:15:21","modified_gmt":"2019-10-14T14:15:21","slug":"de-chirico-nella-capsula-del-tempo","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=4874","title":{"rendered":"De Chirico nella capsula del Tempo"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Questa recensione alla mostra di De Chirico a Palazzo Reale, \u00e8 uscita su Alias domenica 6 ottobre. Bellissimo il titolo: \u00abEntrate, giovani, in questa capsula del Tempo\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"696\" height=\"463\" src=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Giorgio-de-Chirico-Milano-1970-696x463.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-4875\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Giorgio-de-Chirico-Milano-1970-696x463.png 696w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Giorgio-de-Chirico-Milano-1970-696x463-300x200.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando 50 anni fa Giorgio De Chirico si present\u00f2 a Palazzo Reale di Milano per la sua prima vera, tardiva retrospettiva italiana, la immagin\u00f2 come un \u00abpercorso senza inizio e senza fine\u00bb (parole sue). Oggi De Chirico torna nelle stesse sale e ancora una volta sfodera la sua formidabile abilit\u00e0 nel rimescolare le carte del tempo (\u201cDe Chirico\u201d, fino al 18 gennaio; di grande qualit\u00e0 il catalogo Marsilio\/Electa). Questa volta l\u2019azzardo \u00e8 addirittura al quadrato, perch\u00e9 come scrive nella nota introduttiva il curatore Massimo Barbero, l\u2019obiettivo \u00e8 quello di proporre la pittura di De Chirico allo sguardo delle nuove generazioni. Sfida che potrebbe sembrare proibitiva per un campione dell\u2019antimodernismo che ha giocato sempre a sottrarsi al presente, trovando rifugio nella reinvenzione di mondi antichi e lontani. Che nesso si pu\u00f2 stabilire tra un simile immaginario e quello di una generazione per la quale il passato \u00e8 poco pi\u00f9 che una confusa nebulosa? Certamente il semplice aver ipotizzato di porre una simile questione testimonia della natura fluida, anticonformistica e libera di un artista come De Chirico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La risposta a quella domanda va naturalmente cercata nel percorso di questa mostra che avanza seguendo la cronologia dechirichiana, ma organizzandola per nodi, quasi per \u201cplot\u201d che hanno una loro autonomia stilistica, narrativa e contenutistica: ad ogni tappa agli occhi del visitatore si accendono suggestioni tali da creare attese di infiniti sviluppi. Naturalmente ognuno di questi \u201cplot\u201d, nella parabola di De Chirico e nel percorso della mostra, \u00e8 intenzionalmente sconnesso da ci\u00f2 che precede o da ci\u00f2 che segue. Basta guardare il magnifico avvio, dove la narrazione della propria mitologia familiare, con l\u2019addio alla Grecia, \u00e8 reso con una pittura quasi neo romantica e poi lascia il posto al raggelamento stilistico dei primi autoritratti, stilisticamente sigillati nel geniale artificio dell\u2019enigma.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La mostra si dispone come un viaggio in una capsula del tempo, grazie all\u2019allestimento firmato da Giovanni Filindeu, con pareti tutte platealmente bianche e con inserzioni di volumi che creano sottili effetti di spaesamento, oppure disegnano spazi imprevisti nelle sale di Palazzo Reale. Cos\u00ec si avanza quasi soggiogati dai continui depistaggi a cui la pittura di De Chirico sottopone i nostri sguardi, depistaggi alimentati anche dalla sequenza inesauribile di quei \u201cpicchi di incoerenza visiva\u201d di cui scrive Massimo Barbero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 anche una mostra intelligentemente sobria, pensata per un pubblico che va conquistato senza il rischio che resti schiacciato dall\u2019esorbitanza della produzione dechirichiana: 92 opere, tutte di grande qualit\u00e0 (anche laddove sfondano determinatamente nel kitsch), e tutte cercate come anelli necessari alla costruzione del percorso. Molte provengono dal collezionismo privato, particolare che potrebbe gettare un\u2019ombra sulla mostra. Ma alla fine questa scelta, grazie alla presenza di opere importanti e raramente esposte, si rivela funzionale al proposito di cancellare il preconcetto che De Chirico sia comunque sempre un \u201cgi\u00e0 visto\u201d.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019intento si \u00e8 rivelato vincente: nella sala dedicata alla \u201cmetafisica ritornante\u201d il meraviglioso \u201cFigliol prodigo\u201d (1922) del Museo del Novecento, che faceva da copertina del catalogo della mostra del 1970 (che era stata curata da Franco Russoli), fa coppia con un altro capolavoro, l\u2019\u201cEttore e Andromaca\u201d (1923) proveniente da collezione privata. Sono due narrazioni di abbracci, dove l\u2019umano pur racchiuso dentro il guscio dei manichini o di simulacri di marmo, fa breccia dando luogo ad un\u2019incontenibile senso di tenerezza. \u00c8 un momento in cui il \u201cplot\u201d dechirichiano mette in campo una riflessione sul tema della malinconia, facendo ricorso a soluzioni emotivamente pesanti: la sala infatti si chiude con un\u2019altra opera maggiore, \u201cL\u2019archeologo\u201d del 1927 proveniente da una collezione privata di Monaco. Il gigante esausto, in abiti antichi, se ne sta sdraiato con le gambe rattrappite a causa dell\u2019ostinazione nell\u2019attivit\u00e0 di scavo; la testa grande \u00e8 svuotata da ogni connotato, il grembo \u00e8 ingravidato di rovine che sono la caricatura di se stesse, quasi un ammasso di giocattoli. L\u2019inseguimento del sogno ha generato uno sfinimento e solo la pittura \u00e8 in grado di rendergli onore.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La relazione di De Chirico con il passato \u00e8 ironica, a volte anche spregiudicatamente ironica. Per esempio, il povero \u201cPericle\u201d (1925) ha perso ogni patina eroica: ha un elmo ficcato in testa fino a mezzo naso per nascondere il fatto di essere guercio. Con una mano si getta la clamide sulla spalla e cos\u00ec scopre quel dettaglio vagamente ingiurioso della sottoveste con una fantasia variopinta che Giorgio De Chirico gli fa indossare: un Pericle \u201cen travesti\u201d\u2026 Ai gladiatori, tema della celebre commissione di L\u00e9once Rosenberg per la sua sala di pranzo parigina nel 1928, non va molto meglio. Sembrano soldatini fusi in gomma, goffi e dalla fibra molle: Massimo Barbero non a caso coglie una possibile fonte d\u2019ispirazione nel ritratto che Renoir (amatissimo da De Chirico) aveva fatto al figlio Claude intento a giocare ai soldatini. In mostra il ciclo, andato presto disperso, \u00e8 rappresentato in particolare dal grande fregio conservato a Brera. \u00c8 un\u2019opera che mostra tante affinit\u00e0 con i rocamboleschi kolossal hollywoodiani stile Ben Hur: davvero nulla di pi\u00f9 lontano da quella retorica reazionaria che cercava di riproporre il modello di una nuova romanit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">De Chirico \u00e8 sempre altrove rispetto a dove gli altri pensano che lui sia. Cos\u00ec la sequenza straordinaria di autoritratti che costellano il percorso, sembrano ogni volta proporsi come operazioni di dissimulazione. Del resto \u00e8 tale il livello di considerazione di se stesso e di autocoscienza da permettergli di giocare con tutti i registri, anche con la chiave del comico, come scrive Andrea Cortellessa, nel saggio in catalogo. Nella sezione di quadri \u201cprivati\u201d degli anni \u201930 e \u201940 De Chirico si mostra in pantofole (\u201cAutoritratto nello studio di Parigi\u201d, 1934), con i pantaloni larghi e rilasciati, il maglione sgualcito; una testa antica abbandonata sul pavimento lo guarda con aria un po\u2019 dimessa. Nella parete vicina invece ci compare nudo (1943), con sguardo un po\u2019 beffardo, senza timore di scoprire il proprio corpo inflaccidito.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma pi\u00f9 De Chirico sembra sottrarsi da un rapporto con la modernit\u00e0 (dove domina quella che lui bolla come \u00abl\u2019arte dei raffinati cretini\u00bb), pi\u00f9 cresce il sospetto che proprio questa sia la questione cruciale che lui ci vuole tenere nascosta. La parete conclusiva con tre repliche delle Muse inquietanti allineate, realizzate tra anni 40 e 50, lette come operazioni sfacciatamente anacronistiche (\u00abUna mia idea \u00e8 una mia idea, l\u2019anno in cui la rieseguo non importa\u00bb, lui ribatteva ai suoi critici), sono spia di ben altro. Alla mostra del 1982 a New York in una doppia pagina del catalogo ne erano state messe in fila ben 18 a dimostrazione che De Chirico aveva anticipato la serialit\u00e0. Ne era stato ben consapevole Andy Warhol: una foto scattata da Giancarlo Gorgoni nel 1974 a New York li sorprende insieme ad un party, a brindare bicchieri alla mano, per documentare una condivisa complicit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A questo proposito aveva colto nel vero Giovanni Testori concludendo cos\u00ec un suo lungo e spericolato articolo sul Corriere della Sera in occasione dei 10 anni dalla morte dell\u2019artista, nel luglio 1988: \u00abIl vero, completo saggio su De Chirico, a volerlo scrivere, risulterebbe il saggio sull\u2019equivoco stesso tra idea proclamata e idea realizzata che ha retto il cammino ufficiale dell\u2019arte moderna; quell\u2019arte che De Chirico ha sempre affermato di rifiutare con tante pi\u00f9 buone ragioni, quanto pi\u00f9, dentro di s\u00e9, sentiva d\u2019esserne un perno\u00bb.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questa recensione alla mostra di De Chirico a Palazzo Reale, \u00e8 uscita su Alias domenica 6 ottobre. Bellissimo il titolo: \u00abEntrate, giovani, in questa capsula del Tempo\u00bb Quando 50 anni fa Giorgio De Chirico si present\u00f2 a Palazzo Reale di Milano per la sua prima vera, tardiva retrospettiva italiana, la immagin\u00f2 come un \u00abpercorso senza [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[1268,297],"class_list":["post-4874","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-uncategorized","tag-giorgio-de-chirico","tag-luca-massimo-barbero"],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4874","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4874"}],"version-history":[{"count":1,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4874\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4876,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4874\/revisions\/4876"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4874"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=4874"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=4874"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}