{"id":4589,"date":"2018-02-12T19:20:29","date_gmt":"2018-02-12T19:20:29","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=4589"},"modified":"2018-02-12T19:20:36","modified_gmt":"2018-02-12T19:20:36","slug":"braque-il-quadro-e-un-matrimionio-tra-le-cose","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=4589","title":{"rendered":"Braque, il quadro \u00e8 un matrimonio tra le cose"},"content":{"rendered":"<p><em>Articolo pubblicato su Alias, 11 febbraio 2017<\/em><a href=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/georges_braque_helenbailly.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/georges_braque_helenbailly-300x177.jpeg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"177\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-4590\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/georges_braque_helenbailly-300x177.jpeg 300w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/georges_braque_helenbailly.jpeg 440w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Capita di raro di leggere parole di un artista capaci di \u201cvestire\u201d in modo cos\u00ec preciso le sue opere, quasi da diventarne una seconda pelle. Parole che vestono le opere non solo nel loro esito finale, ma anche nel loro farsi. <strong>\u00c8 a Georges Braque che siamo debitori di questa sorta di affascinante \u201cduplicazione\u201d della pittura con le parole, messa in atto con una grazia che a tratti lascia a bocca aperta.<\/strong> Del grande artista francese si conosceva il Cahier, pubblicato da Maeght e arrivato anche in Italia (nel 2001 per Robin e nel 2002 per Abscondita): uno straordinario sketchbook, che copre un arco di tempo vasto, tra 1917 e 1955, con aforismi accompagnati da disegni. Stranamente la stessa Francia ha lasciato nel dimenticatoio quella serie di testi brevi e di interviste che invece erano stati pubblicati nel 1958 in tedesco da un editore di Zurigo per la cura di Dora Vallier (la studiosa che nel 1983 aveva pubblicato il catalogo dell\u2019opera grafica di Braque). \u00c8 quindi lodevole l\u2019iniziativa di Morcelliana di pubblicare nella sua collana Parola dell\u2019Arte i testi raccolti in quell\u2019edizione tedesca, a cui sono state aggiunte altre otto conversazioni comprese tra 1928 e 1963 (Georges Braque, Il muto fervore dello spazio. Conversazioni sull\u2019arte. A cura di Stefano Esengrini. Morcelliana, 166 pagine, 16 euro). Rispetto allo stile rapsodico degli aforismi del Cahier, <strong>qui ci troviamo davanti a ragionamenti che conservano la stessa grazia, innestata per\u00f2 all\u2019interno di percorsi di grande lucidit\u00e0 logica. <\/strong>In teoria ci troviamo davanti a delle conversazioni, e infatti, tolti i due testi pubblicati sui Cahiers d\u2019Art diretti da Christian Zervos nel 1935 e 1939, si tratta di veri dialoghi con tanto di domande e interventi degli intervistatori. Eppure \u00e8 tale la tenuta, anche stilistica, delle risposte di Braque, da riuscire a neutralizzare quel tanto di aleatorio che \u00e8 proprio sempre delle interviste. Nelle conversazioni tornano non solo concetti, ma anche espressioni precise, evidentemente meditate, approfondite e a volte limate nel corso degli anni. Molte volte Braque ricorre esplicitamente ad autocitazioni (riportate in modo letterale tra virgolette) da conversazioni precedenti, come a voler \u201cscolpire\u201d alcuni punti fermi della propria visione. <\/p>\n<p>Date queste premesse era quasi inevitabile che il titolo del libro venisse suggerito dalle parole stesse di Braque. <strong>\u201cIl muto fervore dello spazio\u201d infatti \u00e8 affermazione sua, indubbiamente di grande suggestione, ma soprattutto di impeccabile chiarezza. Sono tre parole, di cui la pi\u00f9 sostanziosa \u00e8 certamente la terza, \u201cspazio\u201d.<\/strong> \u00c8 attorno all\u2019esperienza di un nuovo spazio pittorico che si muove tutta l\u2019avventura di Braque, a cominciare da quel magico sodalizio con Picasso al Bateau Lavoir, il laboratorio del cubismo (\u00abIn quegli anni ci siamo confidati cose favolose, che io e lui conserveremo gelosamente al fondo di noi stessi\u00bb, ripete pi\u00f9 di una volta Braque nel corso dei dialoghi). La scommessa \u00e8 seppellire in modo definitivo quell\u2019idea rinascimentale di spazio in cui l\u2019artista mette in scena un qualcosa che \u00e8 pi\u00f9 assimilabile al teatro che alla pittura. Il cubismo, da questo punto di vista, rappresenta \u00abla materializzazione di un nuovo spazio\u00bb, sulla quale Braque ritorna pi\u00f9 volte nei dialoghi, cercando di renderne il senso attraverso le parole. Lo spazio per lui \u00e8 innanzitutto il luogo di rapporto tra le cose, ben pi\u00f9 decisivo di quello fisico reso dalla dimensione di profondit\u00e0. Questo spazio intermedio, dice, \u00e8 decisivo n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno delle cose. \u00abHo voluto stabilire dei rapporti stretti tra le cose, perch\u00e9 nessun oggetto risulti estraneo: il quadro \u00e8 un matrimonio di tutti gli elementi. Non si tratta mai della cosa in quanto tale, sono i rapporti che mi toccano. \u00c8 questa la via regale della pittura, perch\u00e9 i rapporti non sono mai gli stessi da un\u2019opera all\u2019altra!\u00bb. Per questo lo spazio ha anche una dimensione anche tattile: \u00e8 l\u2019intuizione che sta alla base dei papiers coll\u00e9s che proprio Braque speriment\u00f2 per primo al culmine del sodalizio cubista, nell\u2019autunno del 1912. <\/p>\n<p><strong>Se nell\u2019opera si consuma un \u201cmatrimonio\u201d tra le cose \u00e8 comprensibile come quello spazio sia attraversato da un \u201cfervore\u201d.<\/strong> \u00c8 una tensione poetica, \u00e8 il divenire del tempo, \u00e8 anche quel fattore imprevisto che libera l\u2019opera dal legame costringente con l\u2019idea originaria. Braque per dare conto di quel fervore ricorre anche parole alte, come \u201ccanto\u201d e anche \u201cpreghiera\u201d. Infine nel titolo troviamo l\u2019aggettivo \u201cmuto\u201d che documenta lo svuotamento di ogni retorica (\u00abNella mia pittura sono un testardo, mi ostino fino a che non ho trovato l\u2019eco sorda delle cose\u00bb). \u201cMuto\u201d significa che il soggetto \u00e8 stato spogliato del suo carico di eloquenza, seguendo in questo la strada maestra aperta da Edouard Manet (della sua sovrana indifferenza rispetto al soggetto aveva scritto cose importanti Georges Bataille).  <strong>La rinuncia all\u2019eloquenza significa anche rifiuto della prosopopea dell\u2019eterno, a cui l\u2019artista oppone l\u2019esperienza del \u201cperpetuo\u201d, dover si sente sempre il mormorio del tempo <\/strong>(\u00abBisogna identificarsi con il tempo, divenire il tempo\u2026 L\u2019eterno \u00e8 la negazione della vita, della libert\u00e0\u00bb). Il rapporto tra le cose \u00e8 quindi un fervore che non pu\u00f2 essere raccontato o rappresentato ma deve diventare esperienza \u201cmuta\u201d del pittore sulla tela. Dice: \u00abL\u2019esito a cui deve giungere ci\u00f2 \u00e8 un\u2019armonia, armonia che io mi rappresento, come una sorta di niente, diciamo un niente intellettuale\u00bb. L\u2019esito non \u00e8 mai quindi una definizione delle cose, ma del fervore che le attraversa.<br \/>\nPur nella calma che lo contraddistingue, Braque si dimostra sempre molto lucido e anche inaspettatamente drastico rispetto alla parabola dell\u2019arte, nella sua dimensione storica. <\/p>\n<p><strong>Per lui C\u00e9zanne \u00e8 il liberatore, colui che ha archiviato e sconfitto la decisivit\u00e0 del \u201ctalento\u201d. Con C\u00e9zanne tramonta l\u2019era del \u201cma\u00eetre\u201d, con tutta la retorica che quell\u2019idea si porta dietro. <\/strong>Il mestiere va dimenticato, non nel senso che non serve, ma nel senso che \u00abso che mi \u00e8 fedele\u00bb. \u00c8 sempre C\u00e9zanne che ha liberato la pittura stessa dal \u00abterribile trucco della prospettiva\u00bb dei grandi \u201cmaestri\u201d del Rinascimento. Per questo per Braque la pittura viene ad assomigliare ad un esercizio monacale, a una vocazione (lui parla anche di \u00abchiamata\u00bb), il cui percorso \u00e8 per altro segnato da ossessioni, da drammatiche tensioni (\u00abnel cammino dei miei quadri c\u2019\u00e8 un\u2019impregnazione seguita da un\u2019allucinazione che diventa a sua volta un\u2019ossessione, e per liberarsi dall\u2019ossessione bisogna fare il quadro, senza di questo non si pu\u00f2 vivere\u00bb). Il fare un quadro dopo C\u00e9zanne \u00e8 diventato un fatto \u00abdi vita pittorica\u00bb, ovvero \u00abun\u2019avventura verso il mistero delle cose, il loro segreto\u00bb. Un mettersi in attesa aspettando che il mistero si sveli.<\/p>\n<p>Braque \u00e8 tranchant rispetto a tutta quello stuolo di artisti che si aggregarono al cubismo riducendolo a fatto stilistico: li accusa di aver costruito un sistema, di essersi messi a speculare, cosa che non ha nulla a che vedere con la pittura. Quanto a Picasso, pur nel loro essere cos\u00ec distanti per temperamento e per natura, lo sente legato come per un affetto inossidabile, grazie al sodalizio di quegli anni del Bateau Lavoir. Gli sono molto chiare anche le differenze con lui: <strong>\u00abIo cerco la concentrazione attorno al fuoco, Riconduco tutto al fuoco. Il mio spazio si riempie.<\/strong> Picasso diffonde e fa risplendere a partire dal fuoco. Proietta, e lontano. D\u00ec, lui si dispiega a partire da un centro, io mi ripongo attorno a un centro\u00bb: parole che dovrebbero essere inserite di \u201cdefault\u201d in qualunque lezione sull\u2019arte del 900&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo pubblicato su Alias, 11 febbraio 2017 Capita di raro di leggere parole di un artista capaci di \u201cvestire\u201d in modo cos\u00ec preciso le sue opere, quasi da diventarne una seconda pelle. 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