{"id":4413,"date":"2017-05-07T19:27:54","date_gmt":"2017-05-07T19:27:54","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=4413"},"modified":"2017-05-08T10:57:03","modified_gmt":"2017-05-08T10:57:03","slug":"stefano-arienti-la-poesia-della-responsabilita","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=4413","title":{"rendered":"Stefano Arienti, la poesia della responsabilit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><em>Questa intervista a Stefano Arienti, in occasione della mostra \u201cAntipolvere\u201d al Museo Civico di Modena, \u00e8 stata pubblicata su Alias domenica 7 maggio. <\/em><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/Stefano-Arienti.-Antipolvere-particolare-dellallestimento-alla-Galleria-Civica-2017.-Photo-Francesca-Mora.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/Stefano-Arienti.-Antipolvere-particolare-dellallestimento-alla-Galleria-Civica-2017.-Photo-Francesca-Mora-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-4414\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/Stefano-Arienti.-Antipolvere-particolare-dellallestimento-alla-Galleria-Civica-2017.-Photo-Francesca-Mora-300x200.jpg 300w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/Stefano-Arienti.-Antipolvere-particolare-dellallestimento-alla-Galleria-Civica-2017.-Photo-Francesca-Mora-768x512.jpg 768w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/Stefano-Arienti.-Antipolvere-particolare-dellallestimento-alla-Galleria-Civica-2017.-Photo-Francesca-Mora-1024x683.jpg 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Una grande finestra a riquadri si apre su un panorama vasto e indefinito: sembra una griglia per imbrigliare il cielo e abbreviare la distanza che separa lo studio di Stefano Arienti dalla sua Asola, pianura mantovana, dove \u00e8 nato nel 1961. Siamo ai margini di Milano, oltre il Parco Lambro. Qui la citt\u00e0 d\u00e0 l\u2019illusione di essere finita. Lo studio \u00e8 in un vecchio casale contadino lombardo, di quelli che sembrano dimenticati dalla storia. I soffitti sono alti. C\u2019\u00e8 molto ordine e un senso di equilibrio quasi monacale. Un grande muro \u00e8 lasciato libero: l\u00ec Arienti lavora le sue carte o i suoi grandi teli antipolvere. Sul lato opposto c\u2019\u00e8 \u201cStimmung\u201d, una serie lunga e fitta di scaffali bianchi, macchiati dai colori di centinaia e centinaia di cd: sembra quasi una delle sequenze di Robert Irwin. \u00c8 un\u2019opera di Arienti. L\u2019unica che ha diritto di cittadinanza permanente nel suo studio. \u00abIl titolo \u00e8 un omaggio a Stockhausen\u00bb, racconta l\u2019artista. \u00abSi tratta di un work in progress: raccolgo musiche tradizionali da tutto il mondo. Le catalogo per nazioni. Proprio in questi giorni con il Lussemburgo ho completato l\u2019Europa\u00bb. Sono, per ora, 4mila cd che alla sola vista suggeriscono l\u2019idea di una partitura musicale visiva e che funzionano da strumenti per un affascinante workshop che Arienti tiene in questo periodo, ogni domenica, a Palazzo Te a Mantova. \u00ab\u00c8 come la saldatura di un debito\u00bb, racconta. \u00abIo arrivo alle arti visive dalla frequentazione della musica negli anni 80. Da l\u00ec \u00e8 scattata la predisposizione che poi ha segnato la mia vita\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Lo studio di Arienti non \u00e8 solo un luogo in cui progettare e lavorare.<\/strong> \u00c8 un avamposto protetto dalle interferenze del grande circo dell\u2019arte. \u00abVengo dalla campagna. Non sono fatto per andare alla conquista del mondo\u00bb, racconta. \u00abIl mio \u00e8 un imprinting segnato dalla laurea in agraria, con tesi sulla malattia delle piante\u00bb. Eppure tra questi muri si avverte che l\u2019isolamento non \u00e8 affatto una schermatura dalle interferenze del mondo. Si avverte nell\u2019aria e nella luce stessa una fibrillazione sottile e continua per cercare quella che lui definisce \u00abun\u2019estetica possibile di un mondo che vogliamo\u00bb. 160 chilometri pi\u00f9 a sud, a Modena, si pu\u00f2 assistere alla versione visiva di quel che questo luogo evoca. \u00c8 la nuova mostra intitolata \u201cAntipolvere\u201d (Museo Civico, fino al 16 luglio), in cui Arienti ha raccolto una selezione di lavori in gran parte realizzati su questi teloni poveri che vengono usati per proteggere le impalcature. Antipolvere indica il desiderio di togliere la patina del passato da immagini che Arienti ritiene nevralgiche per il presente.   A Modena non siamo semplicemente chiamati a guardare le opere. Ci camminiamo in mezzo. Siamo tirati dentro, per assorbirne gli umori e quella dimensione estetica che nelle opere di Arienti \u00e8 cos\u00ec naturalmente contigua a quella etica.<\/p>\n<p><strong>\u00abMi interessa molto la parola responsabilit\u00e0\u00bb, dice.<\/strong> \u00abPenso che un artista possa riconoscersi tale se qualcuno accetta la sua sfida ad essere artista. \u00c8 un\u2019investitura che si riceve. Non basta pensarsi artisti, proporsi come artisti. Bisogna anche trovare qualcuno che faccia il gesto di risposta di riconoscerti tale. La condizione dell\u2019artista \u00e8 sempre e soltanto una condizione condivisa, pubblica, sociale. Non ci si pu\u00f2 nascondere dietro una maschera, dietro un anonimato o delle vie di fuga\u00bb.<br \/>\n\u00c8 anche per questo che Arienti nei mesi scorsi ha accettato la proposta lanciata da Casa Testori, un hub culturale alle porte di Milano, di confrontarsi su un terreno inedito, quello delle responsabilit\u00e0 dell\u2019arte rispetto alla corruzione. Prima \u00e8 sceso in campo per un confronto pubblico con il procuratore generale antimafia Franco Ruberti e con don Luigi Ciotti. Poi ha voluto essere presente alla mostra organizzata sempre sul tema, con un\u2019opera poetica e sorprendente: \u201cLame\u201d. Tre oggetti di taglio che vengono da un armamentario contadino e che oggi Arienti sorprende in una zona insidiosa e tacitamente aggressiva di \u201ccambio d\u2019uso\u201d. Com\u2019\u00e8 nel suo stile, senza salire di tono, suona per\u00f2 un allarme.<\/p>\n<p><strong>A dispetto del ricercato isolamento del suo studio, Arienti \u00e8 artista strutturalmente collaborativo.<\/strong> Se ne ha conferma immediata nella scelta delle opere che ha voluto esporre a Modena. Gran parte nascono da un rapporto di committenza; un rapporto che non \u00e8 semplicemente meccanicistico ma che si sviluppa dentro un dialogo e con momenti di percorso comune. \u00abMi piace lavorare su committenza. Mi stimola. Non lo sento affatto come una limitazione. Mi piace anche la committenza ecclesiale, che ultimamente si \u00e8 fatta anche pi\u00f9 frequente\u00bb, spiega Arienti. A Modena sono infatti presenti gli studi per il motivo per l\u2019altare della Parrocchiale di Sedrina, in Val Seriana. Ma sono presenti anche i lavori realizzati per Zegna e per Kartell. \u00abSono aziende che hanno un\u2019immagine molto precisa, e hanno una lunga storia di attenzione al contesto umano e naturale in cui producono. Ammiro il volto di quest\u2019Italia produttiva e in un certo senso voglio fare la mia parte\u2026\u00bb. Non c\u2019\u00e8 invece a Modena (e non potrebbe esserci\u2026) un intervento che Arienti ama molto, realizzato per la Fondazione Zegna: un impianto wifi portato nel comune di Trivero, nel Biellese, che l\u2019artista ha voluto marcare con opere di natura opposta, vagamente primordiale: sassi con dipinte sopra delle facce, \u201cI Telepati\u201d. \u00abMi piaceva che le sculture incarnassero quest&#8217;idea di comunicazione immateriale. Come se una tecnologia contemporanea quale Internet realizzasse un sogno antichissimo dell\u2019umanit\u00e0: quello di comunicare a distanza, \u201csenza fili\u201d\u00bb.<\/p>\n<p><strong>A proposito di committenza, Arienti ha avuto recentemente anche l\u2019occasione felice di tornare a casa. <\/strong>Il piccolo Museo di Asola gli ha chiesto infatti un\u2019opera che prendesse spunto dal capolavoro pi\u00f9 periferico e \u201cselvaggio\u201d del Romanino: il ciclo con le tavole per la cantorie e le ante d\u2019organo del Duomo. Come sempre nel suo stile, l\u2019approccio \u00e8 un\u2019operazione di svelamento. \u00abHo incontrato Romanino sin da bambino\u00bb, racconta. \u00abMa solo pochi anni fa ho scoperto qualcosa che mi era sempre rimasto nascosto: le ante d\u2019organo vengono sempre tenute aperte e i rettro quindi non si vedono. Romanino vi dipinse due santi, Andrea ed Erasmo, in dimensioni monumentali. Ne ho ripreso il tracciato, con inchiostro metallico, su telo antipolvere, riducendo leggermente le dimensioni per adattarmi all\u2019altezza delle pareti del museo. Ho pensato che in questo modo tutti potessero finalmente vedere e immaginare il Romanino che non si vede\u00bb. Opera di svelamento, quindi. Un\u2019immagine aperta, che probabilmente ha a che vedere con quella possibile \u00abdescrizione di un mondo che vogliamo\u00bb.<\/p>\n<p>Nell&#8217;immagine: l&#8217;allestimento della mostra di Modena. In primo piano, I nomi di Ciserano (2001); sullo sfondo, Ailanto d&#8217;oro (2009)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questa intervista a Stefano Arienti, in occasione della mostra \u201cAntipolvere\u201d al Museo Civico di Modena, \u00e8 stata pubblicata su Alias domenica 7 maggio. 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