{"id":4283,"date":"2016-11-26T11:26:33","date_gmt":"2016-11-26T11:26:33","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=4283"},"modified":"2016-11-26T11:26:33","modified_gmt":"2016-11-26T11:26:33","slug":"chi-e-straniero-nelle-stanze-per-stranieri","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=4283","title":{"rendered":"Chi \u00e8 straniero nelle stanze per stranieri?"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/IMG_2925.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/IMG_2925-300x200.jpg\" alt=\"img_2925\" width=\"300\" height=\"200\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-4284\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/IMG_2925-300x200.jpg 300w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/IMG_2925-768x512.jpg 768w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/IMG_2925-1024x683.jpg 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il luogo \u00e8 straniante. Una fortezza in miniatura, forata dal passaggio incessante di auto nello stretto varco della porta. Siamo a Bergamo, sulla linea di confine tra citt\u00e0 alta e citt\u00e0 bassa. La microfortezza \u00e8 una delle porte che i veneziani avevano costruito per passare oltre le gigantesche mura. Della sua forza ci si rende conto appena si entra, perch\u00e9 subito ci si lascia tutto alle spalle, si entra in una situazione altra, sparisce persino il frastuono delle auto; le finestrelle, con squarci suggestivi dell&#8217;autunno, danno la sensazione di un luogo separato, dove possono accadere cose l\u00e0 fuori sarebbero impensabili. E in effetti accadono.<br \/>\nTra i muri della piccola fortezza in queste settimane si sono insediati tre artisti, che lo hanno acceso di nessi strani, affascinanti, volutamente indecifrabili. Sono due tedeschi e un italiano che da tempo lavorano stando in relazione e costruendo percorsi espositivi condivisi. <strong>Si chiamano Jochen Fischer, Susanne Windelen e Domenico Pievani. In comune hanno una appartenenza generazionale<\/strong> (generazione met\u00e0 anni 50) e un linguaggio artistico che cerca poeticit\u00e0 nei resti. Sono tutti figli di quell&#8217;arte che dagli anni 70 ha cercato le opere tra le cose pi\u00f9 che usare le cose per fare le opere. Ovviamente il tempo \u00e8 passato e il percorso si \u00e8 fatto via via pi\u00f9 sottile, anche pi\u00f9 arduo. Stanze per stranieri hanno voluto titolare questa loro mostra e in effetti la sensazione \u00e8 che l&#8217;esperienza di un artista oggi sia quella di essere non solo straniero al mondo, ma in un certo senso anche straniero a se stesso.<strong> Per questo il mettersi insieme, l&#8217;esporre opere immaginando e costruendo relazioni tra di loro serve a stanarle. <\/strong>A farle uscire dalla loro stanza.<br \/>\nNon c&#8217;\u00e8 bisogno di accanirsi a cercare significati. La cosa che colpisce in questo percorso proposto da Fischer, Windelen e Pievani \u00e8 il modo con cui le opere riescono ad abitare questo spazio. <strong>Lo abitano nel senso che &#8220;ci vivono&#8221; dentro, caricandosi ciascuna di uno spezzone di storia da narrare. <\/strong>Anzi da narrarsi l&#8217;una con l&#8217;altra. Nello spazio pi\u00f9 alto, suggestivo e assediato da muri selvatici e possenti, la sensazione \u00e8 esplicita. Il nucleo pi\u00f9 importante di opere \u00e8 disposto sul grande pavimento e tutte sembrano come convergere verso un centro lasciato libero. Cosa si narrano? Ad esempio narrano del destino della scultura (i piatti di Fisher con le impronte su fogli di carta forati), forse di quello della pittura (Pievani con il suo Pozzo di luce, dai riflessi post monettiani) o forse di quello delle installazioni (Susanne Windelen con il trascinarsi di quella specie di sipario grigio). La sensazione, per noi stranieri, \u00e8 quella che l\u00ec stia accadendo qualcosa di cui ci sfugge il tema. Come un teatro in cui gli attori sono sufficienti a se stessi e che continuano a recitare anche quando noi usciamo e la fortezza \u00e8 vuota.<br \/>\nQuesto per sottolineare che <strong>l&#8217;idea interessante dell&#8217;esperienza di Stanze per stranieri \u00e8 che l&#8217;arte oggi ha bisogno di costruire relazioni; o meglio di identificarsi con queste relazioni. <\/strong>Ha bisogno di interconnettere i discorsi, di stabilire nessi non strumentali. Per stabilirli spesso si pensa che ci vogliano delle buone soluzioni allestitive. Invece bisogna solo lasciare andare le opere, e permettere loro di continuare quei discorsi iniziati in tante chiacchierate, in mille progetti discussi, in scambi di idee che attraversavano le Alpi. Alla fine, portate in uno stesso luogo, le opere iniziano a chiamarsi l&#8217;un l&#8217;altra. Sorprendentemente familiari tra di loro. Soprattutto sorprendentemente vive, perch\u00e9 libere da noi e anche da chi le ha immaginate. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il luogo \u00e8 straniante. Una fortezza in miniatura, forata dal passaggio incessante di auto nello stretto varco della porta. Siamo a Bergamo, sulla linea di confine tra citt\u00e0 alta e citt\u00e0 bassa. La microfortezza \u00e8 una delle porte che i veneziani avevano costruito per passare oltre le gigantesche mura. 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