{"id":4115,"date":"2016-05-30T18:12:05","date_gmt":"2016-05-30T18:12:05","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=4115"},"modified":"2016-05-30T18:12:20","modified_gmt":"2016-05-30T18:12:20","slug":"la-tela-una-geometria-attiva","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=4115","title":{"rendered":"La tela, una geometria attiva"},"content":{"rendered":"<p><em>Per il catalogo della mostra Arte e architettura curata da Massimo Ferrari e Claudia Tinazzi alla Casa del Mantegna di Mantova (sino al 12 giugno) ho scritto questa riflessione. il catalogo \u00e8 impaginato e stampato, benissimo, da Corraini.<\/p>\n<p><\/em><\/p>\n<p>Qual \u00e8 la prima cosa con cui un pittore fa i conti nel momento in cui si mette davanti alla superficie che attende di essere dipinta? <strong>Leon Battista Alberti in quel breve, celebre inciso nel trattato Della pittura, dimostra di aver idee chiare.<\/strong> Cos\u00ec chiare da sembrare quasi un&#8217;ingiunzione. Scrive l&#8217;Alberti: \u00abLa prima cosa nel dipingere una superficie, io vi disegno un quadrangolo di angoli retti grande quanto a me piace, il quale mi serve per un&#8217;aperta finestra dalla quale si abbia a vedere l&#8217;istoria\u00bb. Quindi la prima cosa (o la cosa che viene prima?) \u00e8 quello spazio concreto &#8211; tela, tavola, porzione di muro \u2013 che l\u2019artista si trova davanti. Uno spazio con coordinate che esistono prima di ogni pensiero, e che si innestano sui pensieri fondativi dell&#8217;immagine. Le linee che delimitano lo spazio non semplici componenti tecniche, ma sono fattori che entrano nel gioco. <strong>Sono una geometria attiva, con cui l&#8217;artista si trova a che fare in ogni passo della composizione.<\/strong> Attiva, in quanto nell&#8217;apparente sottrarsi da ogni altra funzione che non sia quella di contenitori neutri dell&#8217;immagine, in realt\u00e0 trasmettono energia. Mandano impulsi continui, rappresentano linee di forza, in particolare grazie all&#8217;asimmetria delle rispettive misure. Non \u00e8 un caso che gli artisti fatichino sui formati quadrati: in quei casi le dimensioni si neutralizzano e si rischia la calma piatta sulla tela (il quadrato \u00e8 invece il formato perfetto per i &#8220;monocromisti&#8221; che devono cercare l&#8217;annullamento di ogni dialettica dentro lo spazio pittorico: vedi il <em>Quadrato nero<\/em> di Malevich, 1915). <\/p>\n<p>Tutto questo per sottolineare come il primo problema <strong>con cui un pittore si trova a che fare \u00e8 un problema di ordine architettonico. <\/strong>Se ci si sottrae da questo primo terreno di battaglia il quadro rifluisce in un esercizio di stile, in performance espressiva; nel peggiore dei casi in illustrazione. Ne sa qualcosa uno come Edouard Manet, uno &#8220;nato pittore&#8221;, con la grazia del colore e della materia che gli fluiva meravigliosamente, senza bisogno di sforzi, dalle mani. Una grazia &#8220;tentatrice&#8221; che lui per primo sapeva di dover tenere sotto sorveglianza. In uno dei suoi capolavori, uno dei grandi quadri dell&#8217;800 europeo, <em>Le Balcon<\/em> (1868), <strong>Manet ingaggia una vera battaglia con le linee ortogonali della tela. <\/strong>Impagina il quadro, tracciando una geometria decisiva con gli incroci di linee verticali (le persiane verdi delle finestre) e orizzontali (la ringhiera del balcone), per arrivare a liberare la magica area centrale: quell&#8217;interno buio, che neanche il sole abbagliante di una piena estate riesce a perforare. \u00c8 quel buco-tomba da cui il protagonista fuoriesce, come not\u00f2 Georges Bataille, quasi novello Lazzaro.<br \/>\nManet \u00e8 il primo grande artista moderno che ha coscienza di come la pittura sia arrivata alla fine di una lunga stagione. E come quindi lui, artista, non potesse pi\u00f9 contare sull&#8217;illusione che la tela avesse una terza dimensione. Secoli di pittura avevano costruito la loro fortuna e grandezza, su questo sfondamento spaziale che per primo Giotto aveva concretizzato in potente realt\u00e0 visiva. Poi, l&#8217;energia intellettuale che aveva generato la necessit\u00e0 e la credibilit\u00e0 di quella soluzione si era svaporata, ed \u00e8 era rimasta solo come effetto scenografico, a volte anche iperbolico e affascinante (la migliore pittura del 700 europeo la si pu\u00f2 leggere in questa chiave). <\/p>\n<p><strong>Manet, che pur aveva tutte le qualit\u00e0 per tessere altre iperboli pittoriche, \u00e8 invece il primo a costringersi dentro un nuovo rigore.<\/strong> Accetta l&#8217;arretramento nella bidimensionalit\u00e0, per cui le linee di confine del quadro riprendono ad emettere input potenti. Non si sottrae al dato di fatto della piattezza della superficie su cui lavora. Semmai la trasforma in un sovrapporsi di visioni come per un rimbalzo di specchi, con geometrie sotto controllo ma immagini dagli equilibri e dai rapporti del tutto disorientanti.<br \/>\nIl capolavoro di Manet, come si \u00e8 detto, ha come epicentro compositivo e &#8220;drammaturgico&#8221; una finestra. Rispetta perci\u00f2 alla lettera l&#8217;indicazione di Leon Battista Alberti. <strong>Il quadro \u00e8 dunque il corrispettivo di una componente architettonica, con in aggiunta un delicato problema cui tener testa: la provenienza della luce.<\/strong> \u00c8 Matisse il primo a coglierlo con sistematicit\u00e0, in tutta la sua portata, con un ribaltamento coerente che fa della tela\/finestra la fonte luminosa. La luce non \u00e8 pi\u00f9 alle spalle, o dalla parte di chi dipinge, ma viene dall&#8217;altra parte, sta dalla parte della tela. \u00c8 quello il luogo generativo, che illumina anche lo spazio in cui il pittore si \u00e8 sistemato (che ci fosse curiosit\u00e0 di indagare attorno a quel mistero nella violazione poetica e sistematica che Lucio Fontana ne avrebbe fatto con i suoi tagli?)<br \/>\nCos\u00ec quel piccolo oggetto architettonico, porzione di spazio piatto, sigillato nella sua ortogonalit\u00e0 (ortogonalit\u00e0 magari rinforzata anche dalla crociera posteriore), svela tutta la sua natura fantasmatica e potente. Che \u00e8 stringente ma non deterministica. Anzi, innesca la libert\u00e0 del pittore, e <strong>lo chiama a realizzare quello che Guillaume Apollinaire descrive con parole impagabili: \u00abLa finestra si apre come un&#8217;arancia incantevole frutto della luce\u00bb.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per il catalogo della mostra Arte e architettura curata da Massimo Ferrari e Claudia Tinazzi alla Casa del Mantegna di Mantova (sino al 12 giugno) ho scritto questa riflessione. il catalogo \u00e8 impaginato e stampato, benissimo, da Corraini. 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