{"id":3991,"date":"2015-12-24T11:14:37","date_gmt":"2015-12-24T11:14:37","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=3991"},"modified":"2015-12-24T11:16:04","modified_gmt":"2015-12-24T11:16:04","slug":"la-pittura-il-chiodo-di-gianni-dessi","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=3991","title":{"rendered":"La pittura, il \u201cchiodo&#8221; di Gianni Dess\u00ec"},"content":{"rendered":"<p><em>Questo dialogo con Gianni Dess\u00ec \u00e8 stato pubblicato su Alias del 6 dicembre<\/em><\/p>\n<p>Cosa vuol dire per un artista ragionare sull\u2019essere artista? Ad esempio pu\u00f2 voler dire spostarsi di 8mila chilometri <strong>e provare rappresentare sotto altri cieli chi si \u00e8 e che cosa ci si sta a fare. Rappresentarlo a se stesso e agli altri.<\/strong> \u00c8 la rotta che Gianni Dess\u00ec ha seguito lo scorso anno e che lo ha portato da Roma a Pechino per realizzare una triplice installazione. Sono tre teste di dimensioni monumentali (\u00abPer toglierle da una dimensione naturalistica\u00bb, spiega Dess\u00ec). Sono dichiaratamente autoritratti, anche se le questioni fisiognomiche sono le ultime a cui lui abbia prestato attenzione.<strong> Quello che gli premeva era mettere nero su bianco, dar visibilit\u00e0 ed evidenza al \u201csine qua non\u201d dell\u2019essere artista. <\/strong><\/p>\n<p>Ecco allora il percorso, scandito appunto in tre \u201cstazioni\u201d, con chiarezza estremamente meditata e quindi quanto mai persuasiva. Prima stazione, una grande testa in bronzo dipinto di rosso, con una griglia impreziosita da un filo dorato davanti agli occhi: \u201cil vedere\u201d, come atto che crea una relazione; l\u2019atto del vedere nell\u2019artista s\u2019avvale di una griglia, attraverso la quale il disegno s\u2019insinua e prende forma (annota Dess\u00ec: \u00abL\u2019arte si \u00e8 infilata in un intellettualismo che si astrae dalle cose. Io invece penso che si debbano \u201cficcare\u201d le mani nelle cose\u00bb). Segue poi la seconda stazione, la pi\u00f9 poetica: una testa pi\u00f9 monumentale delle altre perch\u00e9 appoggiata su un piedistallo. Dalla bocca, soffiando, riempie e d\u00e0 forma a una sfera perfetta, bianca, d\u2019acciaio. Una bolla in bilico sulle labbra dell\u2019artista, resa leggera e quasi aerea dal suo fiato. <strong>\u00ab\u00c8 il respiro dell\u2019opera\u00bb, ci dice Dess\u00ec. \u00abla sua capacit\u00e0 vitale creare forme e nuove geometrie. \u00c8 l\u2019aura che riesce a far vibrare attorno a s\u00e9, che fa pensare, che commuove\u00bb. <\/strong>Infine alla terza stazione c\u2019\u00e8 la grande testa gialla, marchiata frontalmente da un rettangolo nero: \u00e8 la dinamica del dentro e del fuori, \u00abun dentro che segna e che rivela, che si staglia nitido nell\u2019asperit\u00e0 della materia\u00bb. L\u2019arte \u00e8 un \u201cdentro\u201d che accetta la sfida di venire a galla, di uscire allo scoperto, di non restare pi\u00f9 soltanto \u201cdentro\u201d.  <strong>Il titolo dell\u2019installazione non \u00e8 un dettaglio: \u201cTre per te\u201d. Chi \u00e8 quel &#8220;te\u201d? <\/strong>Pu\u00f2 essere innanzitutto l\u2019appassionato magnate e collezionista cinese che ha commissionato a Dess\u00ec quest\u2019opera, George Wong; collezionista con particolare vocazione a raccogliere arte italiana. Ma il \u201cte\u201d \u00e8 anche lo spettatore, cio\u00e8 chiunque passi di da quel grande edificio di Pechino, contenitore di un po\u2019 di tutto, davanti al quale l&#8217;opera \u00e8 stata collocata. Dess\u00ec: \u00ab\u00c8 dedicata a Gorge Wong che  l\u2019ha voluta  ma \u00e8 dedicata anche a chiunque passa di l\u00e0\u00bb. Come a dire l\u2019arte non pu\u00f2 essere per me se non c\u2019\u00e8 anche un \u201cper te\u201d. E ogni tanto davanti a questo prezioso e indispensabile \u201caltro\u201d \u00e8 necessario scoprire le carte, per riaffermare le ragioni e la legittimit\u00e0 del fare.<br \/>\nL&#8217;arte, sembra  voler dire Dess\u00ec, oggi ha sempre bisogno di un riesame, di incrociare la sua ragion d&#8217;essere. Di meditare sul proprio statuto.<\/p>\n<p><strong>La stessa cosa accade, questa volta su scala minima all\u2019ingresso della mostra di Gianni Dess\u00ec alla Galleria milanese Progettoarte-Elm.<\/strong> Il visitatore \u00e8 accolto una piccola opera, vagamente impertinente. Con i suoi 61cm per 30 o<strong>ccupa la parete grande. La didascalia ci dice che la tecnica \u00e8 olio su cartoncino telato, ma aggiunge anche due altre voci: \u201ccordino e chiodo\u201d.<\/strong> Il cordino \u00e8 attaccato agli angoli alti del cartoncino, e lo regge grazie al chiodo che in alto chiude il triangolo. Il cartoncino, dice la stessa didascalia, \u00e8 \u201csu muro\u201d: in questo modo vien ribadito in maniera incontrovertibile che l\u2019allestimento \u00e8 parte costituiva dell\u2019opera. E che il chiodo \u00e8 condizione indispendabile perch\u00e9 quella pittura esista. Quella pittura, o forse tutta la pittura. Gianni Dess\u00ec parla con un affetto del tutto particolare di questa piccola opera semplice e senza pretese. \u00ab\u00c8 una piccola cosa\u00bb, racconta. <strong>\u00abUn omaggio a Mario Schifano, da cui ho preso anche il titolo, \u201ccon anima\u201d. Il chiodo \u00e8 parte pienamente espressiva,<\/strong> perch\u00e9 regge l\u2019evidenza della pittura sul muro e rende palese la sua gravit\u00e0. Il senso dell\u2019omaggio sta nel fatto che Schifano era un posseduto dalla pittura: quello era il suo vero demone. Non la possedeva, ne era davvero posseduto. Per questo \u00e8 come se avesse rinnovato fiducia nella pittura, dandole una nuova possibilit\u00e0 in tempi per lei sostanzialmente ostiliL la pittira che ritrovava un suo senso nel far crescere i riverberi tra le cose\u00bb.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un ripetuto accento tautologico nel lavoro recente di Dess\u00ec. Troviamo un quadro intitolato \u201cSulla tela\u201d; un altro \u00e8 \u201cInterno\u201d, e lascia emergere una forma che sembra la crociera del telaio; \u201cNel mezzo\u201d, opera grande in vetro resina e tempera sempre \u201csu muro\u201d, cita se stessa e insieme la forma che rappresenta. <strong>Non si tratta di sofisticati giochi linguistici, ma di un\u2019accorata ricerca di un luogo, del \u201cluogo\u201d: quello della pittura.<\/strong> Un\u2019altra parte di opere presenti alla mostra milanese, invece si presenta \u201csenza titolo\u201d. \u00ab\u201cSenza titolo\u201d significa che la pittura non parte da un mio progetto. Non ha un nome. A volte il nome esce fuori, perch\u00e9 \u00e8 l\u2019azione stessa del dipingere che lo fa emergere e me lo fa trovare. Io  allora assisto con sorpresa al manifestarsi delle immagini e a volte al loro riconoscimento. Per esempio, il \u201csenza titolo rosso\u201d mi ha fatto pensare alla mitologia, a Diana, all\u2019immagine ghiacciata del bosco\u00bb. E infatti il nome di Diana ha fatto capolino nel titolo, con pudore, messo tra parentesi. <\/p>\n<p><strong>\u00abIl titolo, quando c\u2019\u00e8, lo trovo alla fine, non all\u2019inizio. Perch\u00e9 se dovessi semplicemente fare il quadro che \u201cso\u201d, quello che ho nella mia mente, che ci starei a fare?\u00bb, <\/strong>continua Dess\u00ec, approfondendo il ragionamento iniziato. \u00abOgni volta invece cerco il quadro che non so, cerco l\u2019altrove che ti si affaccia, imprevisto nella sua modalit\u00e0 di palesarsi. A volte \u00e8 possibile che l\u2019immagine resti in filigrana, e deve cercarla anche chi si ferma a guardarla, allo stesso modo di io che la faccio. A volte pu\u00f2 accadere che la pittura ti chieda di violare anche l\u2019integrit\u00e0 della superficie. Se non si accetta questo scarto &#8211; che \u00e8 poi il mistero della pittura &#8211; resta solo lo stile. Ma lo stile non interessa pi\u00f9 a nessuno, nemmeno a me che ne sono l\u2019autore. Lo stile per me \u00e8 la pittura che si accontenta di andare in folle. \u00c8 pittura che si mette al riparo dall\u2019imprevisto\u00bb. <\/p>\n<p><strong>Nell\u2019arte di Dess\u00ec \u00e8 facile scorgere un\u2019anima teatrale,<\/strong> certamente rafforzata dalle sue numerose incursioni per realizzare scenografie in particolare per Peter Stein (Parsifal, 2002 e Il Castello del duca Barbabl\u00f9, 2008), sino alla recentissima collaborazione per le scene e i costumi de Il suono giallo di Alessandro Solbiati, ispirato al testo originale di Wassilij Kandinsky. Cos\u00ec gli viene da pensare al supporto \u2013tavola, tela, ma anche scultura \u2013 come ad un palcoscenico, allestito perch\u00e9 qualcosa vi \u201caccada\u201d. Dess\u00ec conferma questo parallelo, e rivela un altro punto di contatto: il tempo. \u00abIl teatro\u00bb, dice, \u00ab\u00e8 un luogo che incrocia un tempo: il tempo sulla scena cade dentro un \u201cdivenire\u201d. Nella pittura invece il tempo cade dentro l\u2019attimo che fa affiorare l\u2019immagine; \u00e8 un gesto che incontra l\u2019immagine e la mette in parallelo con la vita e con le cose che si incontrano, quasi per verificarne la tenuta\u00bb.<br \/>\n<strong><br \/>\nSe ci sono Pechino e Milano nella recente agenda di Dess\u00ec, Roma resta il luogo per antonomasia del suo agire e del suo pensarsi.<\/strong> La Roma a cui ha legato tutta la sua biografia umana e artistica e a cui continua a guardare, quasi con gratitudine, come ad una matrice insostituibile. \u00abRoma per me \u00e8 la storia. Non una storia che ti tiene in ostaggio con la sua grandezza, ma una storia al contrario che ti libera, perch\u00e9 ti dice che non sei immortale, che tutti siamo eredi e che abbiamo a che fare con la metamorfosi di quello che abbiamo ereditato. Roma \u00e8 un argine al deserto della modernit\u00e0. \u00c8 il luogo in cui le forme hanno sposato le idee e i desideri degli uomini, anche fossero stati i desideri di potere\u00bb.<br \/>\nEd \u00e8 in questa Roma di oggi ferita, assediata e logorata che Dess\u00ec continua a lavorare, <strong>aggirandosi attorno a quell\u2019unico pensiero: cosa \u00e8, cosa dovrebbe essere lo sguardo di un artista.<\/strong> E per suggestione si pensa a quella sua familiarit\u00e0 con il giallo, quel giallo che solca frontalmente il bellissimo Ritratto in ceramica raku in mostra a Milano. Lo sguardo \u00e8 lievemente e poeticamente orientato verso l\u2019alto. E sentendo Dess\u00ec se ne capisce il perch\u00e9: \u00abIl giallo \u00e8 colore che sollecita il tutto. \u00c8 il materializzarsi di una visione che si avvicina all\u2019accecamento. Forse ha a che fare con un sogno. Quello dell\u2019infinito\u00bb. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo dialogo con Gianni Dess\u00ec \u00e8 stato pubblicato su Alias del 6 dicembre Cosa vuol dire per un artista ragionare sull\u2019essere artista? Ad esempio pu\u00f2 voler dire spostarsi di 8mila chilometri e provare rappresentare sotto altri cieli chi si \u00e8 e che cosa ci si sta a fare. Rappresentarlo a se stesso e agli altri. 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