{"id":3722,"date":"2015-01-19T11:57:06","date_gmt":"2015-01-19T11:57:06","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=3722"},"modified":"2015-01-19T11:57:06","modified_gmt":"2015-01-19T11:57:06","slug":"perche-roy-lichtenstein-sembra-sempre-nuovo","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=3722","title":{"rendered":"Perch\u00e9 Roy Lichtenstein sembra sempre nuovo?"},"content":{"rendered":"<p><em>Recensione della mostra Lichtenstein, Opera prima, alla Gam di Torino, uscita su Alias domenica 18 gennaio.<br \/>\n(l&#8217;immagine \u00e8 una foto dello studio di Lichtenstein di Ugo Mulas, vista sabato alla mostra della Galleria Lia Rumma: una foto che \u201cfotografa\u201d meglio delle mie parole quel che ho tentato di dire nella recensione)<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/licht.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/licht-296x300.png\" alt=\"licht\" width=\"296\" height=\"300\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-3723\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/licht-296x300.png 296w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/licht-1012x1024.png 1012w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/licht.png 1650w\" sizes=\"auto, (max-width: 296px) 100vw, 296px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Interessante destino quello di Roy Lichtenstein. Artista  a una dimensione, programmato sui codici elementari della comunicazione mediatica,<strong> stranamente non smette mai di svelare prospettive inattese su se stesso. <\/strong>Si poteva pensare che dopo la grande mostra passata nel 2013 da Chicago a Londra e Parigi (recensita su Alias da Stefano Jossa il 18 marzo 2013), ci fosse poco da aggiungere, senza cadere nelle solite rassegne rimediate alla bell&#8217;e meglio per far cassetta. Invece Lichtenstein smentisce ancora una volta lo scetticismo dei nostri occhi collaudati: la mostra in corso alla Galleria d&#8217;Arte Moderna di Torino (sino al 25 gennaio, a cura di Danilo Eccher, catalogo Skira) riesce ad essere &#8220;inattesa&#8221;. Sin dal titolo si intuisce che l\u2019approccio non \u00e8 banale. Infatti introduce subito un&#8217;ambiguit\u00e0: <strong>&#8220;Opera prima&#8221; pu\u00f2 essere inteso come qualcosa di fondativo, di minimo comun denominatore dell\u2019universo di Lichtenstein. <\/strong>Ma andrebbe anche letto, ribaltando i termini, e trasformandolo in un <strong>&#8220;prima dell&#8217;opera&#8221;: cio\u00e8 tutto quel che riguarda il cantiere dei quadri pi\u00f9 famosi dell&#8217;artista americano.<\/strong> Le due accezioni in realt\u00e0 convivono, perch\u00e9 lo sperimentalismo proprio dei work in progress di Lichtenstein si muove all&#8217;interno di prototipi mentali non solo chiari ma anche dichiarati.<br \/>\nLa mostra \u00e8 quindi intrigante perch\u00e9 indaga su complessit\u00e0 e &#8220;problemi&#8221;, laddove conosciamo Lichtenstein proprio per il suo procedere sempre per semplificazioni. <strong>Ma le due azioni non entrano mai conflitto, anzi lavorano l&#8217;una per l&#8217;altra,<\/strong> come in un gioco di incastri in cui l&#8217;esito semplificato si rivela, a monte, pi\u00f9 articolato di come sospettassimo. <\/p>\n<p>Lichtenstein disegnava tantissimo, come racconta la moglie Dorothy nella breve testimonianza in catalogo. Disegnava ovunque, anche a casa, dopo tutta una giornata passata in studio. Strano a dirsi per <strong>un artista &#8220;parassita&#8221; che succhiava immagini da altre immagini, a partire dalla mitica appropriazione dei fumetti, scoperti a 40 anni vedendoli in mano ai suoi figli David e Mitchell.<\/strong> Ma le immagini per Lichtenstein costituiscono soprattutto momenti di attivazione di un lavoro che il percorso della mostra svela in tutta la sua sorprendente coerenza e disciplina. Diceva che \u00abgli oggetti sono segni da organizzare, collegare e ricostruire in una visione unificata\u00bb. E, ovviamente, assolutamente bidimensionale. \u00c8 interessante notare come il procedimento preparatorio di Lichtenstein non preveda tanto l&#8217;appunto visivo o lo schizzo, <strong>ma si protenda subito in quello che Bernice Rose, nel saggio di catalogo, definisce &#8220;enclosure drawing&#8221;.<\/strong> I disegni infatti sono spesso chiusi dentro <strong>celle spaziali (il prestito dalla geometria propria dei fumetti \u00e8 ben evidente) che richiamano gi\u00e0 le proporzioni della tela finale e che vengono ricavati all&#8217;interno del foglio di carta.<\/strong> \u00c8 dentro quelle celle, disposte senza un ordine preciso, che Lichtenstein lavora all&#8217;organizzazione delle sue visioni. Un lavoro che Diane Waldman, tra le maggiori conoscitrici del Lichtenstein disegnatore, ha sintetizzato come \u00abunione di un\u2019immagine reale con una forma astratta\u00bb.<\/p>\n<p>Lo schema della cella riquadrata sul foglio con un segno nero pi\u00f9 o meno deciso, si ripete quasi per istinto anche laddove Lichtenstein sembra mettersi pi\u00f9 disteso e libero, come nel caso della bella serie di cieli a matita e pastello del 1964 che troviamo in apertura di percorso. Trent\u2019anni dopo, per il <em>Chinese style landscape (Study)<\/em>, il dispositivo \u00e8 ancora assolutamente lo stesso. Spiega Bernice Rose in catalogo: \u00abL\u2019artista costru\u00ec un mondo nuovo, strutturato su queste immagini, ma la sua costruzione dipendeva dalla creazione di una nuova realt\u00e0 nella sua interezza. Perch\u00e9 questo accadesse, l\u2019oggetto andava rimosso dal suo contesto abituale e scomposto nei suoi elementi costruttivi. Ecco perch\u00e9 <strong>Lichtenstein ripeteva che i suoi oggetti erano innanzitutto segni da organizzare, collegare e ricostruire in una visione unificata\u00bb.<\/strong><br \/>\nL\u2019interesse della mostra consiste proprio nella messa a nudo di questo processo e nello disvelamento di quella coerenza interna propria delle immagini, mai create ab novo ma sempre rimontate da Lichtenstein. <strong>\u00c8 questa coerenza che determina quel senso \u201csempre nuovo\u201d delle sue opere, sulle quali il tempo sembra non lasciare nessuna patina.<\/strong> Figlie di una stagione ben identificata culturalmente e sociologicamente, in realt\u00e0 riescono a sfilarsi da quell\u2019identificazione. Il percorso si popola cos\u00ec di tante, continue reinvenzioni di quel mondo che Lichtenstein aveva davanti agli occhi. Un mondo in cui le immagini non hanno pi\u00f9 gerarchie, perch\u00e9 sono tutte chiamate indistamente a far parte di questa \u201cnuova realt\u00e0\u201d. Emblematica ad esempio \u00e8 quella sontuosa carta (sontuosa anche per le sue dimensioni: 2,44 m. di altezza) <em>Picture and Pichter (Study)<\/em> del 1978. Qui Lichtenstein ricorre a un meccanismo linguistico sofisticato, in quanto rappresenta sullo sfondo della brocca picassiana, un suo quadro filtrato dal consueto lavoro di ricomposizione. Eppure l\u2019immagine s\u2019impone al nostro sguardo \u2013 sinceramente ammirato &#8211; con chiarezza sia stilistica e senza nessuna ambiguit\u00e0 concettuale.<\/p>\n<p><strong>L\u2019unico appunto per la mostra \u00e8 la compressione del percorso<\/strong>, che ad un certo punto crea un inganno per via della sala alla fine del primo corridoio, in cui ci troviamo davanti un gioiello come il <em>Landscape with boat<\/em> del 1996 (con i relativi lavori di cantiere). La tela appartiene all\u2019ultima stagione, straordinariamente rarefatta, di Lichtenstein. Quell\u2019apparizione anticipata da una parte crea un cortoircuito nell\u2019occhio del visitatore. Dall\u2019altra per\u00f2 finisce con il darci la conferma di quanto sia coerente e tutta sempre perfettamente concatenata la parabola di Lichtenstein.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Recensione della mostra Lichtenstein, Opera prima, alla Gam di Torino, uscita su Alias domenica 18 gennaio. 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