{"id":3580,"date":"2014-09-22T10:23:59","date_gmt":"2014-09-22T10:23:59","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=3580"},"modified":"2014-09-22T10:29:25","modified_gmt":"2014-09-22T10:29:25","slug":"lamore-di-malevich-per-le-icone","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=3580","title":{"rendered":"L&#8217;amore di Malevich per le icone"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_3584\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/tumblr_moy50yxeCu1qbzr8yo1_1280.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-3584\" src=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/tumblr_moy50yxeCu1qbzr8yo1_1280-300x225.jpg\" alt=\"La sala di Malevich per L&#039;ultima mostra futurista 0-10, del 1915\" width=\"300\" height=\"225\" class=\"size-medium wp-image-3584\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/tumblr_moy50yxeCu1qbzr8yo1_1280-300x225.jpg 300w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/tumblr_moy50yxeCu1qbzr8yo1_1280.jpg 800w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-3584\" class=\"wp-caption-text\">La sala di Malevich per L&#8217;ultima mostra futurista 0-10, del 1915<\/p><\/div>\n<p><em>Recensione scritta per Alias e pubblicata domenica 22 settembre<\/em><\/p>\n<p><strong>Era nato a Kiev, citt\u00e0 appartenente all&#8217;allora impero russo, nel 1879, <\/strong>da genitori cattolici polacchi. Si era formato a Mosca come disegnatore tecnico e lavorando per le ferrovie. Nel 1915 si rivelava al mondo con una mostra in una galleria a San Pietroburgo. Citt\u00e0 dove sarebbe morto nel 1935,  e che nel frattempo aveva cambiato nome in Leningrado. Nel mezzo, anche un periodo di insegnamento a Vitebsk, in Bielorussia, dove aveva preso la cattedra a cui l\u2019aveva chiamato l\u2019ebreo Marc Chagall. Bastano pochi cenni dalla biografia di Kasimir Malevich per intuire come la mostra che la Tate Gallery gli ha dedicato (<em>Malevich<\/em>, a cura di Achim Borchardt-Hume, sino al 26 ottobre), sia oltre che l&#8217;occasione di esplorare uno dei grandi innovatori del 900, anche un&#8217;opportunit\u00e0 per capire quale siano la complessit\u00e0 e le stratificazioni che segnano un territorio e la sua cultura. Quella di Malevich, in un certo senso, \u00e8 quindi una mostra di inattesa attualit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Allestita al terzo piano della Tate Modern, l\u2019esposizione non si fa e non ci fa mancare niente:<\/strong> solo il primo dei Quadrati neri, quello del 1915, non ha potuto arrivare da Mosca per la sua fragilit\u00e0. Per il resto i prestiti sono di qualit\u00e0 eccezionale, grazie alla rete di istituzioni che hanno fatto da promotori della mostra: dallo Stedelijk Museum di Amsterdam, alla Khardzhiev Foundation, sempre olandese, sino alla Costakis Collection di Tessalonica (quella della Tate \u00e8 la seconda tappa, dopo Amsterdam e prima della conclusione alla Bundeskunsthalle di Bonn).<br \/>\n\u00abUn artista russo\u00bb: non \u00e8 il sottotitolo della mostra, che ai sottotitoli accalappia-visitatori giustamente non ricorre, ma \u00e8 il titolo che \u00e8 stato assegnato alla seconda sala. Siamo intorno 1910 e l\u2019identit\u00e0 di Malevich, per quanto sia artisticamente ancora incerta, intellettualmente e poeticamente \u00e8 gi\u00e0 ben delineata. Ha avuto modo di vedere quel che un grande collezionista come Sergei Shchukin aveva portato da Parigi, in particolare i Picasso e i Matisse della grande accelerazione di inizio secolo, ma non se ne \u00e8 lasciato contaminare. Malevich da subito marca la sua differenza, a costo di pagare il dazio di qualche ingenuit\u00e0 di troppo e di sperimentare stili espressivi in modo che a volte sembrano un po\u2019 random. <\/p>\n<p><strong>Ma lui \u00e8 russo (per quanto parli anche polacco), e non ha n\u00e9 l\u2019intenzione n\u00e9 la tentazione di sottrarsi a questo suo destino.<\/strong> Si capisce presto cammin facendo, che il suo \u00e8 un obiettivo, o meglio una missione, precisa: portare l\u2019antica Russia, rispettandone sono in fondo l\u2019anima, in prima linea sulle frontiere della modernit\u00e0.  <strong>Il primo aggancio tra Russia e modernit\u00e0 prende forma non su una tela ma su un palcoscenico <\/strong>nel 1913, quando Malevitch cura, nell\u2019allora San Pietroburgo, costumi e scenografie per Vittoria sul Sole, opera cubo-futurista musicata da Mihhail Matyushin con un tsto del poeta Velimir Khlebnikov. Le scene sono in bianco e nero, e dominate dalla ripetizione di forme quadrate: cinque in fuga, per dare profondit\u00e0 di campo, e uno alle  spalle dello spettatore, per dargli la sensazione di essere chiuso nella dimensione intima di un cubo. Il <em>Quadrato nero<\/em> arriver\u00e0 due anni dopo, anche se Malevich lo data al 1913. Lo avrebbe \u201csvelato\u201d il 15 dicembre 1915 con un\u2019operazione che ha tutte le caratteristiche di un passaggio storico. La mostra  \u201cUltima esposizione futurista di quadri 0,10\u201c si tiene alla Dobychina di San Pietroburgo. Lo zero sta indicare l\u2019anno di inizio di una nuova storia, il 10 il numero di artisti che inizialmente avrebbero dovuto esporre (in realt\u00e0 furono di pi\u00f9). Il riferimento al futurismo ha qualcosa quasi di canzonatorio: il futuro dell\u2019arte non va nella direzione indicata dall\u2019avanguardia che pur aveva fatto maggiormente breccia nella cultura artistica russa. A documentare quella sala ci resta un\u2019unica, storica fotografia: dei 39 quadri esposti riconoscibili, \u00e8 nota la sorte di 12. Ben nove di questi sono stati portati in mostra. Ma il cuore della sala \u00e8 il Quadrato nero su fondo bianco, posizionato con una scelta che pi\u00f9 \u201crussa\u201d non si sarebbe potuto, nell\u2019angolo della stanza. Cio\u00e8 rispettando la tradizione con cui venivano appese le icone nelle case. <\/p>\n<p><strong>Certamente pi\u00f9 delle tambureggianti novit\u00e0 che venivano dall\u2019Europa occidentale,<\/strong> Malevich fu interessato da quella mostra evento che si tenne a Mosca nel 1913, quando per la prima volta vennero presentate 147 icone, dal XIV al XVII secolo, liberate dalle ridipinture con cui nel tempo si era tentato di ovviare all\u2019ingiallimento delle tavole. Fu una mostra evento che colp\u00ec tutta la nuova generazione di artisti, da Tatlin alla Gontcharova. Ma come ha scritto Tatjana Vlibinkova, \u00abl\u2019interesse pi\u00f9 coerente mostrato per l\u2019icona fu quello di Malevitch\u2026 Le composizione delle icone, costruite con nitore, facilmente riconducibili a forme geometriche impiegate talvolta in modo diretto, trovarono una prosecuzione nella sua aspirazione a creare una \u201cnuova icona\u201d\u00bb. Quando qualche anno dopo inizi\u00f2 a insegnare a Vitebsk, in classe teneva spesso un\u2019icona. Non c\u2019era un\u2019adesione religiosa, evidentemente. Ma c\u2019era un\u2019adesione a quel principio per cui l\u2019arte si \u00e8 liberata dal dovere di un\u2019espressivit\u00e0 e anche da un contenuto, essendo che il contenuto dell\u2019icona \u00e8 qualcosa che non appartiene a chi le realizza. \u00abL\u2019arte nuova ha posto in primo piano il principio secondo cui l\u2019arte pu\u00f2 ammettere solo se stessa come contenuto. Cos\u00ec in essa troviamo non l\u2019idea di qualche cosa, ma solo l\u2019idea dell\u2019arte stessa\u00bb, scrive nel testo fondante del Suprematismo.<\/p>\n<p><strong>\u00c8 un\u2019idea che si radicalizza sino ai quadri bianco su bianco che Malevich ribattezza come \u201cmorte della pittura\u201d<\/strong> e confluisce in un percorso pedagogico, negli anni dell\u2019insegnamento a Vitebsk e poi a Leningrado. Alla mostra londinese questa esperienza viene illustrata in una magnifica sala dove trovano spazio le grandi tavole che spiegavano teorie e percorsi della Nuova arte (UNOVIS, il collettivo che Malevitch aveva messo insieme era l\u2019acronimo di Utverditeli Novogo Iskusstva, cio\u00e8 Campo della Nuova Arte). Sono frutto di un lavoro collettivo, con scritte a volte anche in tedesco, perch\u00e9 Malevich volle portarli con s\u00e9 in una missione all\u2019estero nel 1927, a Berlino e in Polonia. Dur\u00f2 poco quella missione. Perch\u00e9 venne richiamato in Russia e Malevich dovette lasciare quelle tavole a Berlino. Il colima, con la salita al potere di Stalin era cambiato, e l\u2019oscillazione che questa svolta aveva sulla linea dell&#8217;arte russa la si pu\u00f2 registrare nella grande sala posta come snodo centrale della mostra, dove sono allineati un centinaio di disegni, veri e proprio \u201cpensieri\u201d grafici messi su carta, che coprono tutto l\u2019arco della carriera di Malevich. L\u2019input era quello di tornare alla figurazione. Malevich non se ne sottrae e inizia un percorso per \u201creinventare la pittura\u201d. Ancora l\u2019icona funziona da ancoraggio per queste sagome semplificate e rigorosamente frontali che raccontano una Russia profonda e che contrassegnano la fine degli anni 20. Sono volti svuotati di identit\u00e0, che diventano quasi emblema di quella stagione di totalitarismo cieco. Ma \u00e8 chiaro che quella non \u00e8 strada che possa convincere Malevich, tanto pi\u00f9 che non lo protegge dalle malversazioni del potere (nel 1930 viene anche arrestato con l\u2019accusa di spionaggio a favore della Germania). <\/p>\n<p><strong>Gli ultimi anni sono gli anni dell\u2019eclissi. Malevich sparisce dalla sfera pubblica e s\u2019abbandona ad una pittura strana, affascinante, forzosamente anacronistica. <\/strong>A chiudere la mostra c\u2019\u00e8 quel famoso Autoritratto in cui posa con una strana solennit\u00e0, con il costume di Cristoforo Colombo. \u00c8 un artista evidentemente rassegnato ad essere quello che non avrebbe dovuto essere; rassegnato a dipingere secondo un\u2019idea per lui certamente fuori tempo massimo: ma per quanto costretto ad essere straniero a se stesso, con questo Autoritratto cos\u00ec scopertamente ingenuo, ci dice una cosa che colpisce e anche commuove. Che la libert\u00e0 di un artista vive anche dentro i muri di una costrizione ideologica ed estetica che pu\u00f2 sembrare intollerabile. Che la sua coscienza pu\u00f2 restare intatta, anche se non ha pi\u00f9 spazi per esprimersi, anche se costretta ad una sorta di mutismo. Non a caso nell\u2019angolo, l\u2019Autoritratto, al posto della firma, come tante altre opere di questi anni estremi, ha un piccolo quadrato nero, dipinto come lo dipingerebbe un bambino. \u00c8 un segno distintivo, che non ha pi\u00f9 l\u2019esatta definizione di un tempo. Non ha pi\u00f9 quella forza, quella chiarezza, quella baldanza. Ma \u00e8 l\u00ec, anche nel momento dell\u2019impotenza, a suggerire che quella comunque era la strada. Malevich mor\u00ec nel 1935. Con lui venne accuratamente sepolta anche la sua opera. <strong>Per rivedere in pubblico il Quadrato nero bisogner\u00e0 addirittura aspettare gli anni 80. Nel frattempo il monocromo aveva conquistato gli artisti di mezzo occidente.<\/strong> Ma a dispetto dell\u2019apparente somiglianza, era tutta un\u2019altra storia. Perch\u00e9 la Russia ha tutta un\u2019altra storia. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Recensione scritta per Alias e pubblicata domenica 22 settembre Era nato a Kiev, citt\u00e0 appartenente all&#8217;allora impero russo, nel 1879, da genitori cattolici polacchi. Si era formato a Mosca come disegnatore tecnico e lavorando per le ferrovie. Nel 1915 si rivelava al mondo con una mostra in una galleria a San Pietroburgo. Citt\u00e0 dove sarebbe [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[11],"tags":[1178,1177,778],"class_list":["post-3580","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-mostre","tag-icone","tag-malevich","tag-tate-gallery"],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3580","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3580"}],"version-history":[{"count":4,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3580\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3585,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3580\/revisions\/3585"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3580"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3580"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3580"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}