{"id":3354,"date":"2014-02-25T08:33:51","date_gmt":"2014-02-25T08:33:51","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=3354"},"modified":"2014-02-25T08:33:51","modified_gmt":"2014-02-25T08:33:51","slug":"tintoretto-america-vedova","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=3354","title":{"rendered":"Tintoretto + America= Vedova"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/Vedova-a-New-York-nel-1967.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/Vedova-a-New-York-nel-1967-300x225.jpg\" alt=\"Vedova a New York nel 1967\" width=\"300\" height=\"225\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-3355\" srcset=\"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/Vedova-a-New-York-nel-1967-300x225.jpg 300w, http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/Vedova-a-New-York-nel-1967-1024x771.jpg 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>Questa recensione \u00e8 stata scritta per Alias e pubblicata domenica 23 febbraio.<\/em><\/p>\n<p>Nella foto lo si vede sbucare dalle scale del metro di New York, con la sua sagoma allampanata e lo sguardo gi\u00e0 conquistato dal vortice urbano che che si scatena tutt\u2019intorno a lui. La foto \u00e8 del 1967 ed \u00e8 interessante perch\u00e9 attesta con immediatezza una sorta di consanguineit\u00e0: <strong>Emilio Vedova, veneziano ad oltranza, \u201cfratello\u201d di Tintoretto e di Giandomenico Tiepolo, intercettava in quella citt\u00e0 esagitata e in tumulto qualcosa di familiare.<\/strong> Un luogo vitale, eccitato, ma che come la sua Venezia sembrava sempre sul punto di poter precipitare in un cumulo di rovine.<br \/>\nQuanto New York e l\u2019America fossero entrati nei pensieri e nella pittura di Emilio Vedova lo rivela oggi una mostra organizzata a Verona dalla Galleria dello Scudo, in collaborazione con la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova: si tratta di una trentina di opere mai viste prima d\u2019ora, realizzate tra 1976 e 1977, e intitolate \u201cDe America\u201d. Dalla mostra nascer\u00e0 un libro di prossima pubblicazione curato da Germano Celant, direttore artistico della Fondazione e da Laura Lorenzoni, in cui verranno ricostruiti tutti i rapporti tra l\u2019artista e gli Stati Uniti (edito da Skira).<br \/>\n<strong>\u00c8 noto come Venezia fosse stata individuata dallo stesso governo Usa come la vetrina perfetta per portare in Europa le grandi novit\u00e0 dell\u2019arte americana. <\/strong>Peggy Guggenheim aveva fatto da apripista; poi le Biennali, a partire dal 1948 con la presentazione di Pollock, erano diventate dei veri avamposti di una stategia studiata puntigliosamente (ben ricostruita da Francesco Tedeschi nel suo La  scuola di New York, ed. Vita e Pensiero). Che un trentenne come Vedova si facesse profondamente segnare da quella contaminazione, che oltrettutto si consumava proprio nella sua Venezia, era un po\u2019 nell\u2019ordine delle cose. <strong>Vedova sentiva certamente molto pi\u00f9 suo quel vento libertario arrivato d\u2019oltreceano che non il realismo ad oltranza che dominava la pittura \u201cpolitica\u201d nell\u2019Italia di quegli anni.<\/strong> Cos\u00ec nel 1951 lo troviamo gi\u00e0 a New York ad esporre da Catherine Viviano; nel 1956 viene insignito del Salomon R. Guggenheim Foundation Award. Lo stesso anno una sua opera entra nelle raccolte del Moma. Nel 1960 arriva il Leone d\u2019oro alla Biennale, da una giuria non a caso presieduta dal britannico Herbert Read. In mezzo ci sono le presenze alle Biennali di San Paolo e l\u2019ingresso nelle collezioni del pi\u00f9 americano di tutti i grandi collezionisti europei, Giuseppe Panza di Biumo. Vedova alla fine degli anni 60 tiene anche delle memorabili \u201clectures\u201d sull\u2019\u201cartista oggi\u201d all\u2019Universit\u00e0 di Berkeley. <strong>Nel 1967 invece riceve la commessa per il Padiglione Italiano dell\u2019Expo: in quest\u2019occasione presenta una grande istallazione luminosa Spazio\/Plurimo\/Luce,<\/strong> realizzata attraverso proiezioni con vetrini realizzati a mano dagli artigiani di Murano.<br \/>\n<strong>Quello tra Vedova e l\u2019America \u00e8 dunque un feeling intensissimo durato 25 anni, <\/strong>che nel ciclo del 1976\/77 trova una sintesi dal sapore straordinariamente piranesiano. Non \u00e8 un caso che l\u2019artista abbia scelto di usare solo il bianco e nero, anche se si sa come le varianti dei neri, dei bianchi e dei grigi nella pittura di Vedova siano infinite. Complessivamente il ciclo si compone di tre grandi tele (in mostra ce ne sono due), di 13 carte delle stesse dimensioni, tutte esposte, e di un gruppo di lavori pi\u00f9 piccoli ma assolutamente compiuti. Che l\u2019aurea nella quale Vedova si muove sia quella larga dell\u2019espressionismo astratto americano, ci sono pochi dubbi. Ma Germano Celant nel suo testo avverte di una profonda e anche decisiva differenza: \u00abVedova si ritaglia un territorio importante, quello del sogno errante che procede per balzi e per tagli, per fenditure e per cerniere con cui escludere definitivamente la rigidit\u00e0 e la monoliticit\u00e0 di un Kline, le istanze riduttive di Stella e, poi, di LeWitt. Rispetto agli espressionisti astratti che dimostrano una tendenza a controllare e definire, Vedova lascia che i segni prendano l\u2019iniziativa e dominino la scena\u00bb.<br \/>\n<strong>Il Vedova americano si porta dentro lo stigma di quel catastrofismo che da Tintoretto in poi ha segnato tanta grande pittura veneziana:<\/strong> per questo nelle sue tele ritroviamo un elemento che \u00e8 estraneo o addirittura ignoto alla nuova arte americana. \u00c8 il segno delle ombre, che s\u2019infrattano in ogni centimetro di tela, innestando una dimensione di vorticosa precariet\u00e0, <strong>dando profondit\u00e0 anche storica al dramma dell\u2019evento pittorico.<\/strong> Nel rutilante dispiegarsi di immaginarie geometrie urbane, nella scatenata danza operata con ogni strumento sulla tela, Vedova non censura mai la sofferenza per uno spettacolo che in realt\u00e0 prevede nel suo spartito tante ferite, illusioni, fallimenti. <strong>\u00c8 lo spettacolo americano, riconosciuto come fattore decisivo di modernit\u00e0, ammirato per quella sua portata libertaria, ma visto con l\u2019occhio profondo, scafato di chi ha frequentato il buio di Tintoretto o la spericolatezza cupa di Piranesi. <\/strong><br \/>\nVedova si lascia conquistare da quest\u2019America, ma non ne resta soggiogato. Anzi, ritenendo che il proprio mestiere di pittore contempli anche un dovere morale, con questo ciclo sembra voler ricambiare il tanto ricevuto, restituendo un qualcosa che sembra un orizzonte, un luogo in cui meditare sul proprio destino, uno sguardo in profondit\u00e0 che liberi per un istante da quello stentoreo obbligo di essere sempre affermativi. \u00abCerto l\u2019America a me \u00e8 rimasta dentro; come europei ne sentiamo la responsabilit\u00e0, comprendiamo tante distorsioni e tanti inaridimenti umani, avvenuti per sopravvivere\u00bb, annota non a caso Vedova. Che poi aggiunge:<strong> \u00abProvoca immensa piet\u00e0 quest\u2019uomo, sradicato, perseguitato, che deve pure credere a qualche cosa per trovare la forza di restare, radicarsi, costruire\u2026\u00bb.<\/strong><br \/>\nDavanti a queste tele e carte che costituiscono il De America comprendiamo allora meglio quale fu, verosimilmente, lo sguardo gettato da quell\u2019allampanato veneziano che vediamo sbucare dalle scale del metro newyorkese. Uno sguardo conquistato, intriso di meraviglia, anche grato per tutta quell\u2019energia che vedeva vorticare attorno a s\u00e9 e che sapeva di poter far sua. Ma in quello sguardo c\u2019era da subito, come lui stesso confessa, anche un sentimento istintivo di piet\u00e0. Per questo nel Vedova del De America, sentiamo vibrare passioni, ma anche avvertimenti che danno alla sua pittura un fremito profetico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questa recensione \u00e8 stata scritta per Alias e pubblicata domenica 23 febbraio. 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