{"id":2792,"date":"2012-11-13T09:41:22","date_gmt":"2012-11-13T09:41:22","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/?p=2792"},"modified":"2012-11-13T21:44:25","modified_gmt":"2012-11-13T21:44:25","slug":"cinque-domande-a-massimiliano-gioni","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=2792","title":{"rendered":"Cinque domande a Massimiliano Gioni"},"content":{"rendered":"<p>Oggi nella caserma (dismessa) XXIV Maggio di via Vincenzo Monti a Milano si inaugura la mostra annuale \u201cnomade\u201d proposta come ormai tradizione da Fondazione Trussardi: protagonista l&#8217;artista francese <a href=\"http:\/\/www.fondazionenicolatrussardi.com\/exhibitions\/Rubble+and+Revelation.html?pager_page=1\" target=\"_blank\">Cipryen Gaillard<\/a>. Sul senso di questa operazione abbiamo rivolto cinque domande a Massimiliano Gioni, direttore artistico della Fondazione (oltre che curatore della prossima Biennale di Venezia). Lui gentilmente ha risposto a tutto. (La versione integrale dell\u2019intervista sul prossimo numero di Vita).<\/p>\n<p><strong>Dieci anni di \u201cmuseo nomade\u201d suggeriscono l\u2019idea che per l\u2019arte contemporanea \u00e8 meglio non pensare a musei stabili. \u00c8 d\u2019accordo?<\/strong><br \/>\nSe vogliamo parlare dell&#8217;esperienza della Fondazione Nicola Trussardi dobbiamo partire dal contesto in cui opera. Milano non ha un museo di arte contemporanea e quando nel 2002 \u00e8 cominciata la mia collaborazione con Beatrice Trussardi e con la Fondazione, volevamo proporre uno schema diverso, pensando appunto alla mancanza di un museo, ma senza la presunzione di colmare questo vuoto. Volevamo invece contribuire a riportare l\u2019attenzione, il dibattito e l\u2019energia dell\u2019arte contemporanea in citt\u00e0, facendo cos\u00ec familiarizzare nuovamente la gente con questo tipo di linguaggio.<br \/>\nMilano ha sempre avuto una spiccata vocazione al contemporaneo, da Leonardo al Futurismo a Fontana e Manzoni, anche se da un certo punto in poi si \u00e8 concentrata su altro, lasciando un po\u2019 in disparte le arti visive. Partendo da questo bagaglio importante la Fondazione vuole avere per\u00f2 una funzione diversa rispetto a quella di un museo: avvicinare il grande pubblico a un linguaggio, quello dell\u2019Arte Contemporanea, che \u00e8 pi\u00f9 affine di quanto si pensi a quello della vita di tutti i giorni. C&#8217;\u00e8 una specie di disaffezione della gente verso l&#8217;arte contemporanea, che spesso \u00e8 sentita come distante, autoreferenziale, solo per gli addetti ai lavori. Noi abbiamo cercato da subito di creare delle occasioni di incontro con i linguaggi del contemporaneo, a volte proprio di inciampo, e spesso capita &#8211;  o \u00e8 capitato soprattutto all\u2019inizio \u2013 che i nostri visitatori siano attratti pi\u00f9 dal contenitore che dal contenuto, pi\u00f9 dall&#8217;idea di vedere l&#8217;interno di un palazzo, un cinema, una caserma oggi altrimenti inaccessibili e a cui sono in qualche modo legati piuttosto che dal nome di un artista. Quando per\u00f2  si trovano a contatto con le opere in questi luoghi, sono in qualche modo costretti a fare riflessioni che in un museo, con la decontestualizzazione e la sacralit\u00e0 del cubo bianco, non avrebbe potuto fare. \u00c8 proprio su questo scambio reciproco tra luogo, artista e pubblico che si fonda il nostro lavoro. La risposta, l\u2019affetto e l\u2019attesa crescente per le nostre mostre ci dimostrano che il modello funziona.<\/p>\n<p><strong>Questa caccia alle location per il museo nomade Trussardi \u00e8 anche un modo per lei di riscoprire le potenzialit\u00e0 della citt\u00e0? C\u2019\u00e8 un luogo \u201cproibito\u201d in cui sognerebbe fare una mostra in una delle prossime edizioni?<\/strong><br \/>\nLa scelta dei luoghi per le mostre della Fondazione Trussardi, oltre che da motivi di interesse storico e da esigenze pratiche, \u00e8 mossa da una ricerca di affinit\u00e0 elettive. Come nell\u2019incontro tra parole e musica in una canzone, cos\u00ec luogo e artista in qualche modo si scelgono a vicenda, chiamandosi per indizi di identit\u00e0. Chi, se non Paul McCarthy, poteva trasformare il sotterraneo di Palazzo Citterio in un labirinto magico e delirante, e chi meglio di Pipilotti Rist poteva ipnotizzarci con la trasformazione onirica del Cinema Manzoni? Non c\u2019\u00e8, e non ci pu\u00f2 essere, una lista di luoghi possibili. Il prossimo luogo sar\u00e0 come un oggetto trovato che il destino mette sulla nostra strada. Desiderarne uno in particolare rischierebbe di inceppare questo meccanismo cos\u00ec intrigante. <\/p>\n<p><strong>In dieci anni di storia non ha mai esposto un pittore nel senso \u201cletterale\u201d del termine\u2026<\/strong><br \/>\nPer la Fondazione e per me non \u00e8 una questione di generi. Ogni volta che pensiamo a una mostra lo facciamo nell\u2019ottica del miglior rapporto artista-spazio, e l\u2019eterogeneit\u00e0 delle opere presentate in questi dieci anni lo dimostra. Come curatore, poi, lavoro con i pittori cos\u00ec come con tutti gli altri artisti, perch\u00e9 la mia attenzione \u00e8 sui parametri interni all\u2019opera, concettuali, formali e poetici, e non sul medium di per s\u00e9. George Condo, Michael Borremans, Konrad Klapheck, Maria Lassnig sono ad esempio tre dei pittori con cui ho lavorato pi\u00f9 spesso, davvero citando a caso. In realt\u00e0 la ragione purtroppo per cui non abbiamo mai lavorato con un pittore \u00e8 molto semplice e pratica: di solito lavoriamo in edifici storici, protetti dalle Soprintendenze, dove \u00e8 impossibile appendere chiodi o forare le pareti (e lo dico senza lamentarmi, anzi). Il che vuole dire che purtroppo i quadri alle pareti non li posso mettere, ma posso mettere sculture e installazioni. Pensate per\u00f2 a 10 anni di mostre a Milano e provate a pensare che non abbiamo mai fatto un buco in una parete, anche per le installazioni piu complicate: tutto rigorosamente autoportante e senza mai modificare in maniera irreversibile un luogo. Questo devo dire \u00e8 il vero miracolo della Fondazione, per cui devo soprattutto ringraziare Barbara Roncari e Roberta Tenconi che si occupano della produzione e degli allestimenti. Dieci anni senza battere chiodo: sar\u00e0 il titolo della auto-biografia della Fondazione.<\/p>\n<p><strong>Quest&#8217;anno la Fondazione propone una mostra di Cyprien Gaillard. Il titolo evoca un nesso profondo con il periodo storico che stiamo vivendo, ma l\u2019artista sembra mosso da una fascinazione verso tanti simboli decaduti. Quale stimolo o messaggio si augura arrivi al visitatore?<\/strong><br \/>\nLa ricerca di Cyprien Gaillard mostra una visione delle cose del mondo tra la memoria e il futuro, con un lavoro carico di segni di decadenza e rovina, ma anche di ottimismo e novit\u00e0, e quindi di rivelazioni. Attraverso la Fondazione vogliamo parlare del mondo e dello spirito del tempo in cui viviamo, e da questo punto di vista Cyprien Gaillard porta un contributo originale ed estremamente contemporaneo a questa visione. La continuit\u00e0 tra passato e futuro e la lezione esistenziale che un mondo in rovina, com\u2019\u00e8 quello di Gaillard, porta con s\u00e9, in una citt\u00e0 in costante trasformazione e in un momento storico di grande insicurezza com\u2019\u00e8 questo, possono rappresentare un punto di appoggio, una ristrutturazione dello sguardo del pubblico che potr\u00e0 orientarsi, una volta accettate le rovine, verso la rivelazione che un futuro diverso \u00e8 possibile.<\/p>\n<p><strong>Qual \u00e8 l\u2019opera d&#8217;arte del passato a Milano a cui lei si sente affettivamente o intellettualemente pi\u00f9 legato?<\/strong><br \/>\n&#8220;I ladri e l&#8217;asino&#8221; di Paul Cezanne alla Galleria di Arte Moderna: cos\u00ec piccola e bellissima e nessuno se la ricorda. Ma ce ne sono tante altre. I Medardo Rosso, la &#8220;Lettrice&#8221; di Faruffini, e &#8220;Il Quarto Stato&#8221;. Tutte legate nel mio ricordo alla Galleria d&#8217;Arte Moderna, dove tornavo sempre da ragazzino e all&#8217;Universit\u00e0. Ma poi ce ne sono molte di sparse in altri luoghi. Quando il PAC era il PAC, andavo all&#8217;ultimo piano di Palazzo Reale cos\u00ec spesso perch\u00e8 non c&#8217;era mai nessuno e i pezzi della Collezione Jucker erano bellissimi.  E poi i Marchigiani a Brera&#8230; Ecco, comunque ce ne sono troppe di opere importanti per me per riuscire a elencarle tutte o solo provare a fare una scelta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oggi nella caserma (dismessa) XXIV Maggio di via Vincenzo Monti a Milano si inaugura la mostra annuale \u201cnomade\u201d proposta come ormai tradizione da Fondazione Trussardi: protagonista l&#8217;artista francese Cipryen Gaillard. Sul senso di questa operazione abbiamo rivolto cinque domande a Massimiliano Gioni, direttore artistico della Fondazione (oltre che curatore della prossima Biennale di Venezia). 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