{"id":2208,"date":"2011-12-29T09:49:31","date_gmt":"2011-12-29T09:49:31","guid":{"rendered":"http:\/\/robedachiodi.associazionetestori.it\/2011\/12\/29\/2208\/"},"modified":"2011-12-29T09:52:51","modified_gmt":"2011-12-29T09:52:51","slug":"2208","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/robedachiodi.casatestori.it\/?p=2208","title":{"rendered":"Un grande dimenticato del 2011, Renato Guttuso"},"content":{"rendered":"<p>Il 2011 sono stati cent&#8217;anni dalla nascita di Renato Guttuso, ma l&#8217;anniversario \u00e8 passato via in una sostanziale indifferenza. Eppure sarebbe stato interessante riaprire oggi il capitolo che lo riguarda. Guttuso non \u00e8 un artista a cui si debbano invenzioni o intuizioni di quelle imprescindibili. \u00c8 sempre stato nella scia dei tempi e di alcune linee maestre aperte da altri (C\u00e9zanne, Picasso), senza mai nasconderlo. C&#8217;era un fondo irriducibile di sincerit\u00e0 in lui che lo rende ancor oggi umanamente e culturalmente interessante. Ricordo di un&#8217;intervista all&#8217;Europeo in cui spiegava la sua diffidenza dall&#8217;espressionismo, che agiva facendo violenza sulle cose, mentre a lui interessava portare a galla la violenza delle cose, dove violenza non era una categoria affatto negativa, ma alludeva alla vitalit\u00e0 delle cose. &#8220;Un artista deve cercare la realt\u00e0 come essa \u00e8, cercare di raggiungere le cose come sono&#8221;, diceva. Affermazioni persin banali, ma che lasciano intendere quel suo desiderio di sfilarsi dalle spire del soggettivismo. Che ci sia riuscito \u00e8 un&#8217;altra questione: si pu\u00f2 dire che questa intenzione la si scorge sempre davanti a tutte le sue opere pi\u00f9 riuscite.<br \/>\nMa in Guttuso c&#8217;\u00e8 un altro aspetto interessante connesso a questo: \u00e8 la malinconia,  conseguenza di quel senso di fallimento e di inadeguatezza rispetto a quello che avrebbe voluto essere. C&#8217;\u00e8 uno scollamento tra le cose e il modo con cui le cose rifluiscono anche in un&#8217;interiorit\u00e0 amica delle cose come la sua. C&#8217;\u00e8 in Guttuso come un&#8217;impossibilit\u00e0 di adesione netta e semplice, a cui pur aspira. C&#8217;\u00e8 un&#8217;intercapedine che si frappone tra il suo sguardo senza riserve e ci\u00f2 che poi il suo artista metabolizza. E onestamente Guttuso non censura questa sua difficolt\u00e0. Basta vedere i ritratti dei primi anni, tra cui spicca quello ad Antonino Santangelo, del 1942, uno dei grandi quadri del dopoguerra, certamente uno di quelli di pi\u00f9 intensa partecipazione umana alla temperie di quella stagione (un quadro, per dirla tutta, umanamente memorabile). C&#8217;\u00e8 in questo quadro cos\u00ec aderente al piano delle cose, un senso di irrimediabile sconfitta, una malinconia che va ovviamente in rotta di collisione con tutte le certezze ideologiche. \u00c8 questa sincerit\u00e0 squadernata che rende Guttuso un artista irriducibilmente simpatico nel senso pi\u00f9 profondo e coinvolgente del termine. Simpatico cio\u00e8 amico. Cio\u00e8 innamorato delle cose, ma ferito dalla consapevolezza che quelle stesse cose erano destinate a sfuggirgli (quanto  \u00e8 lontano da lui il prepotente senso di possesso picassiano). Diceva sempre che l&#8217;artista vero \u00e8 uno che va allo sbaraglio. Anche nella coscienza di non portare a casa quel che desiderebbe. Guttuso in fondo \u00e8 uno che, con tutti i suoi limiti, \u00e8 andato allo sbaraglio rispetto alla realt\u00e0 e rispetto anche a se stesso. Per questo sarebbe stato molto salutare riscoprirlo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 2011 sono stati cent&#8217;anni dalla nascita di Renato Guttuso, ma l&#8217;anniversario \u00e8 passato via in una sostanziale indifferenza. Eppure sarebbe stato interessante riaprire oggi il capitolo che lo riguarda. 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